Immersioni successive a grandi profondità: frenare l’irrequietezza di chi vede aprirsi davanti nuovi orizzonti, il pacato monito della scienza. ROGHI A MORETTI: NON CREDO AI TABU’

 

Immersioni successive a grandi profondità: frenare l’irrequietezza di chi vede aprirsi davanti nuovi orizzonti, il pacato monito della scienza.

ROGHI A MORETTI: NON CREDO AI TABU’

 Poiché siamo ai limiti, e poiché esistono uomini che vanno quotidianamente ai limiti (e sempre più ce ne saranno in futuro) è possibile chiarire meglio proprio i margini e le tolleranze di questi limiti?

Ho letto con vivo interesse l’articolo del dottor Giancarlo Moretti, capo del servizio sanitario del “Teseo Tesei”, in risposta a quello mio precedente, sulla questione della decompressione. Non credo sia possibile riassumere qui i vari corni del dilemma: la faccenda è troppo lunga; perciò il lettore che ne sia interessato dovrebbe ricorrere al mio scritto (fascicolo di gennaio ‘65) e poi a quello del dottor Moretti (maggio). Sono molto grato al medico degli incursori militari per essersi occupato con tanto impegno dei problemi che avevo proposto. E’ infatti così raro, nel mondo dei subacquei, che si possano accendere discussioni su temi veramente importanti, e anzi vitali per la nostra attività. Poche settimane fa a Santa Teresa di Gallura, rimproveravo affettuosamente i miei amici corallari, per non essere minimamente intervenuti sulla questione, proprio loro che sono una enciclopedia di esperienze. (Ma è ancora saldo, in parecchi, il curioso principio che tutto vada tenuto celato, anche i sistemi personali di decompressione, quasi che si tratti di “segreti di produzione” da custodire e difendere da sempre possibili concorrenti in agguato). Risponderò al dottor Moretti su pochi punti, al fine di chiarire meglio la mia esposizione dei fatti avvenuti, e di sottolineare meglio l’essenza del problema. Il dottor Moretti mi fa anzitutto, diciamo su un piano tecnico, quattro rimproveri. Io li accetto subito, in linea formale; cioè riconosco che essi sono ineccepibili dal punto di vista teorico; ma devo d’altra parte rilevare certe ragioni pratiche, che nelle immersioni di un certo tipo sono non soltanto ricorrenti, ma insopprimibili e perciò determinanti. Vorrei aggiungere. rivolgendomi personalmente al dottor Moretti, che la teoria la conosco bene anch’io (non come lui, si capisce, ma almeno nelle linee generali e nelle applicazioni). Ma pur conoscendola, come sommozzatore di alta profondità devo pur fare i conti con la pratica. Ed è qui che chiedo l’aiuto suo e dei suoi colleghi. Perché un fatto è certo: che la teoria, a un certo punto, non va più d’accordo con la pratica, o viceversa. Primo rimprovero: nelle immersioni che avevo descritto “è mancata la valutazione dei tempi di discesa e di risalita alla prima fermata”. Io avevo detto che la discesa a 80 metri, con i nostri sistemi (senza cintura di zavorra, ma con uno o più macigni nel cesto da corallo), dura circa un minuto, mentre la risalita è lenta e faticosa. Il dottor Moretti osserva giustamente che “anche soltanto qualche secondo in più impiegato nella discesa può rendere necessario il passaggio a un’altra tabella di decompressione”, e così pure per la risalita. Va bene, ma mi vorrà credere che nessun subacqueo in viaggio per gli 80 o 90 metri, ha il tempo, il modo e anche la voglia di controllare il tempo in minuti secondi. Si va giù verticali nel blu, sparati, compensando senza soluzione di continuità, mentre il cervello è completamente assorbito dall’osservazione visiva, per l’avvistamento del fondo, e dalla concentrazione per il controllo interiore (psiche, respirazione, compensazione, visus). Si calcola dunque un tempo medio (quel minuto che dicevo) e buonanotte al secchio.

Una precisione impossibile

Secondo rimprovero: nelle immersioni descritte, parlavo di profondità imprecise: 75-80 metri, oppure 80-82, 80 con punte a 88, eccetera. Il dottor Moretti ammonisce che “in alti fondali non si può assolutamente transigere sul metro più o metro meno”. Ovviamente ha ragioni da vendere. Ma anche qui, la pratica: esistono profondimetri che indicano il metro, al di là delle medie quote? No, non esistono. Se oggi abbiamo in commercio profondimetri con scala fino a 130 metri (o 100), credo lo si debba proprio alle mie segnalazioni e insistenze presso gli specifici fabbricanti. Ora, io sono tra i subacquei che non amano fare la cresta alle profondità, come ieri non amavano fare la cresta al peso dei pesci. Così dico ciò che posso onestamente rilevare dal mio profondimetro, che è del modello più preciso e dettagliato esistente: il quadro, dopo gli 80 metri, segna degli spazi bianchi fino alla decina successiva. Se io mi trovo a 83 piuttosto che a 85 metri, è dunque questione di interpretazione, di approssimazione, tanto più che il minuscolo manometro da polso non potrà forse mai essere millimetricamente preciso. Un subacqueo che dica “sono stato a 88 metri”, dimostra una certa dose di ingenuità. I suoi 88 metri possono essere, in realtà, 86 come 90, se non addirittura 84 o 92 (si parla sempre di subacquei seri, altrimenti il discorso diventa comico). Perciò non è materialmente possibile stabilire con precisione sia la quota massima o media di lavoro, sia in conseguenza l’esatta, tabella da seguire per la decompressione. Si è costretti a procedere a naso, a esperienza empirica, cercando di entrare in limiti di sicurezza. Quanto alla questione di un lavoro medio sugli 80 metri, con una puntata agli 88 (circa), è indiscutibile quanto ricorda il dottor Moretti: si deve tener conto della profondità massima, anche se si tratta di una puntata. Ma è proprio vero, oppure si tratta di una norma stabilita in ragione di una doverosa prudenza? Perché appare chiaro che trascorrere dieci minuti a 88 metri (per stare all’esempio) non può essere uguale a una permanenza di nove minuti a 80 metri, con una puntata di un minuto a 88. Se si giungesse in ogni caso alla saturazione di azoto nei tessuti, allora d’accordo; ma in caso contrario, una differenza, da potersi considerare nella decompressione, deve pur esserci. E’ evidente che sarebbe bene “stare larghi”, e cioè valutare la punta massima, ancorché breve, come quota effettiva di tutta la permanenza; ma nella pratica di un certo tipo di lavoro, in una pratica che si converte in tempo-effìcienza produttiva, la faccenda ha una sua importanza e i teorici non possono eliminarla con un’alzata di spalle.

Si parla di limiti estremi

Poiché siamo ai limiti, e poiché esistono uomini che vanno quotidianamente ai limiti, e sempre più ce ne saranno in futuro, bisognerebbe chiarire meglio proprio i margini e le tolleranze eventuali di questi limiti. Gli uomini che vanno ai limiti sanno di correre un rischio, e lo sanno meglio di chiunque altro perché ogni tanto pagano di persona; ma non si preoccupano e non si accontentano di affermazioni che possono apparire come dettate da un generico atteggiamento prudenziale del tipo appunto, “va sempre valutata la profondità maggiore raggiunta nel corso dell’immersione, anche se questa rappresenta solo una puntata”. Io spero di non venire frainteso, e accusato di irresponsabilità. Continuo a ripetere: sto parlando di limiti estremi, come se parlassi di tecnica automobilistica a livello di Surtees e Clark, e non dell’automobilista comune. E’ chiaro che all’automobilista comune bisognerebbe addirittura proibire col mitra di azzardarsi ai limiti di Surtees o Clark. Quanto poi all’automobilista comune che si crede Surtees o Clark, be’, affar suo, e buona fortuna. Terzo rimprovero: come mai per un’immersione a 76-82 metri ho fatto una decompressione di complessivi 45 minuti, mentre per un’immersione a 75-80 (dunque a quota minore) l’ho fatta di 55? In che modo uso le tabelle? Certo: detta così, sembra davvero che “il signor Roghi” venga dalle montagne. Ma la cosa è semplice. Io ho raccontato dei fatti veri, cronistici, non ho fatto una esposizione teorica: quando perciò ho riferito che nella immersione ai 75-80 metri avevo fatto una decompressione di 55 minuti, era per rispettare la verità cronistica. Ma aggiungevo io stesso in sede di commento: “una decompressione, dunque, decisamente abbondante”. E infatti siamo sempre lì: la pratica, l’uso, la realtà. Nessuno di noi, probabilmente, fa della decompressione un calcolo puramente teorico. Ciascuno di noi si decomprime più o meno (cercando di stare sempre nei buoni limiti, o almeno nei buoni margini) secondo vari fattori: l’intensità del lavoro effettuato, le condizioni fisiche in cui ci si trova, la temperatura dell’acqua (Fausto Zoboli raddoppia i suoi personali tempi di decompressione quando le acque, in primavera, sono ancora fredde, e tutti noi facciamo qualcosa del genere), eccetera. Io non ricordo perché in quell’immersione feci una decompressione così “abbondante”, ma probabilmente è stato per aver molto lavorato sul fondo, oppure per avere tatto una risalita molto lenta, gravato dal peso del cesto colmo di corallo. Una semplice misura prudenziale, dunque, e non già una… incapacità di leggere le tabelle. Tra l’altro, si può notare che il subacqueo d’alta quota molto esperto, già quando sta risalendo dall’immersione “sente” che corre pericolo di embolia. Non per niente io ho allungato di molto quella decompressione: “sentivo” che correvo pericolo. Se infatti avessi rispettato i tempi per me normali, sarei finito in camera di decompressione con un’embolia grave. Tutti o quasi tutti i corallari esperti (lasciamo stare i novellini, lanciati allo sbaraglio) hanno spiccato questo senso del pericolo di imminente embolia, e lo ascoltano allungando di volta in volta la decompressione. Quarto rimprovero: “immersioni in fondali simili a quelli in causa, devono essere singole nell’arco delle 24 ore”, dice il dottor Moretti. Questo è un assunto (“tassativo per gli americani”) che non può venire accettato. Da anni, sommozzatori corallari continuano a fare doppie e talora triple immersioni nelle 24 ore a profondità intorno agli 80 metri per mesi e mesi: non muoiono, stanno benissimo, e se non incorrono in particolari incidenti, finiscono la stagione senza nemmeno un dolorino alla spalla.

Una salute invidiabile

E’ inoltre assai discutibile anche la teoria che “tassativamente” prescrive agli ex sommozzatori come agli ex palombari, giunti in avanzata età, inesorabili osteo-artrosi croniche. Ormai abbiamo sommozzatori che conducono questa attività “ai limiti” da una decina d’anni, e che non sono più ragazzini (qualcuno ha passato i cinquant’anni): nessuno di essi, a eccezione naturalmente dei pochi che hanno subito infortuni gravissimi (senza contare i deceduti), lamenta oggi sintomi apprezzabili della malattia. Ho letto anch’io, attentamente, il bellissimo volume di Molfino-Zannini, e ho visto che l’argomento è trattato con esemplare equilibrio. In esso non viene drammatizzata questa inesorabilità dell’affezione cronica, tenendo appunto conto dell’esperienza. Come che sia, ed è solo questo che vorrei sottolineare, esistono ormai troppi esempi di persone che, trascurando necessariamente, per ragioni di lavoro e di vita, i consigli dei teorici, smentiscono ogni giorno, ogni stagione, le previsioni infauste che provengono loro dai più illustri laboratori di fisiologia. La salute di uno Zoboli, di un Novelli, o di Falco, Olgiai, Bucher, Fusco eccetera, e la mia stessa (siamo tutti individui che viaggiano con l’autorespiratore da almeno quindici anni, e tutti individui al di là dei trentacinque anni), è tuttora invidiabile. Nessuno di noi accusa il minimo dolore, il minimo scricchiolio alle giunture o addirittura un reumatismo. Le radiografie che ho dovuto recentemente farmi eseguire inseguito alla frattura di una gamba (incidente sciistico, non subacqueo…), hanno dimostrato che le ossa delle mie anche e delle mie gambe, femore, ginocchia ecc., sono perfette. Immagino sia così anche per gli altri, altrimenti dubito che potrebbero fare due lunghe e gravose immersioni al giorno, continuando a stare benissimo, nelle acque gelide di aprile o dicembre.

Le norme sovvertite

Queste erano le osservazioni che mi importava fare ai “rimproveri” del dottor Moretti, nella certezza che egli ne avrà compreso lo spirito. Ma il punto della questione è ancora più in là. II dottor Moretti dice che in entrambe le “seconde” immersioni successive da me descritte, avrei dovuto eseguire una decompressione di 2 ore e 52 minuti complessivi. Io invece le feci di 1 ora e 10 minuti e, l’altra, di 1 ora. Sulla carta delle tabelle delle immersioni successive (che ovviamente conosco anch’io), il dottor Moretti ha perfettamente ragione. Ma com’è che non sono morto? In quelle due volte ho subito una embolia di carattere osteomioartralgico. dolorosa ma non grave; ma in tutte le altre volte della medesima stagione, in cui ho seguito all’incirca i medesimi tempi? E perché altri (dicevo Zoboli) eseguivano ed eseguono decompressioni ancora più brevi, e non hanno subito il minimo insulto? Il dottor Moretti osserva che le norme di decompressione sono fondate “su ben precise leggi di fìsica, che pertanto non possono assolutamente venire sovvertite”. Ma che razza di legge fisica è quella che consente tolleranze o scarti del 60, del 70 per cento? Perché i fatti sono fatti: venite a vedere la tecnica di un corallaro esperto, e non potrete dire più che queste norme “non possono venire assolutamente sovvertite”. Lo vengono eccome, e l’individuo continua a stare benissimo, continua a sentirsi perfettamente in forma, per giorni, settimane, mesi e anni. Capita anche l’incidente (se non capitasse, non sarei qui a scrivere per chiedere lumi), ma molto raramente e per lo più in forma blanda, di remissione spontanea. Gli incidenti gravi e gravissimi che si ricordano, sono tutti, assolutamente tutti dovuti a cause abbastanza ben determinate che non hanno a che vedere con la nostra questione, oppure a clamorosa trascuranza di un ragionevole margine di sicurezza nei tempi di decompressione. Le cause sono prevalentemente state malori in profondità o incidenti che hanno costretto il sommozzatore alla riemersione senza decompressione. Le trascuranze hanno fatto invece molte vittime tra sommozzatori empirici: ne ricordo uno che riemergeva quando sentiva, diceva, un clic nel ginocchio destro: per lui era il segno infallibile che “l’azoto se n’era andato”. A parte queste storie tragicomiche, rimane quella schiera di sommozzatori espertissimi. perfettamente consci delle tabelle, che non potendo materialmente assoggettarsi a decompressioni quotidiane di tre ore complessive, hanno provato a diminuire gradualmente i tempi e sono arrivati a limiti assolutamente incredibili, che fanno a pugni con la teoria, che fanno rizzare i capelli ai teorici, e che perciò io credo debbano essere meditati. Qualcuno di questi sommozzatori, è vero, ha subito embolie anche gravi nella ricerca del proprio limite: ma oggi l’ha trovato e da due o quattro anni si affida a esso senza danni. E’ appunto il caso di Zoboli. Non è invece il caso del povero Garibaldi, che trascurava in modo deplorevole una sua seria malattia (diabete) e che, a quanto sembra, ne subì un attacco in immersione e si vide costretto a risalire. Ennio Falco fu colpito da embolia grave, ma fu per tentare generosamente di salvare un compagno colto da mortale malore durante la risalita. Potremmo continuare.

Il quadro roseo dei corallari

Resta il fatto che nelle acque del Mediterraneo una schiera di una quindicina di sommozzatori trascurano impunemente e quotidianamente, ormai da anni, quelle che dovrebbero essere le precise leggi di fisica. Il dottor Moretti non pensi, per un momento, alle mie due modeste embolie: pensi alle mie centinaia di immersioni eseguite nelle stesse condizioni, e felicemente concluse, pensi alle mie ossa indenni, alla mia salute eccellente, e pensi ancor più ai corallari professionisti, che presentano un “quadro” altrettanto roseo. E’ questo che io desideravo rilevare, e su questo punto che desidererei sentirmi rispondere, se la scienza di oggi può farlo. Io non credo ai tabù: fino a pochi anni fa era tabù che l’ebbrezza dipendesse dall’azoto; io dissi di no, non ci credevo, non mi risultava per niente. Poi venne la conferma, almeno in larga misura. E adesso ho la presunzione di dubitare della “tassatività” di certe regole sulle immersioni successive, perché la pratica mi dimostra ogni giorno il contrario. Ma, appunto, vorrei veri lumi. A proposito dell’ebbrezza di profondità — anche se si tratta d’un argomento diverso — vorrei evitare un equivoco: quando sostengo che responsabile dell’ebbrezza è l’anidride carbonica e non l’azoto, intendo sempre ed esclusivamente il fenomeno che si verifica nella pratica dell’immersione. Non discuto minimamente, anche non essendone in grado, una possibile azione narcotica dell’azoto a elevate pressioni (quale è stata per esempio discussa da Albano) in condizioni sperimentali, come su topi in camera di decompressione, eccetera. Dico semplicemente che per il sommozzatore ad alte quote, il fattore determinante l’ebbrezza è in modo assolutamente prevalente l’anidride carbonica, come ormai una lunga e chiarissimaesperienza empirica ci ha provato.

Gianni Roghi

 

 

MORETTI A ROGHI: DI QUA DALL’AZZARDO

 Le tabelle di decompressione sono state messe a punto per la massa dei sub per garantire la sicurezza alla quasi totalità dei soggetti, e può darsi che siano eccessive per alcuni. Anche le tabelle, però possono subire evoluzioni e nulla vieta che domani si stabiliscano tabelle speciali per gruppi differenziati d’individui.    

Nel mio articolo di maggio pubblicato da “Mondo sommerso” avevo cercato di rispondere al Signor Roghi che, in un suo scritto comparso nella stessa rivista nel gennaio u.s.. a seguito di alcune sue personali esperienze, formulava sostanzialmente i due ben precisi seguenti quesiti (per lo meno per quanto ne avevo tratto io ed il comune lettore dalle sue parole):

1) perché, pur adottando una decompressione standardizzata, sono incorso in due occasioni in episodi embolici?

2) deve ritenersi esatta oppure empirica una decompressione basata sul principio di trascorrere tempi di decompressione più lunghi alle tappe a profondità maggiori e tempi più brevi alle fermate successive a profondità minori?

Io detti nel mio articolo la risposta a questi due quesiti, mettendo in evidenza, per quanto riguarda il primo interrogativo, i punti in cui, a mio parere, il signor Roghi poteva od aveva sbagliato nella valutazione della propria decompressione. Le giustificazioni agli errori commessi (tempi di discesa e di risalita, tempi sul fondo, profondità di immersione, temperatura dell’acqua, entità del lavoro, eccetera) seppure comprensibilissime e giustificatissime dalle cause contingenti, che il signor Roghi ora ampiamente enumera, nulla tolgono od aggiungono al problema ed al fatto che come conseguenza abbiano portato all’insorgenza di forme cliniche emboliche, seppure non gravi. Il quesito qui si fermava e pertanto anche la mia risposta. Per quanto aveva attinenza al secondo quesito, cercai di dimostrare che, dato che la diffusione dei gas inerti nell’organismo (durante la discesa e la permanenza sul fondo) e dall’organismo (durante la risalita) segue delle leggi ben precise di fisica secondo una curva esponenziale, cioè il processo della diffusione dei gas inerti in un senso o nell’altro è decrescente come velocità nel tempo, era illogico eseguire una decompressione che non seguisse tale curva cioè che non decrescesse essa stessa come velocità nel tempo; in altre parole cercavo di dimostrare come era logico che le tappe di decompressione divengono più lunghe come tempi man mano che ci si avvicina nella risalita alla superficie. Anche il secondo quesito finiva qui e necessariamente la mia risposta. Ora il signor Roghi nel suo attuale articolo ha ampliato il suo discorso apportando in definitiva nuovi quesiti e vediamo se è possibile rispondere con un certo ordine alle numerose ed appassionate, perché è in realtà la passione oltre che l’interesse, lo spirito che traspare dalle parole di Roghi, osservazioni interrogative; tutto è interessante in questo campo nuovo e molto valgono gli scambi di idee, le impressioni, le conoscenze, le esperienze. Il tutto lungi da qualsiasi parvenza di polemica. Ma desidero premettere che essendo “Mondo sommerso” la rivista del subacqueo, di tutti i subacquei e non di soli pochi privilegiati ed esperti è necessario e doveroso da queste colonne dare elementi di sicurezza validi per
tutti. Per le immersioni eseguite su determinati fondali ma caratterizzate da puntate compiute a fondali superiori, ho consigliato e consiglio tuttora di valutare nella decompressione la profondità massima raggiunta per la somma dei tempi di discesa e sul fondo; certo l’ideale sarebbe poter valutare di volta in volta e da caso a caso la differenza esistente tra plateau e “puntate”, cioè i limiti estremi imponibili ad ogni individuo, ma dato che per fare questo sarebbe necessario ogni volta e per ciascun individuo ricalcolare interamente una tabella di decompressione, che richiede migliaia di calcoli veramente complessi e per i quali oggigiorno si impiegano addirittura cervelli elettronici, figuriamoci se a tanto può arrivare un subacqueo che… non ha neppure la possibilità di valutare esattamente tempi e profondità di immersioni per le ragioni contingenti esposte da Roghi. Ne deriva che è molto più semplice e sicuro il metodo surriportato, anche a scapito di impiegare qualche non necessario minuto in più per la decompressione. L’affermazione di Roghi che un subacqueo esperto “sente” se corre il pericolo di una embolia e pertanto modifica la propria decompressione in conseguenza, è un po’ forzata e va rigettata; non si “sente” proprio nulla fino a quando non si siano formate le bolle ma si ha il “timore” che possa succedere qualcosa; ma perché prolungare quella decompressione che poi lo stesso Roghi giudica esagerata? Allora si ammette implicitamente che non lo sia. Nessuno si è mai sognato di pronosticare tassativamente ad ex palombari od ex sommozzatori inesorabili osteoartrosi croniche, soprattutto in subacquei che compiono immersioni piuttosto brevi nel tempo; tali lesioni sono piuttosto un triste appannaggio di cassonisti o palombari diciamo portuali, di persone cioè esposte a modiche iperpressioni ma per tempi molto prolungati, ma nessuno si è mai sognato di affermare che tutti, o quasi, i subacquei incorrono inesorabilmente in simili lesioni; possono verificarsi certo, ma il negarle per il semplice fatto che alcuni soggetti si immergono da anni e stanno bene è un po’ come quell’individuo che nega l’esistenza della polmonite perché non ha mai contratto la malattia, pur essendosi venuto a trovare in condizioni tali da poterne determinare l’insorgenza! Per l’osservazione di Roghi che a seguito di innumeri altre immersioni, similari a quelle in cui riportò fenomeni embolici, nulla accadde, posso dire che due immersioni giudicate apparentemente “similari” possono non essere “uguali” per innumeri fattori rappresentati dal tempo, dalla profondità di immersione, dal lavoro, dalla temperatura, dalle condizioni fisiche ecc. ecc.,: è il solito discorso, più volte ripetuto. Per quanto riguarda la domanda, come mai la decompressione, se segue una legge fisica consente variazioni del 60-70%, posso dire: non è la decompressione che segue una legge fisica, ma la diffusione dei gas nello e dall’organismo, il che è tutt’altra cosa della decompressione. La decompressione può anche essere eseguita diversamente da quella standard a tappe in mare, e conosciamo un certo numero di sistemi al riguardo; quella a tappe in mare è la più semplice e la più facilmente eseguibile, ma non l’unica. Le tabelle di decompressione si sono evolute nel tempo, in base alle osservazioni e gli studi condotti in merito e non rappresentano leggi di fisica, ma sono basate su principi di fisica applicati alla fisiologia; le tabelle di Haldane sono ad esempio diverse da quelle odierne della U.S. Navy del 1960, come queste sono diverse da quelle del G.E.R.S. della Marina Francese, riportate da Molfino e Zannini in “L’uomo ed il mondo sommerso”, che risalgono al 1949. Tutte le attuali tabelle di decompressione esistenti presentano delle differenze, in realtà leggere; le tabelle di decompressione partono da assiomi scientifici e terminano empiricamente perchè soltanto empiricamente si può valutare il cosidetto “gradiente di pressione tissurale” cioè la differenza pressoria, tra la pressione del gas inerte diffuso in un tessuto ed il valore della pressione ambiente, tollerata dal tessuto senza che si abbia la formazione di bolle di gas; per la valutazione, una risalita da profondità diverse viene sperimentalmente ripetuta numerose volte in moltissimi soggetti a velocità differenti con prima fermata a profondità diversa, mantenendo costanti il tempo ed il valore di pressione dell’esposizione; poi si variano questi e così via, e tutto questo per ogni gruppo di tessuti e per tutti i valori di tempo e di profondità riportati dalle tabelle. Quando si giunge alla comparsa di fatti embolie si è giunti al limite estremo ma non è detto che questo limite estremo sia uguale per tutti; va bene per la gran massa degli individui e per la gran massa valgono quindi le tabelle di decompressione, ma queste presentano rispetto a tutti i soggetti la cosiddetta curva a cappello di carabiniere, dove al centro si trova la gran massa degli individui diciamo medi ed ai suoi limiti i soggetti diciamo estremi; in altre parole le tabelle vanno bene per la massa, sono eccessive per alcuni soggetti, non sono sicure per altri individui. Gli americani stessi valutano la incidenza percentuale della pericolosità delle loro tabelle nell’ordine dello 0,69%, arrotondabile all’l%. Ne risulta come una decompressione tra i due punti estremi della curva possa consentire variazioni anche dei 50- 60% nel tempo. Nulla vieta pertanto che alcuni degli espertissimi sommozzatori mediterranei citati dal Roghi siano alla estremità diciamo eccedente della curva a cappello da carabiniere, come pure, rientrare invece nei limiti della media: allora vuol dire che le loro decompressioni anche se empiricamente condotte dato che non è mai successo nulla (ma questo lo dice Roghi!) non hanno mai superato dei gradienti critici; non dobbiamo dimenticare infatti, pur dovendo premettere che per dare un giudizio giusto ed imparziale dovremmo essere in possesso dei dati esatti delle loro immersioni e dei loro tempi di decompressione cosa che non è perché il signor Roghi non ha fornito tali dati che, ripeto, devono essere scrupolosamente esatti e non tramandati dalla tradizione orale che poi viene rosicchiata nel tempo, non dobbiamo dimenticare dicevo che le citate immersioni appaiono molto brevi nel tempo e forse più brevi di quanto lo stesso Roghi voglia o possa ammettere, per la scarsissima autonomia degli autorespiratori ad aria alle normali profondità dei corallari (70-80 anche 90 metri). Infatti un bibombola da 20 litri complessivamente, caricato a 150 atm. (con un ottimo compressore), presenta un’autonomia per un consumo medio di 20 litri al minuto, (e mi tengo basso come valore, e non calcolo le atm. d’aria al di sotto delle quali più non eroga l’apparecchio) non superiore, rispettivamente a 90 e 70 metri, a 10-20 minuti ivi compresi i tempi di discesa e di risalita ammessi dagli stessi interessati forzatamente lenti. Quello che voglio dire è che a tali profondità, in queste condizioni, i tempi di permanenza sono forzatamente limitatissimi e tali da interessare la diffusione del gas inerte solo nei tessuti ad elevato coefficiente di diffusione, cioè i tessuti rapidi che già nella sola fase di risalita possono perdere una tale quantità di gas da poter rendere la risalita alla superficie oltremodo rapida e forse non richiedere di per sé neppure una fermata. Solo poche quantità di gas diffondono nei tessuti più lenti e lenti in modo che non vengono interessati o lo sono scarsamente nella definizione delle modalità della decompressione. Occorre poi dire, per completezza, che molte volte quando si è manifestata una sintomatologia embolica, non ci troviamo di fronte a bolle di azoto sviluppatesi a seguito di un superamento dei gradienti di sicurezza, ma a fenomeni di cavitazione ossia dal crearsi nella compagine di un tessuto o nel sangue di cavità per spostamenti di un tessuto connettivo, movimenti di un muscolo, spasmi vasali, cavità nelle quali si raccoglie sotto forma di bolla il gas composto principalmente da CO2, O2 ed N2 e che darà come risultato l’insorgenza di una sintomatologia per nulla diversa (salvo il decorso successivo) da quella delle forme classiche della malattia da decompressione. E’ infatti per questo motivo che durante la
risalita alla superficie ci si deve costringere al minor numero di movimenti muscolari e far sì che non si abbiano ostacoli alla circolazione sanguigna da parte di pieghe del vestito o cinghiaggi dell’apparecchiatura impiegata o posizione degli arti o del tronco viziate. In definitiva quindi possiamo dire che le tabelle di decompressione sono state messe a punto per la massa dei soggetti; allo stato attuale delle conoscenze i loro tempi sono tali da garantire, per lo meno per le tabelle americane, la sicurezza alla quasi totalità dei soggetti, mentre per alcuni possono essere eccessive, ma nulla vieta che in un domani, ammettendo una tollerabilità media di maggiori gradienti di pressione tissurale, i tempi possano venire ulteriormente ridotti o meglio ancora messe a punto tabelle diverse e valevoli per determinati gruppi di individui classificabili somaticamente, costituzionalmente e funzionalmente a seconda del loro particolare profilo subacqueo, o per determinati e diversi tipi di attività subacquea implicanti gradi differenti di impegno fisico. In attesa di questo ipotetico sviluppo futuro continuiamo ad invitare tutti i subacquei, professionisti o meno, esperti o no a seguire sempre e scrupolosamente nei limiti del possibile le normali tabelle standard di decompressione, in particolare quelle della U.S. Navy ed a non cercare di emulare quei pochi e bravissimi professionisti del corallo che troppo empiricamente e fidando della loro esperienza e della loro possibilità giocano ogni giorno una partita d’azzardo col mare.

Giancarlo Moretti 

 

Il segreto delle tabelle, da Mondo Sommerso n° 1 1965

  

 

IL SEGRETO DELLE TABELLE

di Gianni Roghi

Dalle pericolose esperienze di due noti profondisti sembra affacciarsi qualche nuovo elemento nel calcolo dei tempi di decompressione. Non sarebbe in verità la prima volta che la pratica personale fa da battistrada alla scienza. Riferirò di una mia esperienza della scorsa stagione, nella speranza che la sua singolarità richiami l’attenzione dei fisiologi dell’immersione con autorespiratori ad aria. Aggiungerò alcune mie considerazioni, con particolare riguardo alla narcosi di profondità. Ritengo che sia un dovere di quei pochissimi che usano compiere immersioni molto profonde (oltre i 70 metri) tenere conto della loro esperienza pratica, e di riferirne ai teorici. Sono convinto infatti che soltanto questa collaborazione possa far conseguire all’uomo cognizioni sicure: quando si tratta di dare veste matematica, e cioè scientifica, a un genere di esperienze estremamente rare e condotte ai limiti della sperimentabilità fisiologica, non ho detto che il doppio di due continui a essere quattro. Sappiamo bene che soltanto certi risultati atletici hanno talora indotto i fisiologi a rivedere alcune convinzioni, già tenute per assolute. Da vari anni ho effettuato, con i miei compagni, decine di immersioni oltre i 70 e fin oltre i 90 metri, senza incidenti. Questa estate, per la prima volta, sia io che il mio compagno d’immersione Giorgio Barletta siamo stati colpiti da embolia (in forma non grave, senza cioè necessità di ricovero in camera di decompressione). Ciò non è stato dovuto a nostra imprudenza, né ad accidenti qualsiasi: abbiamo rispettato come sempre le vecchie regole. Lo strano é appunto questo, e il caso merita discussione. Nella nostra lunga esperienza, non avevamo mai effettuato due immersioni entro le sei ore alla medesima elevata profondità. Nostra abitudine era di compiere la prima alla profondità maggiore, e la seconda a quote inferiori di una ventina di metri. Per esempio: la prima immersione a 80 metri, la seconda sui 60, rispettando naturalmente la tabella per immersioni successive (quelle recenti del GERS). Questa estate abbiamo invece effettuato numerose immersioni entro tre ore e costantemente a quote tra i 70 e gli 85 metri, con punte più fonde, sia nella prima che nella seconda immersione. La differenza del nostro comportamento, in rapporto al passato, è soltanto qui. Inutile aggiungere che abbiamo sempre rispettato le tabelle per immersioni successive (ripeto: GERS), che sono ovviamente un nostro comune “strumento di lavoro”. Abbiamo inoltre rispettato le indicazioni dei nostri decompressimetri. Ciò nonostante, Giorgio Barletta ed io siamo stati colpiti da embolia insieme, alla risalita da una “seconda immersione”; io sono stato colpito una seconda volta, più seriamente, sempre dopo una “seconda immersione”, quando Barletta non si era immerso e mi trovavo invece con Fausto Zoboli, il quale ha effettuato una decompressione assai diversa dalla mia, ed è stato benissimo. Questo ricorrere dell’embolia dopo la seconda immersione, compiuta entro tre ore dalla precedente, mi ha ricordato che le embolie prese dai pescatori di corallo sono quasi di regola intervenute dopo la seconda immersione, sempre compiuta a due-tre ore dalla precedente, e alla medesima profondità media. Discesa a 80 metri in un minuto. Ma ecco il nostro caso nei particolari. Prima immersione (io e G. Barletta) su un banco di corallo con escursioni tra i 75 e gli 80 metri; durata della permanenza sul fondo: 12 minuti; lavoro medio; decompressione: 15 minuti a 6 metri, 40 minuti a 3 metri. Una decompressione, dunque, decisamente abbondante. Seconda immersione dopo tre ore e dieci minuti dalla risalita (in barca) della precedente. Quota di lavoro: 80-82 metri; permanenza: 13 minuti; decompressione: 25 minuti a 6 metri, 45 minuti a 3 metri. La lancetta del mio decompressimetro stava entrando in zona bianca, quella di G. Barletta (i decompressimetri non funzionano praticamente mai in modo identico, anche se portati allo stesso braccio di una medesima persona) era ancora nell’ultima zona rossa, quella cioè che riguarda le immersioni di durata fino a due ore. Ho tralasciato di indicare i tempi di discesa e di risalita, poiché la discesa a 80 metri di un corallaro dura circa un minuto (si scende senza cintura di piombi ma con un grande masso nel cesto in guisa di zavorra da mollare nell’atterraggio) e non ha quindi sensibili effetti sulla durata di permanenza totale, mentre la risalita è forzosamente lenta (e faticosa) per il peso del corallo nel cesto e per la pressione che ad alte quote riduce sensibilmente i volumi comprimibili del corpo e della muta. Dopo questa seconda immersione siamo stati colpiti entrambi da embolia. Il mio compagno con malessere generale, sensazione caratteristica di blocco al diaframma, dolenzia alla spalla destra, sordità, febbre a 38,7. Io con dolori molto violenti alla spalla sinistra, durati fino all’immersione del giorno successivo. Poiché risultava evidente che non eravamo colpiti in centri nervosi (midollo, eccetera), abbiamo deciso di non ricorrere alla camera di decompressione, situata a parecchie ore di distanza. Il mio compagno, ancora febbricitante il giorno appresso, ha atteso altre ventiquattr’ore per l’immersione. Da questa ha avuto benefìcio, ma gli è rimasta una certa sordità che va attenuandosi a tutt’oggi molto lentamente. Io mi sono invece immerso il giorno dopo: ho trovato sollievo alla quota di 30 metri: il dolore è scomparso del tutto ai 50 circa, e non si è più rinnovato. Per prudenza, in questa giornata mi sono limitato a una sola immersione, pur rimanendo per 15 minuti tra gli 80 e gli 85 metri nell’unica immersione effettuata, seguita da una lunghissima decompressione(un’ora e 15 minuti). Nel secondo caso, facevo coppia con Fausto Zoboli. Prima immersione tra i 76 e gli 82 metri. Permanenza sul fondo di 12 minuti scarsi. Per la decompressione, Zoboli si è fermato come suole ai 18 metri, risalendo successivamente ai 15, 12, 9, 6 e per pochissimi minuti ai 3. La durata complessiva della sua decompressione è stata di mezz’ora, con la sosta più lunga ai 9 metri (circa 16 minuti, se ben ricordo). Io mi sono attenuto alle regole “ufficiali”, andandomi a fermare molto più su, cioè ai 6 metri, con la sosta più lunga ai 3 (anche le tabelle di Albano seguono questo criterio dei 6 e dei 3 metri, con la sosta più lunga ai 3). La mia decompressione è durata complessivamente 45 minuti, un quarto d’ora più di quella di Zoboli. In barca ho discusso con Zoboli sulla questione, osservandogli che la sua solita decompressione di mezz’ora, per immersioni di una decina di minuti tra i 70 e gli 80 e più metri, era qualcosa di troppo empirico e pericoloso: avrebbe dovuto allungarla di almeno dieci minuti. Fausto Zoboli mi ha risposto che da quando effettuava questo tipo di decompressione, era sempre stato benissimo. Ha aggiunto che secondo lui, dopo immersioni così profonde e prolungate, immersioni di lavoro, la vera decompressione doveva  avvenire alla quota di 9 metri. “Se io facessi decompressioni come le fai tu”, ha detto, “cioè a partire dai 6 metri, sarei già morto da un pezzo”. Dopo tre ore siamo nuovamente scesi a 80-85 metri, con una puntata a 87-88. Abbiamo lavorato 10 minuti circa, io uno di più. Zoboli ha compiuto la sua solita decompressione di mezz’ora; io sono stato alle regole e al decompressimetro, con una decompressione di circa un’ora. Zoboli è stato benissimo, io sono stato colpito da una nuova embolia a una spalla (destra, questa volta), con dolori fortissimi, intervenuti a due ore di distanza dalla risalita in barca con intensità progressiva. Fausto Zoboli mi ha ripetuto che io ero assolutamente matto a fare decompressioni del genere, e io invano protestavo che nel giusto avrei dovuto essere io e non lui, col suo sistema empirico. Ma il fatto era che lui stava bene e io ero conciato per le feste. Tornato in porto (Santa Teresa di Gallura), sono sceso ai 15 metri per una decompressione terapeutica di un’ora, con tappe ai 9, 6 e 3 metri. Risalito, mi sono sentito molto meglio, ma non ancora perfetto: la spalla doleva ed era “pesante”, soltanto le fitte acute erano sparite. Al momento di attraccare alla banchina con la barca, un pescatore mi ha chiesto la cortesia di andargli a cercare una nassa d’aragoste, perduta nel torbido lì davanti. Ho rimesso l’apparecchio e ho esplorato il fondo, a una decina di metri di quota, per un quarto d’ora. Sono quindi risalito adagio ma direttamente, senza soste. Non sarei dovuto incorrere in inconvenienti di sorta, e invece, appena emerso, il dolore acuto alla spalla è tornato di colpo. E’ durato, in crescendo, per tutta la sera, la notte e la mattina successiva, fino a quando cioè, non mi sono nuovamente immerso per trovare guarigione. La quota di sollievo, questa volta, l’ho avuta a 70 metri! Ho poi compiuto una decompressione di due ore e dieci minuti, secondo i consigli di Zoboli, a partire dai 20 metri, con lentissima progressione fino a 9 metri, quota alla quale ho effettuato la sosta più lunga (circa un’ora). Sono risalito in barca nettamente migliorato, ma non ancora perfettamente guarito. Per riavere la spalla perfetta ho dovuto attendere altri tre o quattro giorni, con nuove immersioni molto profonde seguite da decompressioni molto lunghe e sempre a partire da quote basse, dai 15 ai 9 metri. Oggi non ho il minimo risentimento, e le spalle reggono egregiamente anche se sottoposte a fatica grave (ho provato, per esempio, nel sollevamento pesi).L’embolia alle spalle, dirò tra parentesi, è abbastanza frequente nei sommozzatori che usano compiere lavori, e ciò è probabilmente dovuto alla posizione verticale che essi generalmente assumono in acqua (mentre lo sportivo, il pescatore, sta in posizione prevalentemente orizzontale od obliqua) Nella posizione verticale, il peso dell’autorespiratore è sostenuto dagli spallacci, i quali premono sulle spalle e rendono difficoltosa la circolazione. Il peso effettivo dell’apparecchio in acqua, com’è noto, è di pochi chili anche se esso sia molto carico oppure decisamente “negativo”; ma occorre ricordare che la circolazione sanguigna periferica è anche alquanto ostacolata, a grandi profondità, dalla pressione esercitata sulla pelle dalla muta di neoprene espanso; chi lavora, infine, muove le braccia tenendo le mani all’altezza del viso, per ragioni di visibilità: tutte circostanze che pongono la spalla in condizioni di fatica circolatoria, se così posso esprimermi. Questo fatto noi lo avvertiamo in modo diretto, con un senso di affaticamento e pesantezza, che si fa particolarmente intenso durante certe lunghe decompressioni, quando c’è mare mosso e non si riesce a stare attaccati alla cima della barca in un modo quieto e regolare: la spalla subisce continuamente strappi, colpi e contraccolpi, molto spesso il sommozzatore deve mettersi in posizione orizzontale, con il braccio teso per tenersi alla corda, e così è sempre la spalla a fare le spese di un notevole sforzo. Per concludere sulla questione della decompressione, noterò ancora che se è risaputo che vi sono individui predisposti a subire eventi embolici, né io né Giorgio Barletta lo siamo, per un’obbiettiva e vecchia esperienza di centinaia di immersioni. Rimane dunque da ammettere che, sul piano pratico, dopo una seconda immersione ad alta profondità entro poche ore dalla precedente anch’essa molto profonda, è più sicura una decompressione empirica del tipo messo in atto da Fausto Zoboli, che non una decompressione del tipo indicato dalle moderne tabelle. Evidentemente questo caso-limite va ristudiato. Personalmente, ho adottato il sistema di Zoboli (lunga sosta ai 9 metri e brevissima ai 3) e mi sono trovato benissimo. Ma tutto questo è maledettamente empirico, e mi piacerebbe tanto che uno dei nostri amici medici me lo spiegasse per bene. Sarebbe anche estremamente interessante sapere con precisione il tipo di decompressione usato da altri profondisti di mestiere: sono così pochi che due mani sono fin troppe per contarli sulle dita; ma appunto per questo ogni loro personale esperienza è doppiamente preziosa, io ho raccontato umilmente la mia; vorranno fare altrettanto i miei gentili colleghi? Coraggio, non si tratta di segreti atomici.

 

 

Il segreto delle tabelle

di Gianni Roghi

Dalle pericolose esperienze di due noti profondisti sembra affacciarsi qualche nuovo elemento nel calcolo dei tempi di decompressione. Non sarebbe in verità la
prima volta che la pratica personale fa da battistrada alla scienza.

Riferirò di una mia esperienza della scorsa stagione, nella speranza che la sua singolarità richiami l’attenzione dei fisiologi dell’immersione con autorespiratori ad aria. Aggiungerò alcune mie considerazioni, con particolare
riguardo alla narcosi di profondità.
Ritengo che sia un dovere di quei pochissimi che usano compiere immersioni molto profonde (oltre i 70 metri) tenere conto della loro esperienza pratica, e di riferirne ai teorici. Sono convinto infatti che soltanto questa collaborazione possa far conseguire all’uomo cognizioni sicure: quando si tratta di dare veste matematica, e cioè scientifica, a un genere di esperienze estremamente rare e condotte ai limiti della sperimentabilità fisiologica, non ho detto che il doppio di due continui a essere quattro. Sappiamo bene che soltanto certi risultati atletici hanno talora indotto i fisiologi a rivedere alcune convinzioni, già tenute per assolute. Da vari anni ho effettuato, con i miei
compagni, decine di immersioni oltre i 70 e fin oltre i 90 metri, senza incidenti. Questa estate, per la prima volta, sia io che il mio compagno d’immersione Giorgio Barletta siamo stati colpiti da embolia (in forma non grave, senza cioè necessità di ricovero in camera di decompressione). Ciò non è stato dovuto a nostra imprudenza, né ad accidenti qualsiasi: abbiamo rispettato come sempre le vecchie regole. Lo strano é appunto questo, e il caso merita discussione.
Nella nostra lunga esperienza, non avevamo mai effettuato due immersioni entro le sei ore alla medesima elevata profondità. Nostra abitudine era di compiere la
prima alla profondità maggiore, e la seconda a quote inferiori di una ventina di metri. Per esempio: la prima immersione a 80 metri, la seconda sui 60, rispettando naturalmente la tabella per immersioni successive (quelle recenti del GERS). Questa estate abbiamo invece effettuato numerose immersioni entro tre ore e costantemente a quote tra i 70 e gli 85 metri, con punte più fonde, sia nella prima che nella seconda immersione. La differenza del nostro comportamento, in rapporto al passato, è soltanto qui. Inutile aggiungere che abbiamo sempre rispettato le tabelle per immersioni successive (ripeto: GERS), che sono ovviamente un nostro comune “strumento di lavoro”. Abbiamo inoltre rispettato le indicazioni dei nostri decompressimetri. Ciò nonostante, Giorgio Barletta ed io siamo stati colpiti da embolia insieme, alla risalita da una “seconda immersione”; io sono stato colpito una seconda volta, più seriamente,
sempre dopo una “seconda immersione”, quando Barletta non si era immerso e mi trovavo invece con Fausto Zoboli, il quale ha effettuato una decompressione
assai diversa dalla mia, ed è stato benissimo.
Questo ricorrere dell’embolia dopo la seconda immersione, compiuta entro tre ore dalla precedente, mi ha ricordato che le embolie prese dai pescatori di corallo
sono quasi di regola intervenute dopo la seconda immersione, sempre compiuta a due-tre ore dalla precedente, e alla medesima profondità media.
Discesa a 80 metri in un minuto. Ma ecco il nostro caso nei particolari. Prima immersione (io e G. Barletta) su
un banco di corallo con escursioni tra i 75 e gli 80 metri; durata della permanenza sul fondo: 12 minuti; lavoro medio; decompressione: 15 minuti a 6 metri, 40 minuti a 3 metri. Una decompressione, dunque, decisamente abbondante.
Seconda immersione dopo tre ore e dieci minuti dalla risalita (in barca) della precedente. Quota di lavoro: 80-82 metri; permanenza: 13 minuti; decompressione:
25 minuti a 6 metri, 45 minuti a 3 metri. La lancetta del mio decompressimetro stava entrando in zona bianca, quella di G. Barletta (i decompressimetri non funzionano praticamente mai in modo identico, anche se portati allo stesso braccio di una medesima persona) era ancora nell’ultima zona rossa, quella cioè che riguarda le immersioni di durata fino a due ore. Ho tralasciato di indicare i tempi di discesa e di risalita, poiché la discesa a 80 metri di un corallaro dura circa un minuto (si scende senza cintura di piombi ma con un grande masso
nel cesto in guisa di zavorra da mollare nell’atterraggio) e non ha quindi sensibili effetti sulla durata di permanenza totale, mentre la risalita è forzosamente lenta (e faticosa) per il peso del corallo nel cesto e per la pressione che ad alte quote riduce sensibilmente i volumi comprimibili del corpo e della muta. Dopo questa seconda immersione siamo stati colpiti entrambi da embolia. Il mio compagno con malessere generale, sensazione caratteristica di
blocco al diaframma, dolenzia alla spalla destra, sordità, febbre a 38,7. Io con dolori molto violenti alla spalla sinistra, durati fino all’immersione del giorno successivo. Poiché risultava evidente che non eravamo colpiti in centri nervosi (midollo, eccetera), abbiamo deciso di non ricorrere alla camera di decompressione, situata a parecchie ore di distanza dal mio compagno, ancora
febbricitante il giorno appresso, ha atteso altre ventiquattr’ore per l’immersione. Da questa ha avuto benefìcio, ma gli è rimasta una certa sordità che va attenuandosi a tutt’oggi molto lentamente. Io mi sono invece immerso il giorno dopo: ho trovato sollievo alla quota di 30 metri: il dolore è scomparso del tutto ai 50 circa, e non si è più rinnovato. Per prudenza, in questa
giornata mi sono limitato a una sola immersione, pur rimanendo per 15 minuti tra gli 80 e gli 85 metri nell’unica immersione effettuata, seguita da una
lunghissima decompressione (un’ora e 15 minuti). Nel secondo caso, facevo coppia con Fausto Zoboli. Prima
immersione tra i 76 e gli 82 metri. Permanenza sul fondo di 12 minuti scarsi.
Per la decompressione, Zoboli si è fermato come suole ai 18 metri, risalendo successivamente ai 15, 12, 9, 6 e per pochissimi minuti ai 3. La durata complessiva della sua decompressione è stata di mezz’ora, con la sosta più lunga ai 9 metri (circa 16 minuti, se ben ricordo). Io mi sono attenuto alle regole “ufficiali”, andandomi a fermare molto più su, cioè ai 6 metri, con la sosta più lunga ai 3 (anche le tabelle di Albano seguono questo criterio dei 6 e dei 3 metri, con la sosta più lunga ai 3). La mia decompressione è durata complessivamente 45 minuti, un quarto d’ora più di quella di Zoboli.
In barca ho discusso con Zoboli sulla questione, osservandogli che la sua solita decompressione di mezz’ora, per immersioni di una decina di minuti tra i 70 e
gli 80 e più metri, era qualcosa di troppo empirico e pericoloso: avrebbe dovuto allungarla di almeno dieci minuti. Fausto Zoboli mi ha risposto che da quando
effettuava questo tipo di decompressione, era sempre stato benissimo. Ha aggiunto che secondo lui, dopo immersioni così profonde e prolungate, immersioni
di lavoro, la vera decompressione doveva  avvenire alla quota di 9 metri. “Se io facessi decompressioni come le fai tu”, ha detto, “cioè a partire dai 6 metri, sarei già morto da un pezzo”.
Dopo tre ore siamo nuovamente scesi a 80-85 metri, con una puntata a 87-88.
Abbiamo lavorato 10 minuti circa, io uno di più. Zoboli ha compiuto la sua solita decompressione di mezz’ora; io sono stato alle regole e al decompressimetro, con una decompressione di circa un’ora. Zoboli è stato benissimo, io sono stato colpito da una nuova embolia a una spalla (destra, questa volta), con dolori fortissimi, intervenuti a due ore di distanza dalla risalita in barca con intensità progressiva. Fausto Zoboli mi ha ripetuto che io ero assolutamente matto a fare decompressioni del genere, e io invano protestavo che nel giusto avrei dovuto essere io e non lui, col suo sistema empirico. Ma il fatto era che lui stava bene e io ero conciato per le feste.
Tornato in porto (Santa Teresa di Gallura), sono sceso ai 15 metri per una decompressione terapeutica di un’ora, con tappe ai 9, 6 e 3 metri. Risalito, mi sono sentito molto meglio, ma non ancora perfetto: la spalla doleva ed era
“pesante”, soltanto le fitte acute erano sparite. Al momento di attraccare alla banchina con la barca, un pescatore mi ha chiesto la cortesia di andargli a
cercare una nassa d’aragoste, perduta nel torbido lì davanti. Ho rimesso l’apparecchio e ho esplorato il fondo, a una decina di metri di quota, per un quarto d’ora. Sono quindi risalito adagio ma direttamente, senza soste. Non
sarei dovuto incorrere in inconvenienti di sorta, e invece, appena emerso, il dolore acuto alla spalla è tornato di colpo. E’ durato, in crescendo, per tutta la sera, la notte
e la mattina successiva, fino a quando cioè, non mi sono nuovamente immerso per trovare guarigione. La quota di sollievo, questa volta, l’ho avuta a 70 metri!
Ho poi compiuto una decompressione di due ore e dieci minuti, secondo i consigli di Zoboli, a partire dai 20 metri, con lentissima progressione fino a 9 metri, quota alla quale ho effettuato la sosta più lunga (circa un’ora). Sono risalito in barca nettamente migliorato, ma non ancora perfettamente guarito. Per riavere la spalla perfetta ho dovuto attendere altri tre o quattro giorni, con nuove
immersioni molto profonde seguite da decompressioni molto lunghe e sempre a partire da quote basse, dai 15 ai 9 metri. Oggi non ho il minimo risentimento, e le spalle reggono egregiamente anche se sottoposte a fatica grave (ho provato, per esempio, nel sollevamento pesi).
L’embolia alle spalle, dirò tra parentesi, è abbastanza frequente nei sommozzatori che usano compiere lavori, e ciò è probabilmente dovuto alla posizione verticale che essi generalmente assumono in acqua (mentre lo sportivo, il pescatore, sta in posizione prevalentemente orizzontale od obliqua) Nella posizione verticale, il peso dell’autorespiratore è sostenuto dagli spallacci, i quali premono sulle spalle e rendono difficoltosa la circolazione. Il peso effettivo dell’apparecchio in acqua, com’è noto, è di pochi chili anche se esso sia molto carico oppure decisamente “negativo”; ma occorre ricordare che la circolazione sanguigna periferica è anche alquanto ostacolata, a grandi profondità, dalla pressione esercitata sulla pelle dalla muta di neoprene espanso; chi lavora, infine, muove le braccia tenendo le mani all’altezza del viso, per ragioni di visibilità: tutte circostanze che pongono la spalla in condizioni di fatica circolatoria, se così posso esprimermi. Questo fatto noi lo avvertiamo in modo diretto, con un senso di affaticamento e pesantezza, che si fa particolarmente intenso durante certe lunghe decompressioni, quando c’è mare mosso e non si riesce a stare attaccati alla cima della barca in un modo quieto e regolare: la spalla subisce continuamente strappi, colpi e contraccolpi, molto spesso il sommozzatore deve mettersi in posizione orizzontale, con il braccio teso per tenersi alla corda, e così è sempre la spalla a fare le spese di un notevole sforzo.
Per concludere sulla questione della decompressione, noterò ancora che se è risaputo che vi sono individui predisposti a subire eventi embolici, né io né Giorgio Barletta lo siamo, per un’obbiettiva e vecchia esperienza di centinaia di immersioni. Rimane dunque da ammettere che, sul piano pratico, dopo una seconda immersione ad alta profondità entro poche ore dalla precedente anch’essa molto profonda, è più sicura una decompressione empirica del tipo messo in atto da Fausto Zoboli, che non una decompressione del tipo indicato dalle moderne tabelle. Evidentemente questo caso-limite va ristudiato. Personalmente, ho adottato il sistema di Zoboli (lunga sosta ai 9 metri e brevissima ai 3) e mi sono trovato benissimo. Ma tutto questo è maledettamente empirico, e mi piacerebbe tanto che uno dei nostri amici medici me lo spiegasse per bene.
Sarebbe anche estremamente interessante sapere
con precisione il tipo di decompressione usato da altri profondisti di mestiere: sono così pochi che due mani sono fin troppe per contarli sulle dita; ma appunto
per questo ogni loro personale esperienza è doppiamente preziosa, io ho raccontato umilmente la mia; vorranno fare altrettanto i miei gentili colleghi?
Coraggio, non si tratta di segreti atomici.

 

Nella giungla di corallo

da L’illustrazione italiana 1953


La spedizione italiana nel Mar Rosso ha perlustrato i fondi marini per quattro mesi scoprendo che veramente l’uomo non sa nulla dell’affascinante mondo subacqueo

“Il 25 giugno di quest’anno, entrava nel porto a Napoli, tossicolosa al motore e rive­stita sotto carena da una foresta di barbe d’alghe, quasi avesse ripetuto la circumnavigazione di Magellano, la motonave «Formica». Veniva dal Mar Rosso, e riportava in Italia, dopo sei mesi esatti, la spedizione italiana subacquea. Sei uomini d’azione, due donne e tre tecnici: centoventi giorni di intenso lavoro soprattutto nell’arcipelago eritreo delle centoventicinque isole Dahlak. Centoventi giorni di lavoro riassunti in una memoria di tre pagine dattiloscritte inviate al Governo.

«Sono stati raccolti — si legge al punto cruciale — pesci di interesse scientifico per circa 4000 kg., dei quali circa 400 conservati sotto formalina o alcool o essiccati, con uno scarto quindi di uno a dieci, cioè con criterio di elevata selezione. Sono state raccolte circa 300 specie di molluschi, circa 30 specie di echinodermi, circa 40 specie di celenterati (soprattutto madreporari e corallari), nonché un elevato numero di poriferi, vermi, tunicati crostacei, raccolte planctoniche, il tutto contenuto in 53 casse apposite. È stata effettuata una collezione di crani d’uccelli locali. In complesso, si calcola di avere raccolto oltre 700 campioni diversi, per lo più in duplo o in triplo, risultato senza precedenti nella storia delle spedizioni scientifiche marine. Tale risultato è stato raggiunto soprattutto grazie all’adozione dei metodi diretti in ambiente subacqueo, e quando tra due anni circa il materiale sarà stato particolareggiatamente classificato in laboratorio, un cospicuo apporto si sarà ottenuto alla conoscenza della biologia delle barriere coralline e del fondo marino in generale. Come anticipazione a tale risultato è da prevedere la presenza di una forte aliquota di animali marini o del tutto sconosciuti, o inesistenti presso Musei o non segnalati in Mar Rosso fino ad oggi.»

Ma ciò che la laconica relazione non reca è il «come» tutto questo è stato conseguito, il «come» umano. Gli uomini della «Formica» non avevano conosciuto mai l’ambiente subacqueo tropicale, e ben sapevano che si sarebbero incontrati a tu per tu con torme di squali (e gli squali del Mar Rosso avevano ed hanno la fama di peggiori), che avrebbero corso rischi continui e imprevedibili, che ogni minuto delle mille ore di lavoro in fondo al mare avrebbe potuto segnare la disgrazia. Ma l’ingresso nel nuovo mondo li trovava fiduciosi e preparati.

A conti fatti, i rischi si dimostrarono assai inferiori all’attesa: gli squali non attaccaro­no, e su di essi si poterono condurre studi e osservazioni assai importanti senza subirne danni; le murene giganti aggredirono, ma l’abilità e la fortuna degli aggrediti scongiurò ogni sventura; le mante di una tonnellata e di sei metri d’apertura alare (chiamando ali le pinne) turbinarono selvaggiamente attorno agli uomini immersi o ai barchini d’appoggio senza fare strage; i famosi barracuda, lucci di mare che incontrammo lunghi fino a due metri e con denti da pantera, ci guardarono da vicino ma senza pretendere di assaggiare le nostre gambe e le nostre braccia. Insomma, la giungla di corallo ci fu benigna, anche se, per incidenti vari, non un uomo solo della squadra evitò serie ferite, prodotte dagli animali, dai coralli, dai traumi inevitabili di una vita proiettata fuori dai confini del nostro mondo.

Oggi possiamo dire: la giungla di corallo, di giorno, non è pericolosa, escludendo fortuiti accidenti. Non è pericolosa, s’intende, per l’uomo subacqueo capace, perché un bagnante qualsiasi, un naufrago, uno sconsiderato, avrebbe forse poche probabilità di sopravvivere.

 

Pericolosissima diviene, invece, di notte, allorquando la legge mortale di questa giungla equorea batte il suo tam-tam: la legge della caccia. Di notte il mare tropicale ribolle, tutte le sue creature sono in fuga o in caccia, e i silenziosi fondali diventano campo di terribili battaglie. Mal ne incoglierebbe a quell’uomo che vi si trovasse in mezzo: gli uomini, per i pesci, sono pesci: di notte, la legge varrebbe anche per loro.

Ma tutte queste cose, e infinite altre, i «formichieri», com’essi stessi usavano chiamarsi, possono dichiararle ora, che le hanno sapute e viste.

Difficile ed emozionante è stato il salire la scala di questa nuova conoscenza. Quando Gigi Stuart si trovò faccia a faccia con un barracuda di due metri, nell’acqua torbida, e deliberatamente gli sparò (era il quarto giorno d’immersioni in Mar Rosso), sapeva soltanto, da letture fatte, che il barracuda era considerato in quasi tutto il mondo un pesce forse più pericoloso del pescecane, e furibondo ed aggressivo. Quando io e Francesco Baschieri ci trovammo per la prima volta circondati sott’acqua da sette squali, credevamo ancora, per esperienze altrui, che quando i pescecani fanno gruppo, come i lupi, è il momento del pericolo. Quando Raimondo Bucher sparò a una manta di un quintale e mezzo in mezzo al porto di Massaua, tristemente celebre per i divoramenti di marinai caduti in acqua, certo non sapeva come sarebbe finita. Allorché Bruno Vallati colpì con una freccia uno squalo di quasi due metri, ben ricordava che ogni autore di cose marine parlava di reazioni poco piacevoli degli squali feriti. E si continuerebbe per un pezzo, per tutta la cronaca di quattro mesi sotto il mare.

La spedizione, d’altra parte, ebbe fortuna: incontrò, con una squadra o con l’altra, tutti gli animali giganti e celebri di quelle acque tropicali: mante di quintali, uno squalo balena di 14 metri, capodogli in schiera, una mandria di globicefali di otto metri, specie di capodogli, in alto mare, in mezzo ai quali non esitarono a cacciarsi quattro dei nostri… E di tutto ciò rimane documentazione fotografica eccellente, metodica, inappuntabile, in bianco e nero e a colori, sott’acqua e sopra, docu­mentazione quale nessuna spedizione marina al mondo ha potuto sinora raccogliere. Gran parte del merito di questo secondo risultato spetta ai tecnici Quilici, Ravelli e Manunza, che hanno rischiato quanto gli altri.

Un passo avanti, dunque, quello degli italiani subacquei «al servizio della scienza». E così come tutti gli scalatori dell’Everest hanno formato una ideale cordata unica, fino a consentire la conquista estrema, egualmente gli sforzi congiunti delle scuole subacquee più progredite e audaci nel mondo sta formando cordata per la scoperta e la conquista del «sesto continente».

Ci si potrebbe ora chiedere perché. Perché l’uomo, sempre in corsa verso nuove conquiste, abbia atteso tanti anni a indagare questo grande mistero che lo circonda: il mare. L’Everest, l’ultimo quadratino di terra emersa non domato, è stato raggiunto; già si pensa alla Luna, e si progettano pianeti artificiali per il balzo definitivo. Il mare, no. Al mare si guarda soltanto da pochi anni (poche ore, al confronto della lunga storia umana). Perché? Difficile spiegarlo: certo è che, accortisi del ritardo, gli uomini veramente hanno ora scaenato la «corsa all’oceano». L’Everest era un punto d’onore, un fatto di prestigio prima umano e poi nazionale; la Luna è un fatto di curiosità (almeno per il prossimo futuro) ; il mare, invece, che copre oltre i tre quinti del pianeta nostro, che possiede voragini ben più alte e vaste di un povero Everest qualsiasi, l’immenso oceano è un fatto di vita. Queste affrettate considerazioni basteranno forse a spiegare i motivi e i limiti della Spedizione Nazionale Subacquea. Come per l’assalto all’Himalaya, le Nazioni alpiniste si sono specializzate su determinate cime (Annapurna, i francesi; Everest, gli inglesi e gli svizzeri; Nanga Parbat, i tedeschi; K 2, gli americani e gli italiani), così anche per l’esplorazione del mare si vanno creando specialità: record di profondità e studi della biologia degli abissi trovano in gara americani, francesi e un solitario, Piccard; la cinematografia subacquea vede ancora a parità francesi, il solitario Hass e gli italiani; le immersioni ed esplorazioni a corpo libero, con autorespiratori e non, hanno in testa francesi ed italiani. E gli italiani, con la spedizione in Mar Rosso, sono scattati avanti di molte lunghezze in fatto di studi e raccolte di animali tropicali dei mari di corallo. In questi mari la vita biologica è la più intensa, la più fantastica, la più ricca di forme e di possibilità d’esistenza: nella giungla silenziosa delle barriere coralline la vita del pianeta Terra giunge al diapason. Nella giungla pietrificata il piccolo smanioso «Re della Natura» s’accorge veramente di non sapere niente o quasi dei tre quinti del suo presunto regno”.
Foto 1: Una murena tropicale. La spedizione ha catturato una trentina di questi velenosi serpenti di mare, e ha potuto constatare che sono gli animali più pericolosi delle barriere coralline

Foto 2: Luigi Stuart Tovini, membro della spedizione italiana nel Mar Rosso, cattura vivo un pellicano dopo avergli sparato in un’ala con un fucile subacqueo. La spedizione ha svolto quattro mesi di lavoro effettivo e ha riportato un grande successo scientifico e documentario

Foto 3: Un «subacqueo» della spedizione italiana nel Mar Rosso stacca dal calcare corallino una specie rara di madrepora

Foto 4: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».

Foto 5: La cattura di un luminoso pesce angelo

Foto 6: Un «subacqueo» mentre cattura uno squalo nutrice, inoffensivo per l’uomo. Gli uomini della spedizione per impadronirsi degli esemplari marini interessanti, hanno usato tutti gli attrezzi di pesca: reti, delfiniere, coffe, filaccioli, fucili subacquei, retini, cariche di gelatina

Foto 7: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».

 

 

 

Il Vascello dei fantasmi – L’inestricabile “giallo” della “HEDIA”

da L’Europeo, n° 52  1962

L’ultimo colpo di scena, a nove mesi dalla scomparsa della nave: i marinai riconosciuti in una fotografia dalle famiglie non possono essere loro. E allora?

Sono seduto in un discreto salotto dalle parti di Campo Sant’Angelo, bevo il vermut che mi offrono due signore, sul tavolo sono sparse alcune fotografie. Le due signore puntano il dito su un uomo delle fotografie e dicono: “Questo è mio marito”, e “questo è mio fratello”. C’è anche una terza signora, venuta a parlare col giornalista, la quale punta il dito su un secondo uomo della fotografia e dice: “Questo è mio figlio”. Ma c’è una probabilità su un milione che i due uomini siano marito e fratello, e il figlio di queste tre signore. Queste tre signore quasi sicuramente si sbagliano. E invece si arrabbiano: “Come facciamo a non riconoscere i nostri cari, che sono scomparsi da appena nove mesi!”. Ecco: è l’ultimo atto del più incredibile “giallo” marinaro di questo secolo. E bisogna che ve lo riferisca da capo, altrimenti, perdendo una sola battuta, finiremmo per non capirci più niente.

Il 16 febbraio scorso parte da Ravenna una nave di 4.300 tonnellate che si chiama Hedia. È una vecchia barca svedese del 1919, rimessa in sesto più volte: l’ultima, proprio prima di iniziare il nuovo viaggio: una ventina di giorni in un cantiere veneziano. Una vecchia, buona, onesta barca. Una volta si chiamava Milly, poi Generous, adesso Hedia, e nonostante sia italiana (equipaggio italiano, porti, cantieri, commerci italiani) appartiene ufficialmente alla Compagnia Naviera General S. A. di Panama e batte bandiera non già panamense bensì liberiana (Africaoccidentale). Il solito pastrocchio delle bandiere ombra, per eludere il fisco e conseguire altri vantaggi nei contratti con l’equipaggio. A Venezia parlo con marinai già a suo tempo imbarcati sulla Hedia, parlo con sindacalisti della “Gente di mare”, con gente di cantiere: la voce unanime indica quale vero armatore, o almeno quale principale caratista, il capitano Giuseppe Patella, un barese che vive a Venezia da molti anni. Vado a trovare il capitano Patella. Un uomo robusto, diffidente. “È lei l’armatore della Hedia?”, gli chiedo. “Ma nemmeno per sogno”, salta su, “io sono soltanto l’agente della compagnia di Panama”. E dopo avermi spiegato che la Hedia è affondata perché c’era mare a forza 14, e questo per un capitano è un po’ curioso perché la massima forza è 10, mi consiglia di andare a chiedere notizie al suo avvocato.

Così la Milly-Generous-Hedia, svedese-italo-liberiana-panamense, salpa da Ravenna carica di concimi chimici, diretta in Spagna. L’equipaggio è di diciannove italiani e un marinaio di Cardiff. Tutto bene fino a Tarragona e poi Burriana. Da Burriana la Hedia riparte vuota (o con misteriose cassette? ) il 5 marzo diretta a Casablanca. La faccenda delle cassette è un borbottio che circola ancora adesso, ma stabilire chi l’abbia messa in giro è ormai impossibile: nessuno conferma, nessuno smentisce. I1 nostro ministero degli Affari Esteri, in un esposto ufficiale, a un certo punto scrive così: “Non si può escludere che la nave abbia imbarcato in Spagna o in Marocco delle armi destinate a qualcuna delle parti contendenti in Algeria (FLN od OAS)”. A Venezia c’è chi mi dice: “Ma no, lei sa benissimo che tutti gli ufficiali dei cargo, un po’ di contrabbando lo fanno sempre, per arrotondare. Ma sono sigarette, whisky, mica armi”.

Armi o whisky, la Hedia tocca Casablanca, carica quattromila tonnellate di fosfati da portare a Porto Marghera senza più scali. Ma a Casablanca, come nei film, comincia il mistero. Nessun parente dei marinai e degli ufficiali riceverà mai posta da Casablanca, nemmeno una cartolina. Per gli ufficiali si può anche capire: per loro è routine, ma nell’equipaggio ci sono ragazzi al primo imbarco; possibile che nemmeno uno resista alla tentazione di farsi vivo dalla favolosa Casablanca? L’ultima lettera dalla Hedia, scritta l’8 marzo in navigazione tra Burriana e il Marocco, e col timbro di Casablanca, è dell’ufficiale in seconda Elio Dell’Andrea, indirizzata a un suo amico veneziano, Oliviero Buti, comandante di marina. Il Dell’Andrea, che ha venticinque anni, deve riconoscenza al Buti perché costui, amico del comandante Patella (l’agente o caratista della Hedia), gli ha procurato l’imbarco sulla nave. Il Buti telefona alla madre del Dell’Andrea e le legge una parte della lettera. La madre, dopo la tragedia, chiederà ripetutamente di vedere questa lettera (l’ultimo scritto del suo unico figliolo, e lei è vedova), ma il Buti si rifiuterà, e anzi rifiuterà anche ad altri di mostrarla.

Ora io sono davanti alla signora Anna Dell’Andrea, appunto la madre che vorrebbe vedere la lettera del figlio, e le chiedo che cosa il Buti le lesse per telefono. La signora ricorda il brano a memoria, parola per parola: “Non ho mai visto il comandante d’umore così nero, specie in questo momento che stiamo facendo il carico. Quando arrivo a Venezia questo viaggio non lo faccio più”. Io ci trovo una contraddizione: come faceva, il suo figliolo, a dire “stiamo facendo il carico” se era in navigazione? La signora non sa, mi ripete la frase scandendo macchinalmente le parole.

I tempi stringono, la tragedia è vicina. La Hedia salpa da Casablanca il 10 marzo, passa Gibilterra, cammina lungo la costa algerina. I1 14 marzo l’agente o caratista Patella, a Venezia, riceve un cablo. Me ne viene mostrata una copia fotostatica: “1.000 Galita 6512 n807 persistendo passeremo sud Sicilia Hedia”. Traduzione: ore 10, posizione La Galita (un’isoletta davanti alle coste tunisine), 65, numero giri motore (normale), 12 tonnellate di consumo carburante, mare forza 8 da nord, velocità navigazione 7 nodi; se la mareggiata da tramontana persisterà passeremo sottovento, la firma.

Mare forza 8 significa burrasca molto grave, con onde a spigolo vivo, nel Mediterraneo, di cinque-sei metri. Altre navi, nel Canale di Sicilia, segnalano il guaio, ma tutte resistono: soltanto la Hedia sparisce. Giù a picco? Non si sa. Quel cablo è l’ultimo messaggio arrivato. Da rilevare che la moglie del comandante Federico Agostinelli, a Fano, possiede una radio ricevente sintonizzata sulla medesima onda della trasmittente di bordo della Hedia: ogni giorno, con i due figli, è solita ascoltare a una certa ora notizie del marito. Ma trascorre il giorno 14, e poi il 15, il 16 e il 17 e il 18: niente. Telefona allora al capitano Patella, il quale dice di non preoccuparsi: nessuna nuova, buona nuova; la nave starà risalendo l’Adriatico. Il giorno 19 si trovano radunati sul molo di Venezia numerosi familiari degli ufficiali e dei marinai, spiano inutilmente l’orizzonte. Al 20 è dato l’allarme, si muovono i consoli liberiani a Venezia e a Palermo (italiani, naturalmente), l’ambasciata a Roma, il comando Marisicilia di Messina, la capitaneria di Palermo, la Finanza, il consolato inglese (per quel marinaio di Cardiff), le autorità tunisine e la flotta USA in viaggio per quelle acque. Il Canale di Sicilia viene percorso da mezzi navali e aerei: niente.

La gente di mare comincia a fare due considerazioni: 1) è incredibile che una nave affondi senza riuscire a comunicare almeno di trovarsi in difficoltà: le radiotrasmittenti sono sempre due, e poi c’è anche il dispositivo di SOS automatico: basta schiacciare un pulsante: 2) è incredibile che una nave di 4.300 tonnellate affondi senza lasciare traccia: qualcosa, a galla, ne rimane sempre, scialuppe, bidoni, tavole, cadaveri e soprattutto nafta; la nafta, più leggera dell’acqua, sfugge sempre verso la superficie attraverso gli sfiatatoi dei serbatoi, e tonnellate di nafta fanno un lago di mare calmo e verdastro largo magari due chilometri: impossibile non vederlo, impossibile che non arrivi sulla costa insozzando miglia e miglia di spiaggia, impossibile che non venga scorto nel Canale di Sicilia, un budello in cui s’incrociano decine di navi e pescherecci al giorno.

Soltanto il 26 marzo viene data notizia che il giorno 19 tre pescherecci italiani hanno trovato nelle acque di Lampedusa due salvagente e una cintura di salvataggio appartenenti alla Hedia, con sopra scritto il nome. La notizia non spiega niente: una burrasca forza 8 può strappare dalla tolda ben altro che un paio di salvagente. Non solo, ma c’è un’altra faccenda misteriosa.

I1 22, radio Malta fa sapere al Marisicilia di avere intercettato da radio Tunisi questa notizia: “Capitano porto Tunisi segnala nave liberiana Hedia cessate trasmissioni dal 21 marzo ore 10.14, sembra in difficoltà posizione La Galita stop navi in vicinanze diano notizie”. Il mistero è già questo: la Hedia si è dibattuta in difficoltà intorno a La Galita dal giorno 14 al 21, senza mai essere vista da altre navi, senza avere mai lanciato SOS? Inoltre: i salvagente sono stati trovati il 19, e la Hedia comunicava ancora il 21!

Ma con radio Tunisi comincia il mistero internazionale; radio Tunisi, interpellata dal nostro consolato, risponde confermando (verbalmente) il suo dispaccio. Subito dopo lo smentisce (per iscritto): mai diffuso cablogrammi del genere. Alla richiesta di spiegazioni, risponde con un tenace e impenetrabile silenzio.

Segue una fase di stanchezza. Gli unici a tenere ancora il fiato sono i parenti degli uomini dell’equipaggio; gli altri si mettono il cuore in pace: quante storie, è affondata e stop.

Uno dei parenti, Romeo Cesca, padre del marconista Claudio Cesca, triestino, non si dà per vinto. Ed ecco ciò che racconta: “Telegrafai al presidente della Repubblica, a Fanfani, ai ministeri, a radio Tunisi, alla Rai, a tutti: mi sentii dire parole, assicurazioni, parole. I1 27 marzo ricevo finalmente una telefonata dal ministero della Marina Mercantile: mi dicono che la nave sta lentamente risalendo l’Adriatico. Matto di gioia, dopo dieci giorni, corro a Venezia e tutto il 28 e il 29 li passo sul molo. Arrivano navi e navi, e a ogni prua che si affaccia io muoio di speranza. La Hedia non arriva. Ritelefono il 30 al ministero. Mi avvertono che si sono sbagliati, che smentiscono e tanti saluti”.

La stanchezza ha ormai preso anche i parenti, alcuni mettono il lutto. Ma Romeo Cesca no, lui vuole sapere. Chiama un suo cugino, gli dà i soldi e lo spedisce in Tunisia. I1 cugino parte e sta in Tunisia una settimana, parla con tutte le autorità e persino con il comandante francese della base di Biserta. Non cava un ragno dal buco. Chiede allora di potere svolgere ricerche personali sulla costa, e a questo punto i tunisini si seccano e fanno il muso duro. Ma il cugino è un tipo sveglio, s’imbarca di notte su un peschereccio, da clandestino, e gira per le piccole isole della costa, La Galita compresa. Niente. Allora sbarca, noleggia una moto e si fa tutto il litorale fra Biserta e l’Algeria camminando per le spiagge a cercare la nafta o cadaveri o relitti qualsiasi, domanda in tutti i villaggi. Niente.

Intanto la fidanzata del marconista Cesca si appella alla Croce Rossa. Il quotidiano tunisino La Presse pubblica un articolo sulla questione, e dopo qualche tempo fa gentilmente sapere alla signorina, che si chiama Gabriella Alberti, che l’unico risultato conseguito è stato una violenta “protesta” del ministero della Guerra francese. Stupore di chi segue la faccenda: che c’entra il ministero della Guerra francese? Che cosa può avere scritto di tanto grave il quotidiano tunisino? Perché le autorità tunisine e francesi sono tanto suscettibili ogni volta che si parla della Hedia?

Così viene fuori la storia del siluramento.  La voce prende corpo negli ambienti del nostro ministero della Difesa marina. La Hedia sarebbe stata dirottata dalla tempesta sulle rotte fantasma dei cargo che portano armi, e una nave da guerra, per sbaglio o diciamo per eccesso di zelo, l’avrebbe mandata a picco con un siluro magnetico. Molti lo dicono, pochi ci credono. Anzitutto per una ragione tecnica: una nave silurata sparpaglia i propri resti galleggianti per chilometri quadrati. E poi la ragione politica: è mai possibile che una nave francese possa commettere uno “sbaglio” di tali proporzioni? Si ricordano casi di abbordi, con i mitra spianati, e di meticolose perquisizioni, ma mai atti di guerra contro navi neutrali. Però, però: il padre Cesca interpella un ufficiale di marina suo amico che sta, pare, alla base di Taranto. Lo prega di interessarsi della cosa. Dopo un certo tempo l’ufficiale risponde testualmente: “L’equipaggio è salvo. Per gravi motivi di sicurezza non posso fare il nome del luogo in cui si trova, ma è salvo!”.

Siamo a settembre, la Hedia si è volatilizzata con tutti i suoi uomini da ormai sei mesi.

Ed è a questo punto che il giallo si avvia alla fantascienza. Non per niente io sono qui, a Venezia, nel salotto piccolo borghese a bere il vermut con tre e poi quattro parenti che dicono “questo è mio fratello”, “questo è mio figlio”, eccetera, senza che ciò possa essere vero. Ho detto: “possa essere”, ma al mondo succedono cose così strane, chi si fida?

In settembre un quotidiano di Venezia riceve una telefoto sui fatti d’Algeria e la pubblica. Sono “europei” liberati dal FLN. La vedete in queste pagine in originale. Si saprà più tardi che è stata scattata ad Algeri da un fotografo inglese. La signora Maria Balboni, moglie del cuoco, compra il giornale, vede la foto, ha un sussulto, chiama la cognata, sorella del cuoco Ferdinando Balboni. Gridano insieme: “È lui!”. Spargono la voce. Compra il giornale la signora Anna Dell’Andrea, la madre del secondo ufficiale: “C’è anche mio figlio!”, grida a sua volta, e indica il giovane accanto al cuoco Ferdinando. E Romeo Cesca, padre del marconista, riconosce poco dopo il figlio, anche lui a fianco dei primi due. Nei giorni successivi i parenti del comandante Agostinelli e del fuochista Giuseppe Orofino, scrutando nei dettagli la fotografia, assicurano che i loro cari potrebbero essere questo e quello, sia pure senza la “assoluta certezza” dei primi tre. A Chioggia, un certo Calogero Giordano guarda pure lui la foto e nell’uomo in primo piano riconosce di colpo il suo giovane amico Filippo Graffeo, di Sciacca, imbarcato sull’Hedia come marinaio di coperta; manda il giornale ai parenti in Sicilia, i parenti non hanno il minimo dubbio: sono in molti, genitori, fratelli, cugini, e poi ci si mettono i vicini di casa; per richiesta della società assicuratrice, firmano tutti davanti al notaio il riconoscimento “senza possibilità di equivoci”. Il Filippo Graffeo è infatti visibile quasi per intero, e lì, come si fa a sbagliare? “Lei sbaglierebbe, se fosse suo fratello?” mi chiede la signora Balboni. No, non mi sbaglierei. E invece Filippo Graffeo si chiama Pierre Cocco, È un altro, un francese. Un sosia? I sosia esistono. Ma allora gli altri? Possibile, tante coincidenze? Tutti insieme nella stessa fotografia, e, a parte il Graffeo, tutti vicini uno all’altro come si conviene ad amici? Tutti sosia? Ma non anticipiamo. I colpi di scena non sono finiti.

Dunque, il quotidiano “Venezia Notte” esce con la notizia esplosiva: “I familiari hanno riconosciuto i marinai della Hedia!”. Il colpo è grosso, tutti i giornali nazionali e numerosi stranieri riportano il fatto clamoroso. Si muovono i deputati e fioccano tre o quattro interrogazioni in Parlamento, si agitano associazioni marinare, sindacati, associazioni armatoriali, e finalmente i ministeri competenti. La United Press comunica frattanto da Parigi che la telefoto, autenticissima, è stata fatta il 2 settembre. Ciò crea nuove perplessità: come mai, se sono stati liberati, gli ex-prigionieri non si sono ancora fatti vivi con il nostro consolato, con i familiari in ansia? E poi: dai particolari delle loro persone (abiti in ordine, orologio, basco, scarpe, zoccoli) si può arguire che non sono stati pescati in mare ma, come osserva il nostro ministero degli Affari Esteri in un suo esposto, “catturati asciutti”. Dove sono andati dunque a finire? Perché non si sono fatti riconoscere? Perché, ai giornalisti e fotografi presenti alla loro liberazione, non hanno gridato “siamo gli italiani dell’Hedia”?

E adesso comincia l’inedito. La società assicuratrice della Hedia, che è La Vittoria di Milano, vuole andare fino in fondo, e vede di buon occhio l’iniziativa di un giovane giornalista veneziano, Vitaliano Pesante. Costui, spalleggiato dai familiari dei marinai, parte per l’Algeria, facendosi passare per universitario in viaggio di studio. Il giovanotto non passa giorni facili: si accorge che gli perquisiscono di nascosto la stanza, che lo pedinano. Comincia a pescare i giornalisti che erano presenti alla consegna dei prigionieri: gli escludono che fra costoro vi fossero degli italiani. Con l’aiuto del nostro console rintraccia un certo Jean Solert, che è il pied noir primo da sinistra nella fotografia degli ex-prigionieri. Il Solert fa meraviglia: italiani in mezzo a loro? Ma neanche per idea. I1 giornalista Pesante non molla, il Solert lo mette sulla pista del presunto Filippo Graffeo. “Questo qua?”, dice. “Ma è Pierre Cocco, gestiva il tal caffè qui in Algeri”. Il Pesante va a questo caffè, va dai padroni, gli mostra la fotografia: “Conoscete qualcuno fra questi?”. “Come no”, dice il proprietario: “eccolo qui il nostro Cocco, lo conoscevano tutti”. Alcuni avventori guardano, annuiscono: è lui. Il giornalista chiede dove può trovarlo. “Ma”, gli dicono,” è partito per Marsiglia senza lasciare indirizzo”.

Vitaliano Pesante ritorna dall’ex-prigioniero pied noir Jean Solert. “Mi sa dire”, gli chiede, “di questo ometto col basco?”. Il Solert ci pensa, gli dice di andare alla Maison Carré, la prigione di Algeri: “Forse là…”. Alla Maison Carré guardano la foto, si consultano. Ma sì, non era quel vecchietto, settantadue anni, che faceva il guardiano notturno, arrestato perché portava la pistola? Già, sicuro, abitava nella tale pensione. Il Pesante va alla pensione, trova una signora che abitava nella stanza accanto, le mostra la fotografia: “Riconosce qualcuno?”. “Ma certo”, dice lei, “eccolo qui monsieur Cefariello, Joseph Agnello Cefariello”. “Dov’è andato?”. “Partito per Tolone”.

Vitaliano Pesante va a Marsiglia, trova i conoscenti del proprietario del caffè di Pierre Cocco, il quale doveva portare loro i saluti. “Conoscono lorsignori un tale Pierre Cocco?”. “Sì, è venuto da Algeri a portarci i saluti”. “Lo riconoscono in questa fotografia?”. “Oh sì, è questo qui in primo piano”. E indicano colui che una decina di parenti e vicini di casa hanno firmato dal notaio essere Filippo Graffeo. “senza possibilità di equivoci”.

Io ho finito il vermut e anche il caffè. “Signora Balboni”, dico, “questo ometto col basco che si chiamerebbe Joseph Agnello Cefariello, come può essere suo marito?”. “Sono sicura”, dice la signora Balboni: “portava sempre il basco, e proprio in questo modo, era molto freddoloso, aveva gli stessi occhiali, lui aveva cinquantadue anni e qui ne mostra un po’ di più, ma chissà che strapazzi ha passato”. La sorella Balboni conferma: “È lui”. E la signora Anna Dell’Andrea tira fuori dalla borsetta un mazzo di fotografie del figliolo: “Guardi, signore, guardi qui se non è la identica stempiatura, la stessa ombra alla tempia, l’orecchio, e il pollice! Oh, il mio Elio ha sempre messo in questo modo la mano, e non vede la spallina?”. Io la vedo e non la vedo, ma dico di sì.

Poi vengo via. E penso che questa non è un’inchiesta. Che roba può essere? Una storia senza senso. Un giornalista dovrebbe saper tirare le somme, indagare e concludere, offrire la sua tesi, scegliere la congettura. Ma quale congettura volete? La Hedia aveva sempre attraversato il Canale di Sicilia.

In ogni modo: la società assicuratrice ha pagato 126 milioni, la Cassa marittima ha pagato ai parenti un quattrocento mila lire tra assegno funerario, assegno vestiario e altre indennità, e il caso, ufficialmente, è chiuso. Sì, sul serio: chiuso.

GIANNI ROGHI – HEDIA

 

I superstiti raccontano la verità sull’Artiglio

DOPO TRENT’ANNI UN’INCHIESTA RIVELA I RETROSCENA DELLA FAVOLOSA IMPRESA

I superstiti raccontano la verità sull’Artiglio

di Gianni Roghi

Silvio Micheli ha scritto un libro che è una dura polemica contro l’armatore Giovanni Quaglia, considerato fino ad oggi il vero eroe dell’avventuroso recupero dell’oro sommerso.

 

La vita privata dell’“Artiglio”, la più famosa nave palombara del mondo, non era ancora stata scritta. Dopo che la nave saltò in aria, mentre distruggeva un relitto carico di esplosivo; nessuno si prese cura di chiedere ai pochi scampati come fosse stato possibile un errore così grossolano, come realmente fossero andate le cose. Quando l’ “Artiglio II°” tornò a casa, dopo avere sollevato da centotrenta metri di profondità, tonnellate d’oro e d’argento, nessuno si chiese perché l’equipaggio, in pieno regime fascista, si fosse messo in sciopero. Ora sta per uscire, edito da Vallecchi, l’ “Artiglio ha confessato”, un libro che sta fra l’inchiesta e l’atto d’accusa. Lo ha scritto Silvio Micheli in qualche anno di lavoro paziente: ha raggiunto i superstiti, ha trovato lettere, ha interrogato quasi tutti i personaggi che presero parte all’avventura dell’ “Egypt”. “Le situazioni che ieri, nel clima del ventennio, diedero il tono anche a questa vicenda”, scrive Micheli nella prefazione, “adattando le azioni allo spirito e alla mentalità dell’epoca, dovevano riprendere il primitivo significato oggi che la verità è saltata fuori”. Il racconto si avvia con il tono cronistico del giornale di bordo, ma presto si scoprono le carte: l’obbiettivo è di rivelare sotto nuova luce la figura del personaggio più noto di questa storia, il commendatore Giovanni Quaglia, armatore delle navi appartenenti alla Sorima, la celebre società genovese di ricuperi marittimi. La polemica si sviluppa di episodio in episodio per rivelare la grettezza di un uomo, entrato nella letteratura marinara come un eroe leggendario, nei confronti di chi affrontò sacrifici gravi e pericoli mortali per regalargli gloria e ricchezza.

Giovanni Quaglia era un uomo non comune. Della Sorima era il fondatore, il principale azionista e l’amministratore delegato. Massiccio, poderoso, volitivo, possedeva l’arte del comando e della suggestione. “Con la complicità di non pochi alti gerarchi del partito” dice Micheli, “mediante una legge fatta approvare dal Parlamento fascista, era riuscito a far ottenere alla sua società, togliendolo abusivamente all’Istituto nazionale delle assicurazioni, proprietario della maggior parte dei piroscafi affondati durante la guerra, l’esclusivo diritto di ricuperarne i carichi a grandi profondità, superiori cioè ai 45 metri”.

I palombari con scafandro normale, nel 1927 come oggi, non potevano lavorare oltre i cinquanta metri. Ma una ditta tedesca, la Neufeldt e Kuhnke, aveva costruito scafandri metallici semirigidi con i quali era possibile scendere molte decine di metri più in basso. Quaglia ne acquistò il diritto per l’adozione esclusiva in Italia. I grandi scafandri tedeschi non diedero tuttavia le soddisfazioni promesse, e a questo punto entrò in scena Alberto Gianni, viareggino, “il più grande palombaro di tutti i tempi” secondo una stima universale. Gianni, che era stato assunto dalla Sorima per quattro soldi, aveva fatto la seconda elementare ma aveva il genio dell’invenzione: modificò gli scafandri, realizzò la torretta d’osservazione sottomarina, regalò alla sua società i disegni di strumenti che, essi soli, avrebbero potuto un giorno consentire di raggiungere la camera blindata dell’ “Egypt”.

“La Sorima partì decisa a compiere grandi cose”. Aveva gli uomini (scelti da Gianni) e i mezzi (creati da Gianni). La flottiglia comprendeva quattro navi: “Artiglio”, “Rostro”, “Raffio” e “Arpione”.

“La carcassa del primo piroscafo preso d’assalto fu il “Washington”… Giaceva a una profondità di ottantasei metri, presso Camogli”. Il suo carico era di sette treni merci completi (sette locomotive con tender e trecentocinquanta vagoni), più tremila tonnellate di sbarre d’acciaio, cinquecento tonnellate di lingotti di rame, parecchie tonnellate di manganese e altro materiale. Fu interamente ricuperato. E l’ “Artiglio”, nell’estate del ‘28, partì per l’Atlantico alla ricerca di tesori più grossi.

In data 9 settembre 1928, da Le Palais, il Gianni scriveva alla moglie:  “…riguardo al mio lavoro (sul relitto dell’ “Elizabethville”, il primo attaccato in Atlantico, a settantadue metri) ti comunico che va abbastanza bene e sono contento. Stanotte siamo rientrati per maltempo, però credo che domattina ripartiremo. Ormai siamo in settembre e con l’Atlantico non si scherza. Ieri abbiamo ricuperato una tonnellata di avorio. Sono denti enormi di elefante che pesano in media quaranta chili l’uno, e sono in buonissimo stato. Ne abbiamo già pescato circa tre tonnellate e ne restano altre nove. Se il tempo fa buono, credo che fra una settimana saremo lesti. Dopo passeremo a Brest per la ricerca del vapore dell’oro…”.

“…Considerato il prezzo dell’avorio sul mercato, di franchi duecento al chilogrammo”, continua Micheli, “la Sorima poteva dichiararsi abbastanza soddisfatta sull’esito di quella prima impresa in Atlantico”. Ma il richiamo del vapore dell’oro era ormai pressante: nella carcassa dell’ “Egypt”, transatlantico di ottomila tonnellate di servizio tra Londra e Bombay, affondato nel 1922 per collisione nella nebbia vicino alla costa brettone, giaceva un tesoro valutabile oggi sui dodici miliardi di lire.

La cosa più difficile fu trovare il relitto, dragando il fondo. Scrive il palombaro Gianni alla moglie: “…con l’esperienza acquistata ho già preparato tutto un nuovo sistema di dragaggio che dà veramente affidamento…Sono molti giorni che lavoro attorno a questo progetto, aiutato da Carlo che ripassa e mette in pulito tutti i piani che io abbozzo. Fra le altre cose ho ideato una nuova torretta che sarà un lavoro a perfezione e i disegni sono già in corso… Tu sai, Maria cara, come mi appassiono a questi lavori…”. Il dragaggio, interrotto e ripreso cento volte per le burrasche così frequenti in quel tratto di oceano, si concluse due anni dopo, il 29 agosto 1930. E cominciò l’avventura del più straordinario ricupero sottomarino mai eseguito. Ma non doveva essere Gianni a raccoglierne la gloria, e neppure il suo “Artiglio”.

“Con le bufere di autunno”, scrive Micheli, “una piccola barca come l’ “Artiglio”  non avrebbe mai retto in pieno Atlantico. Il Quaglia non amava tracciare diagrammi: le curve di lavoro le aveva fin troppo chiare nella sua mente quando si trattava di ricavare il massimo profitto dagli uomini e dalle imprese pur che fossero. Quindi aveva disposto d’impiegare i tre battelli in operazioni di ripiego, in luogo d’inviarli, come invece aveva deciso ogni anno, in disarmo a Genova”. Quaglia ordinò così all’ “Artiglio” di andare a smantellare con la dinamite la carcassa del “Florence”, un relitto carico di munizioni che giaceva sul fondo di un canale tra Saint Nazaire e un’isoletta e ne rendeva pericoloso il transito. I palombari Gianni, Bargellini e Franceschi cominciarono con piccole cariche. Non succedeva niente.

“Per altri quattro giorni continuarono a bussare con sei mine alla volta nel panciuto

ventre della carcassa. Si sentivano irritati verso il Quaglia di cui non riuscivano a spiegarsi l’oscura, testarda ragione di quel lavoro che qualsiasi altro modestissimo palombaro avrebbe potuto assolvere: Non venga a raccontarci che una bagattella del genere gli frutti dei milioni, si dicevano. Questo è il premio per avergli trovato l’Egypt.

“Per altri otto giorni continuarono a bussare. Poi aumentarono le cariche. Non accadeva mai nulla. Le avvicinarono alla stiva”. Lo smantellamento procedeva lento e faticoso. “Si sentivano offesi e grugnivano contro il Quaglia. Tanto più che il commendatore, da quando era stata messa la prima mina sotto il “Florence”, non si era fatto mai più vedere a Le Palais. Telefonava ora da Roma, poi da Parigi o da Londra per incitarli a spicciarsi, come bruciasse a lui e non a loro”.

“La familiarità crea spesso mancanza di rispetto. Verso la fine del mese, il Gianni aveva già fatto esplodere oltre trecento mine attorno al relitto, senza che si fosse verificato niente di allarmante nel suo carico. Ormai sembrava che si dovesse demolire la nave pezzo a pezzo”. E Gianni scriveva alla moglie: “Siamo arcistufi”. Ma ecco, nel libro di Micheli, un brano molto grave: “Quando Gianni riferì al commendatore che a furia di bussare sotto la chiglia (in quel periodo facevano esplodere non meno di venti mine al giorno) le lamiere potevano allentarsi e inviare la barca a far compagnia al “Florence”, il Quaglia non parve per niente allarmato. Portò il discorso su altri argomenti e ridiscese a terra per prendere il primo treno. Il fatto non era sfuggito a nessuno. Dopo la sua partenza, i marinai si erano messi a rimuginare la cosa. “Possibile”, si andavano chiedendo, “che non gli stia a cuore la barca?”. “Non esageriamo: non conoscete ancora il commendatore?”. “Sicuro, e per quale ragione? D’accordo che la barca sarà assicurata…”. “E anche bene, a sentire il signor Terme”. “E con ciò? Perché non parlate chiaro?”. “Oh, ragazzi, che avete”, era venuto a chiedere il Gianni. La cosa morì lì.

 

UNA VORAGINE NELL’OCEANO

Il 24 novembre Gianni, esasperato, scrive al commendatore. Non si può più andare avanti: la stagione avanzata ha reso buie e torbide le acque, i venti sono sempre più violenti, l’equipaggio non ne può più, un uomo è già sbarcato per suo conto. “Se v’interessa di passare le feste a casa”, risponde perentorio il commendatore, “dovete spicciarvi. Fatelo magari saltare in aria”.

Il 7 dicembre, dopo due mesi di sforzi e ottocento mine esplose, i palombari decidono di piazzare una carica doppia. La nostalgia di casa è divenuta ormai cocente, la stanchezza e l’irritazione contro il “Florence” e il Quaglia concorrono a preparare la catastrofe. Posta la mina, l’ “Artiglio” deve allontanarsi come sempre a una distanza di sicurezza. “Siamo pronti? Allora scostate”. “Di quanto?”, chiese il capitano Bertolotto. Gianni allargò le braccia. “Finché c’è cavo elettrico”, disse. A furia di tagliare, scapezzare e perdere in acqua, il cavo elettrico che serviva a dar contatto alle mine si era ridotto a centosessanta metri.

“Sono venti giorni che tempesto di lettere e di telefonate il commendatore perché si decida a inviare quel suo cavo speciale. Ora c’è poco da starci a pensare sopra”. Così disse il Gianni pochi minuti prima di dare contatto, pochi minuti prima che l’intero carico del “Florence” saltasse in aria: centocincinquanta tonnellate di munizioni. “L’oceano, in quel punto, aveva lasciata scoperta per un momento la carcassa del “Florence”: una voragine di almeno trecento metri di diametro, sormontata da una colonna di acqua di altrettanti metri che poi precipitò piena di rottami, di schegge, di fumo. Dapprima l’ “Artiglio” era stato sollevato di poppa, quasi verticalmente dalla colonna d’acqua: poi si era tuffato di prua con essa, risucchiato dalla voragine, ed era sparito”. Accorse il “Rostro”, che lavorava nella zona a un altro relitto, e salvò quattro uomini, ma Gianni, Franceschi e Bargellini, i tre “più grandi palombari del mondo” erano stati uccisi con altri nove membri dell’equipaggio. La testimonianza di questi fatti è stata data a Silvio Micheli da tre degli scampati.

 

LA SOMMOSSA DELLE GALLETTE

Giovanni Quaglia allestì un nuovo “Artiglio II°”, e l’avventura del vapore dell’oro riprese cinque mesi dopo, il 4 maggio 1931. Il giorno successivo una delle quattro navi ricupero della Sorima, il piccolo “Raffio”, si capovolse nella Manica per una fatalità: una violenta corrente di marea aveva ingarbugliato i cavi che lo legavano alle boe ancorate, mentre lavorava a un relitto, e il “Raffio” era stato tirato sotto. Morì un fuochista. I superstiti poterono raggiungere la costa per miracolo. Quando incontrarono l’armatore, scrive Micheli, lo trovarono di ottimo umore. Il “Raffio”, naturalmente, era stato assicurato.

Il posto di capo palombaro, dopo la morte di Gianni, fu preso da uno degli scampati dell’ “Artiglio”: Mario Raffaelli, di trent’anni. La storia del “Florence”, “non gli era andata giù”, ma doveva pur mangiare. Il commendatore parlava di lui, ai giornalisti, come di un portento: sapeva che per l’oro dell’ “Egypt” occorrevano uomini cresciuti alla scuola del Gianni, e non gli mancavano doti diplomatiche.

Lo smantellamento del transatlantico inglese era un lavoro penoso. Occorreva far saltare con le mine quattro ponti della nave per potere giungere alla camera del tesoro. Il palombaro nella torretta dirigeva per telefono le manovre, eseguite a bordo della nave, per calare le cariche esplosive e poi le benne ed enormi pinze metalliche che strappavano le lamiere divelte. Il mare era quasi sempre agitato, il freddo era acuto anche in piena estate. Il vitto cominciò a scarseggiare: per una settimana l’equipaggio si dovette accontentare di gallette ammuffite bagnate in una gamella di vino, poi scoppiò una specie di sommossa. Il capitano fu costretto a mettere mano alla farina di riserva, intoccabile per regolamento. Nei giorni buoni i tre palombari Mancini, Lenci e Sodini rimasero sull’ “Egypt” ore e ore: il 6 agosto batterono il record, dodici ore, fino a notte. Venerdì 7, il giorno dopo, Sodini rimase bloccato sul relitto, a centoventi metri: il cavo che sosteneva la sua torretta si era impigliato e l’uomo era bloccato sul fondo. Riuscirono a disincagliarlo e a issarlo dopo minuti di angoscia.

“L’oro che per il Quaglia e la Sorima”, scrive Micheli, “avrebbe significato un incasso netto di almeno ottantaquattro milioni di lire dell’epoca (la Sorima lavorava infatti per conto degli assicuratori dell’ “Egypt”), per i marinai significava un premio che poteva aggirarsi sulle duecento sterline vale a dire una somma di circa quarantamila lire. Non figurava iscritto in alcun contratto (il Quaglia e la Sorima avevano sempre mandato alle lunghe quell’impegno), tranne nella lettera di assunzione. E anche in essa non si facevano cifre; si diceva soltanto che, a recupero eseguito, i marinai avrebbero avuto diritto a un premio da stabilirsi in base al valore del carico portato a terra”.  E l’oro, finalmente, arrivò. Fu il 22 giugno 1932, dopo quattro anni di lavoro. La notizia fu data dai giornali di tutto il mondo. Mussolini mandò le sue congratulazioni.

Guidata per telefono dal palombaro, la gigantesca mano d’acciaio arraffò dalla camera del tesoro 1.210 lingotti d’oro (circa diciannove quintali), 2.310 verghe d’argento (tredici tonnellate), 242 mila sterline (quattordici quintali). Era soltanto il primo raccolto. “Il 3 novembre”, riferisce Micheli, “il Quaglia decise di sospendere per quell’anno le immersioni, ordinò di partire per Genova, i marinai facevano conto di ricevere subito il tanto sospirato premio, più le spettanze sulle ore straordinarie e, a forfait,  la quota-vitto per i quindici giorni che avrebbero trascorso a Viareggio. Secondo i patti, la parte di premio computata su quel primo ricupero doveva aggirarsi sulle 14 mila lire. Così era stato assicurato dallo stesso commendatore. Giunti a Genova, l’amministratore Schinardi della Sorima promise che i soldi sarebbero stati inviati a Viareggio entro il giro di alcuni giorni. Ma ciò non avvenne. Dietro le proteste dei marinai che avevano i debiti da saldare, la Sorima inviò a loro la somma di lire 6.412 in luogo delle 14.000 promesse, senza accennare alle ore straordinarie né alla quota-vitto, eccetera. Per la ripresa della campagna era stato promosso personalmente dall’armatore un aumento di stipendio, ma esso non fu mai accordato. Il marzo ’33 doveva riprendere la campagna, ma alla vigilia della partenza i marinai scrissero una lettera alla società: se non venivano mantenuti i patti, non sarebbero tornati al lavoro.

 

UN COLLOQUIO TEMPESTOSO

 

 

“Siete matti?”, si sentirono dire, “credete forse di essere tornati al ’21? Che significa questo sciopero? Ma sotto il fascismo il diritto di sciopero è stato soppresso e si può filare in galera o al confino tutti quanti. Vi siete chiesti certe cose?” I marinai tennero duro, chiesero un colloquio con Quaglia. Fu accordato. Quando tre rappresentanti dell’equipaggio gli furono davanti, così si espressero secondo le testimonianze rese a Micheli: “Che cos’è questa sporca lettera?”, furono le sue prime testuali parole. E saltò su inviperito. Fu una scena drammatica, al termine del quale l’armatore non riuscendo a spuntarla e a fare rimangiare la lettera ai marinai, dichiarò che avrebbe disarmato l’ “Artiglio”: “Secondo quanto aveva minacciato, il mattino seguente pose effettivamente in disarmo la nave licenziando, i dodici firmatari”. I marinai, una volta a Viareggio, ricorsero subito alla loro federazione marittima: il segretario compartimentale livornese diede loro ragione e formulò la pratica contro la Sorima. Le cose, per l’armatore, si mettevano male. “Ma il Quaglia decise di partire in picchiata per Roma. Bastò quel viaggio perché il giorno appresso il segretario compartimentale di Livorno, il signor Cardona, fosse immediatamente trasferito a Trieste. Così avevano deciso gli organi interessati del partito fascista. Il suo sostituto non solo non si prese a cuore la causa, ma, convocati i marinai, fece loro una tale girata che per poco Giulio Sartini non finì al confino. “Io vi consiglio di tornare subito a bordo”, furono le parole del nuovo funzionario. “Chi di voi acconsente, faccia una lettera di scusa alla Sorima. Chi invece decidesse di fare il furbo, agisca pure di sua testa, ma peggio per lui”. Tre giorni dopo, non pochi firmatari spedirono la lettera di scuse. Ma l’angoscia di non trovare più altri imbarchi non impedì a sette di loro di rifiutarsi all’umiliazione: preferirono i debiti da pagare e la disoccupazione. Mossero causa alla Sorima, una causa che durò mesi e costò loro quasi tutta la parte di premio riscossa: ebbero, alla fine, lire settanta.

L’ “Artiglio” riprese i lavori sull’ “Egypt” verso la metà di maggio. “Alla fine della stagione, fatti i conti, l’oro ricuperato a bordo allora ammontava già a cinque tonnellate fra sterline e lingotti, vale a dire il carico completo denunciato dagli armatori alla società assicuratrice dell’ “Egypt”. La cosa fece nascere non solo il dubbio di un probabile imbroglio, ma molti altri inconfessabili sospetti. Tanto più che i palombari assicuravano che sul fondo della stanza, insieme alle barre d’argento, giaceva ancora un’imprecisabile ma considerevole scorta d’oro”.

 

SI FANNO I CONTI DEL TESORO

L’ “Artiglio” lavorò sul relitto fino al 1939; totale del ricupero: 7 tonnellate di oro fino e 14 di argento in lingotti. Il libro di Silvio Micheli si conclude con queste osservazioni:

“Non sappiamo e non spetta a noi di sapere quale ricupero venne effettivamente denunciato dalla Sorima alla National Salvage Association e al Lloyd di Londra, dai quali, per contratto, avrebbe dovuto ricevere il settanta per cento del carico (e non del valore!) utile ricuperato, ossia tonnellate (circa) 4,9 di oro fino, e 28 di argento. Nonostante il “regalo” di ben due tonnellate di oro fino (nato da oscure macchinazioni che esulano dalla nostra storia, ma che la storia ha il dovere di denunciare), la Sorima non si portò bene nemmeno coi suoi palombari. Tanto è vero che Fortunato Sodini e suo fratello Donato (palombaro sul “Rostro”), per motivati dissensi economici col Quaglia, abbandonarono sul finire del 1940 quella Società. Dopo dieci anni di pericoloso lavoro e di sacrifici, Fortunato Sodini riceveva ancora la stessa paga con cui era stato assunto (allora alle prime armi) nel 1931, e cioè duemila lire mensili, tutto compreso. Non solo il Quaglia non volle mai superne di concedere il benché minimo aumento dopo il favoloso ricupero del tesoro ma non tenne fede nemmeno al premio stipulato per contratto, che tagliò. L’aveva fatto coi marinai: ma nessuno avrebbe pensato che si ripetesse coi palombari. Cose del genere sarebbero capitate più tardi anche col Mancini… Mario Raffaelli decedeva due anni orsono a Genova, per malattia contratta nel lavoro palombarico. Una fatale coincidenza riguarda la fine del commendator Quaglia, deceduto a Genova il giorno in cui si compiva il venticinquesimo anniversario della tragica fine del primo “Artiglio” e del Gianni, vale a dire il 7 dicembre 1955”.

In una nota, Silvio Micheli avverte che il suo libro era in corso di stesura mentre Giovanni Quaglia era ancora in vita. L’armatore doveva sapere di questa inchiesta. Ora non potrà, purtroppo, rispondere. Sarebbe stato interessante conoscere la sua reazione alle accuse dei suoi ex dipendenti, e la storia, per bocca sua, delle tonnellate di lingotti d’oro “in regalo”. La Sorima però esiste ancora: forse risponderà.

La danza delle mante

da Dahlak, 1954

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli.

All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i bocciuoli; altri recavan le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani, dicevo a Gigi.

Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo.

Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse.

Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

La primavera era scoppiata in tre ore. L’isola era coperta da una pelliccia d’erba breve, lucente, verdissima; l’erba cresceva sulle madrepore fossili, dentro le pietre, sotto i sassi, nella sabbia, sulle radici degli alberi. Gli alberi sempre bigi e bianchi avevano le foglie che spuntavano dai rami secchi, foglioline schizzavano fuori dal tronco come un vello sul torace di legno. Il sole incendiava l’atmosfera, infuocava i colori: l’atmosfera aveva perso quella nebbia di calura che faceva evaporare le cose; l’aria era un diamante e il sole vi giocava dentro la gibigianna, faceva dell’isola un caleidoscopio.

Camminavo per quella terra, mi volgevo a guardare le mie orme sull’erba, mi veniva da gridare come a un bambino; mi sedetti su un prato (oh, era veramente un prato! e ieri era sabbia !), mi rotolai e quasi dalle braccia mi frullarono via due uccelletti rossi e bruni quali non avevo mai visto. E solo allora m’avvidi che tutta l’isola era piena di uccelli. Chiamai Cecco, Giorgio, Priscilla: Priscilla, Priscilla vieni a vedere, guarda, c’è l’erba! L’erba come in Scozia! Dur Ghella era tutta un batter di ali. La girammo in lungo e in largo e incontrammo due cicogne, cinque o sei fetonti, un branco di sule (quelle che sembran grosse anitre selvatiche), e cinque quaglie, rondini marine, un pellicano, otto tortore s’un ramo a riposare, tre aironi, e oltre ai falchi pescatori e alle due albanelle, inquilini abituali dell’isola, centinaia di minuscoli uccelletti, assai più piccoli dei nostri passerotti, ma grigi, rossi, bruni, gialli.

Le quaglie stavan acquattate nell’erba e nelle stoppie dell’interno, falchi e albanelle roteavano nel sole; gli uccelletti piccolissimi cinguettavano nel folto dei cespugli spinosi e tutti gli altri, pellicano aironi cicogne sule rondini e fetonti, sostavano sul litorale in faccia al mare, a pigliar fiato dal gran viaggio.

Era scoppiata la primavera.

Così nel mare, forse. Noi non lo sapevamo, ma anche in quel mare grande e tranquillo stava accadendo qualcosa. Anche nel mare, proprio in quelle acque di Dur Ghella, si andava preparando un rito, un convegno inconcepibile. A Dur Ghella erano già arrivate creature in volo attraverso l’aria e il cielo e le nuvole dei monsoni; ma proprio verso Dur Ghella, in quella stessa ora, stavano viaggiando altre creature. Arrivavano anch’esse in volo, un volo attraverso l’acqua, sopra gli abissi. Accorrevano al rito. Era l’appuntamento di primavera.

* *

Fu un giorno strano. Nella natura succedono, a volte, giorni che sanno di presagio; momenti in cui avverti, per un messaggio misterioso che si insinua nei nervi, una fase di sospensione, di attesa. Gli animali preavvertono il terremoto, i pesci sanno in anticipo l’approssimarsi della tempesta, e anche gli uomini, talora, sentono l’uragano senza ancora vederlo. Anche noi siamo animali. Ma quel giorno non capivamo, sentivamo soltanto che era un giorno strano. Non fummo capaci di fare niente, rimanemmo ore e ore seduti o in piedi in mezzo ai prati: stemmo a guardare come facevano i bocciuoli a divenire foglie, stemmo a guardare il cielo. Grandi nuvole avevano ricoperto il sole e di vento in vento si squarciavano a oriente e a settentrione lasciando sfolgorare l’azzurro, vivo come non mai, quasi una lastra metallica. Molti altri uccelli erano arrivati a Dur Ghella e molti erano ripartiti; ci pareva di  essere in una stazione, ma per noi, inchiodati all’isola dall’acqua che la circondava, non v’era possibilità di partenze; forse era questo che ci dava una sensazione di inferiorità, di amarezza. Gli uccelli partivano d’improvviso come per una decisione subitanea, ma certamente dovevano meditare a lungo l’attimo del distacco e della nuova fatica nel ciclo. Lasciavano la terra  senza un grido, senza gioia, per un dovere.

Molto tempo era passato dalla mattina e l’isola si era fatta silenziosa.  I falchi disegnavano in alto cerchi e figure geometriche, gli uccelletti piccolissimi frullavano zitti nei cespugli. Ascoltando intenti si poteva udire soltanto, di ora in ora, il battito  delle  ali che scoccavano  dalla scogliera.  Il  mare  era immobile, toccava la spiaggia come uno specchio; aveva preso un colore verde pallido intorno all’isola e viola appena oltre. Era strano che le nuvole viaggiassero accumulandosi agli orizzonti e che il mare rimanesse immobile; ma il vento sa correre altissimo e dimenticare la terra. Dissi a Cecco che solo ora comprendevo cosa volesse dire Omero quando parlava del mare “ colore di viola ”. Il mare, una volta, doveva essere così.

Si preparava un tramonto insolito. Anche a occidente si era aperto uno squarcio, ma più lungo e più vasto, come una ferita che il vento teneva aperta. O un proscenio, affinché il sole, tra poco, potesse passarvi in mezzo.

Cecco si alzò dal prato, andò alla spiaggia. Mi pare di vederlo ancora, piccolo e insignificante contro quel mare verde e viola. Entrò con i piedi nell’acqua e rimase fermo. Poi dopo un poco tornò sul prato, da dove io lo osservavo. “Com’è calda, l’acqua, ” disse. E andò alla barca, la spinse in mare, la tenne per la poppa e si volse, mi guardò. Mi levai, andai alla spiaggia, salii in barca, versai la benzina nel serbatoio del motore, sistemai i remi, mi sedetti al timone. Cecco imbarcò l’arpione a mano, fece un cenno a Tesfanchièl. “Vuoi venire? Oggi è calmo, non soffri.”  “Dove andare? ”

“Non lo so, intorno all’isola. Vuoi venire sì o no?” “Sì.” Tesfanchièl salì e si accoccolò in mezzo, sorrise leggermente. Con un balzo Cecco fu a prua: “Via,” mi disse, e io feci partire il  motore.  Puntai  al  largo,  a  tutto  regime.  “Dove  vai?”  mi disse Cecco. “Al largo.”  “Perché?”

“Quest’ acqua verde mi da fastidio.” “Oggi è acqua da pescecani.” Sorrisi. Poteva anche essere.

“Come fai, Cecco, a saperlo?’’ Cecco sorrise, alzò le spalle, continuò a guardare il mare viola.  Io guardavo le nuvole. Era incredibile quanti giochi sapessero fare in uno spazio tanto esiguo quant’era il ciclo.

Erano le cinque del pomeriggio, ed era un giorno, un tramonto di marzo. Il sole  cominciò  a  passare nella  ferita  lunga  d’azzurro, aperta a occidente. I bordi della ferita sanguinarono rosso e arancio, le nuvole presero fuoco. Poi il sole toccò il centro dello squarcio e inondò di rosso e turchino le nuvole di tutto il  resto  del  cielo  dal  basso,  come  a  farci  vedere  quant’eran gonfie o buche. Il mare trascolorò per il nuovo riflesso; il viola  s’incupì, il verde attorno all’isola e sulle sabbie divenne uno smeraldo fermo e pallidissimo.

Mentre tutto questo accadeva avevamo già visto cinque o sei mante schizzare piroettando fuori dal  mare. Avevamo doppiato il capo sud dell’isola, navigando al di là della barriera. Avevamo osservato altre volte e un po’  dovunque, in quegli ultimi giorni, piccole mante schizzare improvvisamente dal mare: facevano tre o quattro capriole verticali, fino anche a quattro metri d’altezza, e ripiombavan di piatto nell’acqua con uno schianto. La scena era fulminea, bisognava coglierla come  si sorprende una stella cadente, e poche volte riuscimmo a formulare un desiderio marino. Certamente dovevano correre nel mare a perdifiato per una cinquantina di metri prima di poter sprigionare una serie di salti  mortali tanto alti nell’aria; ma come facevano a  piroettare e ricadere proprio nel punto da cui erano uscite? Erano piccole mante, bambini di mante; giocavano, forse. Non c’era niente di più allegro e di più pazzo nel mare di quei salti mortali.

Il sole lambiva ora il labbro inferiore della ferita. Ma la ferita cominciava a putrefarsi, si disfaceva, poteva anche parere una bocca di clown che sguaiatamente ridesse fino a crepare. Ora non c’era quasi più né ferita né bocca, soltanto un disastro infuocato di vapori.

Toomai degli elefanti aveva assistito alla danza notturna dei mostri, “nel cuore delle Colline del Garo ”, perché era un ragazzo sveglio e innocente. Noi eravamo uomini non più innocenti e andavamo a un’altra danza, nel cuore degli abissi di Dur Ghella, senza saperlo e senza volerlo. Ma, pure, quella strana giornata ci aveva messo dentro qualcosa. Oh, non chiedete che io riesca ad esprimerla. La prima manta grande la incontrammo da sola. La vide Tesfanchièl alle mie spalle. Gridò e tese il dito. Ci volgemno appena in tempo per scorgerla venire a galla col ventre bianchissimo nel viola dell’acqua, e poco sotto la superficie incurvarsi all’indietro,  sparire nel buio con una capriola lenta solenne. Era la prima volta che vedevamo una manta fare così.

Cento metri dopo, un’altra manta, a prua. Anch’essa venne a galla dal fondo, in cabrata verticale, e quando fu sotto il  pelo  si  girò  all’indietro  tendendo  le  corna,  si  rovesciò  sulla schiena, disparve a capofitto senza rumore. Cecco mi guardò mormorò: “Che fanno, perdio?” Scossi la testa. “Andiamo avanti,” risposi. Forse succede qualcosa, pensavo, e intanto guardavo a occidente. Il sole, adesso, doveva essersi fermato. Le nubi si erano distese lunghe e sottili, come tanti orizzonti successivi sul mare, e su ciascun orizzonte divampavano fuochi giganteschi. Tutto il cielo, poco a poco, andava prendendo fuoco.

“È tabù, Tesfanchièl, un cielo così?”- dissi adagio. Tesfanchièl mi fissò, poi guardò il mare: una terza manta veniva a galla e girava col ventre bianco. Il cielo andava divampando come una pineta.

“Può essere,” disse sottovoce. “Io non so.”

Erano ora forse le sei. Camminavamo molto piano, col motore al minimo, la barca frusciava sull’olio. Ci avvicinavamo alla punta di settentrione, sempre al largo, sopra un fondale di una cinquantina di metri. Quand’ecco, prima a poppa poi a prua, due mante colossali apparvero nel solito giro.

Una ne apparve col muso nero e bianco e le corna, le corna uscirono come braccia fuori dall’acqua e la bestia si ripiegò indietro di schiena spalancando al ciclo le dieci branchie dilatate e poi il ventre, inabissandosi a picco. Ma altre, altre mante scorgemmo poco lungi ripetere il giro della morte, e andammo avanti, avanti ancora; mante di cinque metri di apertura alare, mante di sei, sette quintali erompevano dappertutto dal fondo del mare, protendevano le braccia in una incomprensibile invocazione e si capovolgevano lentamente intorno alla barca. Il mare si muoveva, molte braccia parallele sorgevano dalle acque e sparivano inghiottite. Ed ecco, là a occidente della punta, con un’esclamazione soffocata individuammo finalmente il centro motore della grande danza del mare. Il mare vi ribolliva, ma senza schiume, come rimescolato dal fondo da un vortice di duecento e più metri di diametro. “Avanti,” mormorò Cecco, ed io già andavo avanti tenendo il timone dritto a quel vortice, lo fissavo ipnotizzato; il  rito  ci  chiamava.  Cecco,  afferrato  a  prua,  mi  pareva  un  feticcio,  e così anche Tesfanchièl che si teneva  aggrappato con le unghie ai bordi, seduto in fondo al barchino, gli occhi dilatati sul gorgo dei mostri. Così ancor oggi li vedo, fotografati nella mia retina, come rivedo l’attimo contemporaneo in cui il sole esplose in mezzo alle nuvole e colorò il mare di una tinta arancione violenta. Così, nel mare divenuto arancione, arrivammo a motore spento nel centro del vortice. Nessun uomo vide mai quello che noi vedemmo in quell’ora di tramonto, o nessun  uomo che vide volle mai raccontarlo. Quaranta e forse più mante, in una giostra ininterrotta e quasi a catena, salivano dal baratro in volo verticale con le  ali e le corna tese,  aprivano il mare e a braccia spalancate si rovesciavano, calavano ancora a testa in giù e là nel profondo, a venti o a trenta metri, riprendevano quota come aeroplani per tornare in superficie. Quaranta o cinquanta mante turbinavano nei loro ininterrotti giri della morte, dal cielo all’abisso,  dall’abisso al cielo, e ovunque nel  mare in subbuglio tendevano le corna al sole ormai moribondo tra le  nubi,  mostravano le pance bianche sull’acqua arancione, nere e spettrali sprofondavano per ricomparire venti secondi più tardi. La barca rollava, Tesfanchièl era divenuto di pelle grigia, si volgeva a destra e a sinistra a guardare le mante che a pochi metri e lontane sgorgavano improvvise e immense dall’acqua sanguigna. Alcune ci passarono sotto, altre ci emersero a due metri minacciando involontariamente di  capovolgerci:  potemmo  così  misurarle  in proporzione  alla barca, che era lunga quattro metri: erano mante di cinque, di sei metri in larghezza e di quasi altrettanto in lunghezza, mante di oltre una tonnellata. E una, una cattedrale che eruppe dal mare grondando ondate a forse cinque metri da noi, non era meno di sette metri; l’ondata ci colse, gettò Cecco sui paglioli, affogò la barca, io mi trovai avvinghiato alla barra del timone completamente lavato.  Cecco si rialzò, si drizzò in piedi — mi par di rivederlo — allargò le braccia e urlò: “Gran Dio!”

II sole divampò un’ultima volta sul mare, poi si fece verde e sparì di colpo. Il mare, di colpo, tornò viola e trasparentissimo. Così, con la testa fuori dal bordo, potemmo scrutare nella voragine. E vedemmo le mante girare nel fondo. Si scorgevano lontane, quasi invisibili; più che vedere potevamo intuire la loro cabrata, poi in pochi secondi quelle cose infinitesime, sperdute in quella grande sala turchina e profondissima,  ingrandivano  smisuratamente  fino  a  essere  mostri lanciati a velocità possente. Arrivavano verso di noi col loro volo verticale e le corna proiettate in avanti, a invocare o a ghermire qualcosa, esplodevano fuori e giravano, giravano, giravano. La danza durava da mezz’ora. Ma perché? Perché quel convegno? A un tratto frullò in superficie qualcosa, una faccenda lunga, come la scia di un mitico serpente marino. Guardammo senza capire. Ma dopo dieci minuti che la scia si era eclissata al largo, un’altra eguale si disegnò a cinquanta metri e ci venne incontro diritta, senza piegare. Cecco cercò affannosamente l’arpione, ma quello strano serpente di una trentina di metri già ci era addosso, ci investiva, ci investì passandoci ai lati: erano piccolissime mante in schiera, in fila per due, affarini di neppure un metro. Sbattacchiavano freneticamente le alucce e si dirigevano anch’esse in alto mare. Dopo altri dieci minuti ci passò accanto una nuova schiera di mante bambine, e intanto le madri giravano, giravano, giravano…

“Le madri, Cecco!” gridai. “Questi sono i neonati! È il parto delle mante!” Cecco non mi rispose, guardava e gli tremavan le mani. Nessuno mai al mondo aveva visto partorire le mante, e ancor oggi non si conosce quanti figli esse mettano al mondo volta per volta. I testi dicono uno. Ma quando una manta di quelle enormi venne fuori intera col ventre a tré metri da me, io so di aver visto benissimo spuntare i codini dalla cloaca, e i codini erano due, non uno! E con due codini penzoloni dalla cloaca vidi altre mante ancora, e sempre due e non tré e non uno!

I plotoni delle mante bambine, sempre in fila per due, ci incrociarono cinque o sei volte; tutti viaggiavano decisi al largo, abbandonando le madri (o le madri che avevano partorito — se questo era vero — li seguivano dal basso?). Andavano tutti e senza fallo a occidente, verso gli ultimi bagliori di luce, si perdevano nelle ombre nere del mare. “Cecco,” gridai, e mi asciugavo la faccia dagli spruzzi e tenevo stretta la barra. “Cecco, è il parto delle mante! Si capovolgono così in tondo per aiutarsi! Guarda come fanno, si stirano sul ventre e spingono girando contro l’acqua, l’attrito dell’acqua le aiuta!” un’ondata mi strozzò la frase, mi asciugai ancora. “I piccoli si radunano e partono insieme! Vedi che le mante sono diventate la metà: le altre hanno già partorito, se ne sono andate! Guarda le altre come si sforzano,  giuro che soffrono, non vedi che accelerano i giri? Là, là guarda i piccoli! Ma dimmelo che sono le mante che partoriscono!”  Cecco guardava,  avvinghiato alla prua.  Il mare era diventato nero, le pance delle mante che ancora roteavano parevano spettri improvvisi nel buio.

Le acque, lentamente, si andavano quietando, la danza moriva. Il cielo ora era sgombro, terso; nell’azzurro tremavano le prime stelle.

Cecco si rilasciò, si sedette sul fondo della barca, cercò una sigaretta. Trovò il pacchetto ma era inzuppato. Io non avevo sigarette, ero in costume da bagno.

“Sigarette, Tesfanchièl?”

Tesfanchièl si riscosse, si palpò nelle tasche, fece di no col capo. “Kaiàs,” sussurrò, con una voce strana. Cecco si ravviò adagio i capelli; chiuse gli occhi, dopo un poco li riaprì, mi fissò, volse lo sguardo. “Non lo so,” mormorò.

“Ma se tu non fossi naturalista e ittiologo?…”  “Sì, allora sì: partorivano sicuro. Hai una sigaretta? Ah scusa, niente.”

Ci sedemmo tutti sul fondo della barca, vicini. Stemmo così un pezzo. Le ultime mante giostravano lontano nei flutti, ne udivamo lo sciacquio. Poi a poco a poco più nulla, un silenzio grande.

“Mi è venuto in mente…”  “Toomai degli elefanti,” dissi. Cecco sorrise e annuì. “Io e te ci capiamo,” disse. Ebbe una pausa. “Ci vogliamo bene.”

Annuii. “Peccato che non c’è Gigi,” dissi. “Lui almeno,” Cecco sorrise ancora, “Lui una sigaretta l’avrebbe.”  Udimmo ancora il tonfo di una manta, soffocato, lontanissimo, verso Dur Gaham.

“Bisogna che glielo raccontiamo.” “Sicuro, bisogna dirglielo bene.” Un volo di uccelli ci passò sulla barca; non li vedemmo, ma capimmo che erano appena partiti dall’isola. Andavano a occidente, pieni di forza. “È notte,” dissi, guardando le stelle, e misi in moto il motore.

Puntai a oriente, nella direzione opposta a quella delle mante bambine e degli uccelli. Il mare era una sconfinata tavola nera. Chissà dove vanno, adesso, in quel buio, le mante bambine, pensai mentre reggevo la barra. Ognuno, su questo strano pianeta pieno di cose, ha le sue strade e i suoi appuntamenti di primavera. Chissà se l’anno venturo le mante incinte sarebbero tornate alla sala parto di Dur Ghella. Pensavo tante domande vaghe, e forse mi sentivo felice, o istupidito, che magari è la stessa cosa. Ma mi sentivo grande, mi sentivo un pezzo di natura, un amico intimo delle mante che avevano sofferto; perché, in fin dei conti, anch’io abitavo sul loro stesso pianeta. Tra me e loro, a pensarci bene e guardando il mondo, per esempio, da quella stella lassù per aria, forse non v’era differenza alcuna.
Mi sentii molto contento di questa scoperta. Adesso sì, potevo partire anch’io dalle isole.

NOTE: Questo capitolo di “Dahlak” è stato pubblicato dalle riviste: “Mondo sommerso” (n.206, agosto-settembre 1977; pag. 28); “Sesto continente” (n. 25, luglio 1993; pag. 18) e “Barche” (n.3, 2007; pag. 262). In tutte e tre le ri-edizioni le illustrazioni sono di Anna Pighini ved. Roghi.

Rinasce la vita

di Gianni Roghi 

da Mondo Sommerso,  n° 1, anno I, settembre 1959

 

TRA i relitti affondati e gli animali del mare c’è una vecchia amicizia. Non so chi abbia detto per primo che un relitto, antico o moderno, fa un’impressione sinistra, quasi di un castello in rovina abitato dagli spiriti. Si tratta, a parer mio, di una retorica abbastanza giustificabile per chi, di relitti in fondo al mare, non abbia che un’esperienza letteraria. Il commento sonoro delle sequenze sui relitti comparsi in molti film (chi non ricorda “Epaves”, “Sesto Continente”, “Le monde du silence”?) è regolarmente affidato ai toni gravi dei sassofoni, dei tromboni, dei

violoncelli, con un controcanto quasi inevitabile di voci umane. Ciò è bello e popolare, perchè vuole esprimere, sia pure un poco ingenuamente, la nostra commozione di fronte a un dramma del passato. Ma chi ha visitato qualche relitto di persona, e non si è limitato a dargli un’occhiata preoccupata ma gli è andato vicino e dentro, non può non essere d’accordo con me: una nave affondata è una festa. Di colori, di vita, di presente. Certo, se questa esplorazione conduce a una scoperta agghiacciante, oppure a un oggetto che susciti all’improvviso un’evocazione (le cose di bordo, gli utensili di cucina, e così via), sarà inevitabile l’essere strappati dalla gioia del vedere quello che c’è, la nave e la sua nuova vita, e il venire sommersi da un’emozione diversa, forse più profonda. Ma la realtà ha una sua forza, e un relitto in fondo al mare non è più una nave, non è più un ricordo: è una nuova cosa in fondo al mare. Ho visitato una mezza dozzina di relitti, nei miei viaggi subacquei, e queste impressioni mi colpirono già dal primo, un vecchio catenaccio in Mar Ligure. Ma per convincermi ci voleva una nave gloriosa, e cioè quella romana di Albenga. Per chi non lo sapesse, dirò che giace su un fondo di 42 metri a un chilometro e mezzo da riva, in mezzo al mare, prigioniera della sabbia fangosa. E’ molto difficile trovarla, anche conoscendo bene i traguardi a terra: tutt’intorno è un deserto grigio e piatto di limo, senza un punto di riferimento, un ciuffo d’alga e le acque, a quella quota, sono quasi sempre color miele. Ebbene, trovammo la nave per la sua vita, perchè dopo duemila anni viveva ancora. Nel gran torbido, infatti, cominciammo a trovare un coccio d’anfora, poi due, poi tanti pezzi disseminati; ma il vero annuncio della nave vicina, fra queste sue briciole, ci fu dato dai pesci, apparsi d’improvviso nel deserto, e sempre più numerosi fino a formare degli sciami. Ci guidarono, spauriti, alla loro grande città. Il cumulo gigantesco di anfore, lungo trenta metri e largo dieci, pullulava di migliaia di animali. Un banco di menole biancocelesti era come una nuvola su una collina, si alzava e abbassava quasi per i capricci del vento, scompariva d’un tratto nel terreno quando i pesci affondavano tra le anfore, poi di nuovo si riformava un metro o due più sopra. Come farfalle, invece, di anfora in anfora, giravano le donzelle lunghe e colorate, i serranelli striati, le triglie rosse di fango, nei buchi occhieggiavano scorfani, pesci topo, ghiozzi e minuscoli capponi. Una tribù di aragoste agitava le corna in mezzo al solco creato anni prima dalla benna dell’Artiglio II, la testa di una murena faceva capolino da un’anfora, qualche polpo strisciava in cerca di riparo, i dentici arrivavano dal largo, correvano lungo il bordo della straordinaria isola, ripartivano, tornavano di nuovo. Che meraviglia, pensavo. Non sognano forse, i poeti, che sulla loro tomba di erba vengano a cantare gli uccelli e a posarsi le farfalle? Qui la tomba si era trasformata in giardino. Per un mese, sulla secca di Spargi, vivemmo su un’altra nave romana, più piccola ma forse più interessante. Ciò che si vedeva di essa, al solito, era il primo strato di anfore, tutte coricate e strette l’una all’altra come libri in uno scaffale. Quell’ammasso di cose bianche fra il verde delle posidonie, a guardarlo dalla superficie quando le piogge d’aprile lasciavano le acque chiare per qualche ora, dava la suggestione di un cimitero. Ma anche qui era un vivaio, un acquario, una festa. I suoi abitanti imparammo a conoscerli uno per uno, e certuni finimmo col chiamarli per nome. Tre o quattro pesci divennero persino domestici, venivano a mangiare dalle mani. Facciamo un bilancio della popolazione della nave romana di Spargi. Pesci, dominazione di una oligarchia di cinque o sei saraghi, il più grosso dei quali (Bernardo) aggressivo e intollerante con i suoi simili, ma del tutto confidente con gli uomini. Una trentina di altri saraghi minori completava la rappresentativa della specie. Tre càntari grigi abitavano nei paraggi e accorrevano non appena si dava inizio ai lavori (tutti i pesci approfittavano del sommovimento delle anfore per divorare gli animaluzzi dissotterrati). Presenza fissa, invece, quella di quattro imponenti tordi e di un marvizzo. Una murena, cacciata da un’anfora e dileguatasi per sempre. Una ventina di donzelle in dimora stabile, una dozzina di serranelli, labridi vari. Un numero imprecisato di ghiozzi e qualche pesce topo. Due o tre pesci ragno, due o tre scorfanetti. Crostacei: due lupicanti formidabili, nessuna aragosta, granchiolini innumerevoli. Cefalopodi: polpi, polpi, polpi. E’ difficile dire quanti, perchè i polpi sono come i fantasmi. Invadenti e ficcanaso: uno rubava le medagliette di metallo che numeravano le anfore, l’altro le lampade flash della mia macchina fotografica, nella loro reticella. Ho detto giardini, più sopra, e i giardini non hanno soltanto uccelletti e farfalle: hanno fiori. I fiori delle navi sommerse sono anch’essi animali, ma fissi e senz’occhi: coralli, briozoi, tunicati. Se dei fiori non hanno il profumo, tuttavia non appassiscono mai; se non conoscono la gioia della primavera e la poesia dell’autunno, tuttavia mantengono sempre splendidi i loro colori, se non si piegano al vento, hanno forme più bizzarre. Ricordo una nave di ferro di molte migliaia di tonnellate sprofondata in Mar Rosso, alla Grande Dahlak, tutta coperta dai crisantemi delle madrepore gialle, viola, arancione. A Spargi spuntavano sulle anfore i mazzetti di Myriozoum, il corallo matto, e i tuberi rossi delle Halocynthia; le spugne scarlatte facevano da muschio e da margherite gli spirografi. I tropici sono un’altra cosa, ma anche i nostri boschi, come la giungla, hanno le loro bellezze. “Andare su un relitto”, mi disse l’anno scorso Frédéric Dumas, “mi dà sempre una emozione strana, mi fa tristezza”. E quando l’ebbi accompagnato alla monumentale nave di Albenga, rimase costernato: così grande, così solenne non l’aveva immaginata. Capisco profondamente questo sgomento di Dumas, e ne sono partecipe. Ma sui relitti c’è la rivincita della vita, mi continuo a dire, e ci vado con una emozione che è gioia.

La febbre rossa

              

da “Mondo sommerso”  n° 6 , anno VIII°, giugno 1966

La strada del corallo: una storia italiana

di Gianni Roghi

Rivelati, per la prima volta, il mondo, i drammi, le tecniche, la vita della più straordinaria figura di sommozzatore del nostro tempo: il corallaro. Circa due settimane di decompressione in una sola stagione. Immersione lavorativa record a 115 metri. La cruda verità sui favoleggiati guadagni dei cacciatori di oro rosso. Una pietra sul fondo e un galleggiante in superficie indicano un diritto di sfruttamento che nessuna legge scritta sancisce ma che tutti rispettano

Alle otto del mattino il corallaro attacca il cesto al mo­schettone, si rovescia fuori bordo, precipita verticale per ottanta metri, raggiunge il suo posto in miniera, comincia la giornata. Alla stessa ora il resto dell’umanità civile attacca il cappello in ufficio, siede alla scrivania, si dispone dietro il banco, abbassa la leva di una macchina. È sempre lavoro. Una sola differenza: il corallaro, tutte le mattine alle otto, comincia a rischiare la pelle. Quando la sua giornata è ter­minata, il suo pensiero riproduce d’istinto quello dell’uomo primitivo che tornava dal lavoro della caccia al mammut: considerazione del risultato conseguito, soddisfazione sub­conscia del ritrovarsi vivo. È una scelta di vita umana che esula da schemi consueti e riecheggia modi primordiali, ac­centuati da un reinserimento profondo nella natura, potrem­mo dire in senso letterale. Per nessun lavoro umano le con­dizioni naturali sono altrettanto determinanti: lo stesso pe­scatore – come l’agricoltore – ha più ampie possibilità di ripiegamento su attività corollarie, in attesa che le condizioni naturali gli consentano di riprendere la sua principale. Il corallaro non conosce attività interlocutorie: il suo unico prodotto è là, molte miglia al largo, molte decine di metri sotto la superficie, occorre andarlo a prendere con le due mani che possiede. Per gli altri uomini, sia pure in diversa misura, un giorno è uguale all’altro: per il corallaro ogni giorno è diverso, ogni giorno comincia davvero all’alba, quando i suoi occhi spiano e giudicano la forza dell’onda, leggono lo spostamento della lancetta sul barometro, inter­rogano il vento sulle nubi. Il suo capufficio è la natura.

Queste singolari condizioni di vita fanno del corallaro un uomo particolare, sia che si tratti del medico che ha abban­donato sala chirurgica e condizione sociale, sia del pescatore di vongole attratto dalla lusinga di maggiori guadagni. Come figura tipica il corallaro non esiste: ma poiché comune è il tipo di esistenza prescelta, le implicazioni psicologiche che ne derivano concorrono a formare in lui un atteggiamento, nei confronti del prossimo, della vita, del mondo, sostanzial­mente uniforme e caratteristico.

Tutto ciò per avvertire come non sia agevole parlare di questi uomini e del loro mestiere, specialmente se il rac­conto muove dal di dentro. Io non sono vero corallaro poi­ché il mio pane non è fatto di corallo; ma per quaranta o cinquanta giorni all’anno vivo anch’io di questa vita, ed è come cambiar registro, uscire d’alveo. Sono e non sono della famiglia, dentro o fuori secondo la stagione. In una condi­zione, dunque, fortunata per esperienza diretta, privilegiata per osservare con distacco, ma nello stesso tempo compro­messa per rapporti umani, compartecipazione di sentimenti e spirito di clan.

Sono anni che il giornale mi chiede questa storia, anni che dilazionano con pretesti. Perché è difficile, appunto, scri­vere dal di dentro. Mi hanno deciso ora tre ragioni: prima, sui corallari si continuano a dire troppe assurdità, anche malevole, dalle quali essi non sanno o non intendono difen­dersi; seconda, le loro esperienze tecniche e fisiologiche sono sconvolgenti, assai più avanzate e problematiche di quanto la scienza ufficiale voglia ammettere; terza, la loro vicenda rappresenta un capitolo notevole nella storia subacquea di questo secolo pionieristico, e allora è giusto, è necessario che un cronista la fissi con scrupolo di verità, affinché sia ricor­data. Oltre tutto, è una storia così italiana.

Sono pochi. Dalle prime esperienze di una dozzina d’anni fa, compiute da Alberto Novelli ed Ennio Falco nelle acque campane, e da Guido Garibaldi e Fausto Zoboli in quelle

toscane, il numero di corallari non è cresciuto in propor­zione a quello dei sommozzatori. Oggi i corallari italiani sono una ventina. Forse altrettanti gli spagnoli (i quali però lavorano sottocosta e a profondità non superiori al 40-50 me­tri, pescando corallo in grande quantità ma di qualità me­diocre) ; una mezza dozzina i francesi in Corsica; qualche isolato in Algeria, Tunisia e Marocco. In questi due lustri di attività, nel Mediterraneo sono deceduti tredici o quattordici corallari:  circa un quarto del totale. Molti altri si sono sal­vati per miracolo, alcuni a prezzo di gravi lesioni. Almeno una ventina di sommozzatori, in Italia, hanno tentato la corsa al corallo, ma hanno finito presto o tardi col rinun­ciare, sia per obbiettiva considerazione della propria insuffi­cienza, sia perché incappati in paurosi incidenti, sia infine per essersi trovati pieni di debiti anziché dei favoleggiati milioni.

La maggioranza dei corallari italiani si concentra oggi, per la stagione di pesca che si apre in aprile e conclude in novembre, a Santa Teresa di Gallura. Nelle Bocche di Boni­facio si trova infatti un corallo che a Torre del Greco, capi­tale mondiale del mercato corallino, viene pagato al prezzo di gran lunga più alto per il tipo mediterraneo. È un corallo rosso scuro (con qualche eccezione rosa), massiccio, sano, raramente « camolato », di elevato peso specifico, a lungo fusto (non a cespuglio come quello spagnolo), eccellente per la lavorazione. Rami medi pesano uno-due etti, rami grossi mezzo chilo; rami eccezionali toccano e superano il chilo. Il cormo più grande che Franco Ciaccia, mio compagno d’im­mersione, ed io abbiamo trovato, a circa 85 metri, pesava 1150 grammi. Il  prezzo di questo corallo varia secondo le gradazioni di qualità e secondo i flussi di mercato, oscillando tra le 24 e le 32 mila lire al chilo per i rami interi, ovvia­mente ben ripuliti – «tenagliati » – da concrezioni e baca­ture alla base, ma può salire a 60, 80, persino a 100 mila lire al chilo per tronchi di rami – « paccottiglia » — a grande sezione, lunghi e perfetti. A prezzi sensibilmente inferiori sono valutati i coralli di altre acque mediterranee: dalle mille lire alle 4 mila lire al chilo, in generale e dalle 8 alle 14 mila circa per certe zone del bacino tirrenico o del basso Mediterraneo. Corallo come quello ligure di Portofino non ha valore commerciale.

Se pochi sono i corallari, pochissimi sono i loro equipaggi fissi, composti da, due o tre sommozzatori. Una stagione sfortunata o eccezionalmente fortunata finisce col dividere quasi sempre la coppia o il trio dei soci, che si muovono reciproci biasimi o si ripromettono maggiori profitti in pro­prio per la stagione futura. La barca appartiene spesso a uno solo dei sommozzatori; in questo caso, gli altri o il. singolo compagno sono alla parte; di qui una frequente ten­sione, inasprita dalla durezza del mestiere, dall’aleatorietà del guadagno, dagli improvvisi colpi di fortuna, dai debiti, dai contrasti sui metodi di lavoro, e così via. Soltanto il trio Novelli-Falco-Olgiai mantiene da sempre una sua unità. Vorrei che il lettore comprendesse come queste annotazioni apparentemente marginali non mi escano di penna per il gusto dell’aneddoto spicciolo, bensì per lo sforzo di avvici­narlo alla realtà umana di questa gente.

Alcuni corallari preferiscono lavorare da soli: così è sal­tuariamente per un Zoboli, così invece d’abitudine per Rai­mondo Bucher o per il giovane Pietrangeli fratello minore

del campione di tennis. Io stesso, assenti i miei due compa­gni Ciaccia e Barletta per ragioni di lavoro e di patria naja, ho lavorato un mese dello scorso anno da solo. Del resto, è quasi una regola per corallari anche in équipe di immergersi soli, a turno: gli stessi tre napoletani che ho ricordato non scendono praticamente mai insieme, bensì a turni in questo ordine: Novelli, Falco, Olgiai, e così nuovamente per la se­conda immersione quotidiana. Il perché di questo sistema verrà compreso più avanti, quando vedremo la tecnica di lavoro.

La barca del corallaro ha caratteristiche definite. Come infatti un pescatore di grande traina deve poter disporre di un mezzo specifico, anche il corallaro ha elaborato attra­

verso la sua esperienza un tipo d’imbarcazione particolare. Lo scafo in legno, prodotto in genere da cantieri navali pe­scherecci campani, misura dai nove ai tredici metri circa, ed è estremamente maneggevole, veloce, marino, robusto: nes­suna barca tiene il mare come una barca di corallari. Alcune sono adibite ad abitazione, con cucina e cuccette. L’attrezzatura comprende l’ecosonda scrivente, il barometro, la bus­sola, il grosso compressore per gli autorespiratori, eccetera. Leonardo Fusco possiede anche una monocamera per decompressione, sistemata a poppa, all’aperto.

La caratteristica peculiare di queste barche è l’eccezionale. disponibilità: veloci per arrivare svelti sui luoghi di pesca o per fuggire sotto l’improvvisa ventolata; agili per consentire le complicate manovre per lo scandagliamento elettro­acustico del fondo; docili e sicure con motore al minimo per seguire le bolle dell’uomo in immersione ; resistenti e morbidi ai colpi di mare quando è necessario accettarlo di traverso mentre il sommozzatore è attaccato in decompressione ; sufficientemente confortevoli per chi ci deve trascorrere sopra metà della vita, sufficientemente rozze per sopportare i maneggi di bombole, il vai e vieni dai bordi, l’a­pplicazione di scalette di ferro, e così via. Barche speciali,  riconoscibili da lontano: San Clemente quella di Novelli soci, Cormorano quella di Zoboli, Sant’Antonio di Luciano Vinti, Tre Moschettieri, Corallina... fino a quando non sono vendute e sostituite da altre più ricche o potenti, fabbricate con centinaia, migliaia di rami rossi strappati a uno a uno dal fondo, con paziente fatica di mani.

Ore cinque e trenta, mare forza tre, vento debole maestro, cielo sereno, pressione 763, temperatura 19 centigradi: cioè una buona giornata. I corallari si muovono, silenziosi. Con il panettiere di Santa Teresa sono i primi del paese. Qualcuno abita in casa, raggiunge il porticciolo in automobile; altri sbucano dalle barche, la prima occhiata è per quello scoglietto là fuori a destra, dove se batte l’onda significa mare forza quattro o forza cinque, niente da fare, torna a letto e riguarda fra un’ora. Alle cinque e tre quarti esce il San Clemente, che ha la giornata più lunga perché suoi uomini, .come sappiamo, scendono in sei turni successivi Un quarto d’ora dopo comincia la fila. Se le guardate sopra il monte della gola di mare di Santa Teresa, se guardate le barche dei corallari filare fuori dalle acque calme impennarsi al primo sbaffo delle Bocche, e spingere con più forza, aggressive, nervose, la bellezza dello spettacolo vi sorprende, e potrebbe anche cogliervi un’emozione inattesa torneranno tutti sani, tra otto-dieci ore, gli uomini di questo navicelle tanto baldanzose? Le mogli dei corallari stanno terra, aspettano. Vanno e vengono sulle utilitarie, alcuni hanno il bimbo in carrozzino, scendono al molo nel pomeriggio, passeggiano su e giù ignorandosi, parlano poco, a bordo nessuno le vuole. L’unica moglie a bordo di una barc -corallina è la mia:

Cinque, sei, sette barche sfibrano veloci le due secche all’imbocco della rada, si affacciano alle Bocche, si sparpa­gliano in un mare immenso, verso ovest, nord-ovest, di là

di Capo Testa. Dopo mezz’ora ognuna è sola, e sarà sola tutto il giorno, a dieci quindici, venti, venticinque miglia da casa. Se c’è foschia non vedrà nemmeno terra, oppure soltanto la cresta velata degli alti monti in Corsica o Gallura. Passano talvolta grandi piroscafi, petroliere, incrociatori, il marinaio del corallaro si precipita alla campana per strimpellare, chi s’immagina che una tal pulce stia lì ferma, a far che? proprio in. mezzo alle grandi rotte. La petroliera da trentamila di stazza transita sovrana, nemmeno s’accorge dell’omino la­sciato a ballare dietro, che mostra il pugno e strepita perché il mostro gli ha strappato tutti i pedagni, lavoro di tre giorni. –

La prua del corallaro punta al pedagno: La terminologia tecnica, dicono i glottologi, arricchisce la lingua. I corallari dànno il loro contributo con un linguaggio gergale rubato un

po’ ai vecchi corallini torresi all’ingegno, un po’ a quello subacqueo. Pettata, spicariello, scalomata, macchia, ripassa­ta. ripulita, pedagno, pedagnino, palla, rocchetto; picchetta:

vocaboli che pesco a caso nel loro idioma .corrente. Pedagno è una pietra collegata da una lunga sagola a un galleggiante: viene gettato sul punto prescelto per l’immersione, dopo tutto il lavoro di .scandaglio, e lasciato sul posto per indicare la proprietà,. o meglio il diritto: di sfruttamento di ciò che sta sotto.        .

Puntare al pedagno è un’arte. Il galleggiante è un punto­lino che balla tra le onde in  aperto mare. Può essere un palloncino, -un salame di plastica- gonfiabile, un sughero con

la bandierina, una boccia di vetro, ognuno ha il suo tipo, che gli altri conoscono. Una mattina, avendo la mia Corallina in avaria, sono ospite del Cormorano. Zoboli ha il più straordi­nario marinaio che io conosca, Mario Nicolai. È di Santa Teresa, certo conosce i posti, ma l’alto mare è uguale dap­pertutto. Nebbione fitto, visibilità duecento metri, nessuna possibilità di orientarsi sui traguardi a terra. Il Mario punta deciso la prua al largo, navighiamo nella bambagîa un’ora e tre quarti a dieci nodi. D’un tratto il Mario dice: tra cinque minuti siamo sul pedagno, signor Zoboli si prepari. Zoboli ubbidisce. Io guardo, sembra di essere nel Mar del Nord, acqua plumbea, aria fosca, silenzio di tomba. Il Mario dice fra un minuto. Il pedagno, palla ocra non più grande d’un cocomero, sbuca dal grigio, improvvisa apparizione, dondola sotto bordo Il Mario sorride.

C’è il pedagno e c’è la palla: sottile differenza. Il pedagno indica il luogo di lavoro del giorno, la palla stabilisce il diritto su una certa gettata: un data scoglio una determinata area, per un periodo più lungo. II pedagno viene tolto o spostato dopo ogni « lavorata », la palla può rimanere per settimane. In principio di stagione i corallari si preoccupano .di scegliersi certe zone, anche distanti tra loro molte miglia, e di  bloccarle con una serie di palle. Come la picchettatura dei cercatori di diamanti in Vene­zuela. Per chi arriva tardi, come me, è un guaio: prendere quel che rimane, o inventare posti nuovi. Non è una legge scritta, non si riferisce ad alcun codice, ma è rispettata. Viene fatta rispettare, nel caso, alla maniera dura. Più avan­ti torneremo su questa forma di diritto naturale anche per dire quanto sia stupida la legge recentemente promulgata dal solito ministro incompetente.

Il pedagno galleggia sballottato dalle onde. Meraviglioso vederlo immobile sul mare a specchio: di bonacce, nelle Boc­che — in realtà la pesca del corallo avviene. parecchie miglia a ovest dello stretto – se ne vedono assai meno che in qualsiasi altro angolo del Mediterraneo: basta una bava nel Golfo del Leone perché imbucandosi tra Corsica e Asinara si con­centri acquistando velocità e forza, ritorcendo il mare sulle correnti contrarie. Brutta vita. Certi corollari, prima e dopo le immersioni, rimettono l’anima un giorno su tre; e c’è chi ha vomitato in decompressione.

II corallaro si prepara rapido. Attrezzatura essenziale. Mu­ta completa foderata (a 70 metri. nelle Bocche, si hanno circa 15 centigradi, ma il freddo è più sofferto durante le lunghissime decompressioni nei mesi primaverili quando l’acqua di superficie non è ancora salita oltre i 16°). Pinne pesanti; maschere di vario tipo, a naso o a lunotto, sempre piccole. Nessuna zavorra (i piombi, con cesto e corallo, ren­derebbero troppo onerosa la risalita). Autorespiratore bibom­bola caricato a 180, 200 atmosfere (io uso il tribombola (1) con il bombolino da 5 o 6 litri: l’esempio comincia a essere se­guito anche a Santa Teresa). L’erogatore più usato è il Royal Mistral; Novelli e compagni usano il loro celebre Explorer, ma fatto in casa; io e i miei :due amici abbiamo adottato lo Scuba 300. Si va diffondendo anche l’impiego dell’erogatore di riserva, a erogazione manuale, applicato al medesimo grup­po bombole: è un elemento di sicurezza pratica e psicologica. Imprescindibile l’orologio. Non tutti i corallari portano invece il profondimetro : le quote del luogo di lavoro sono già indi­cate con esattezza dall’ecosonda ; per la decompressione, molti hanno segnato sulla cima zavorrata che viene calata dalla barca i diversi livelli di sosta. Pochi impiegano il de­compressimetro: profondità, permanenza e decompressione invece l’uno e l’altro: è un controllo di riserva. Il coltello viene generalmente lasciato in barca. È un’imprudenza, poi­ché sulle pettate si trovano talora larghe ragnatele di reti d’ingegno: a quella profondità la visibilità è scarsa, ci si può legare con l’erogatore, con l’apparecchio, e laggiù i minuti contano per dieci.

Il corallaro è pronto, si siede sul bordo, aggancia il largo cesto di vimini, alto sul petto. a un moschettone fissato a un collarino di sagola grossa. Il marinaio vi pone due o tre

pietre, una dozzina di chili. Infine la picchetta, arnese di lavoro. È un piccozzino – «martello da muratore » – a scu­re da una parte, a spatola tagliente dall’altra. Deve essere pesante, negativa: la si zavorra in testa.

Alcuni corallari usano recipienti diversi. Per esempio un sacco di rete dall’apertura irrigidita da una ghiera metallica: picchettano i rami tenendo l’imbuto di sotto, i rami piovono dentro. Non si usa più, comunque, il vecchio sistema del raschiamento della parete con un attrezzo simile a questo sacco: tale metodo era produttivo a basse profondità (30-40 metri), dove il corallo cresce piccolo e fitto come una barba, specialmente sotto le gronde e gli aggetti rocciosi. Era, oltre tutto, un sistema gravemente distruttivo, ed io rammento che non gli risparmiai una dura critica, che venne invece presa per una indiscriminata opposizione alla pesca del co­rallo in genere.

Il corallaro attende che il marinaio lo porti sul galleg­giante dei pedagno. Appesantito infatti dal cesto pieno di pietre, senza contare la corrente spesso gagliarda,. non potrebbe nuotare e spostarsi in superficie nemmeno per pochi metri. Tutto in silenzio. Concentrazione. Il corallaro non ama parlare prima dell’immersione, anche se è routine: Dicevo che ogni giorno è nuovo, ogni giorno conta per sé. Come un count down per il lancio in un nuovo spazio il marinaio avverte col braccio dell’accosto al pedagno, motore al minimo. Mano aperta: dieci metri. Il corallaro abbassa la maschera, afferra la picchetta, polso sul cristallo, mano sulle pietre. Partito. Prima di calarsi la maschera sul volto, come una celata, c’è un vecchio orso che si fa rapido un segno di croce, prega qualche secondo senza muovere le labbra. Il marinaio volge lo sguardo, per discrezione.

 

Sotto occhi del corallaro si spalanca di colpo un cupo universo blu. Alto mare. Il fondo può essere anche a cento, centoventi metri. Improvviso silenzio  totale, solo l’erogatore. Il filo bianco del pedagno: unico appoggio, unico rapporto di dimensione. Scompare nel buio, là in basso. La corrente può gonfiarlo in una larga curva per i primi venti-trenta metri, oppure in due curve opposte quando le correnti si sovrappongono nei due sensi; dopo i cinquanta scenderà a piombo. Da questo istante il corallaio ha i minuti contati. Regola la corona dell’orologio, espira, si lascia andare, abbandona ­la superficie, il sole, tre metri, si capovolge, le pietre lo trascinato, lentamente, poi più torte, presto è una caduta, un precipitare a corpo morto. Ottanta metri in un minuto.

Il corallaro segue il suo filo d’Arianna senza toccarlo, testa giù, il cesto che lo  tira per il collo. Che pensa, in questo sprofondare? Ognuno ha forse una sua risposta; c’è anche

chi si concentra nel sospetto di sentirsi ghermire dall’orga­smo, come gli succedeva nel passato e come gli ricapita talvolt   a ancora. Ma una sequenza di sensazioni-pensieri potrebbe essere questa:

«ci siamo dài – compensa bene – occhio alla sagola – adesso a quanto? venticinque uffa – buona si comincia a filare devono trentacinque – infatti sentilo lo strato gelido – più freddo di ieri merda – compensa bene respira – sl a posto – ecco li. buio quant’è brutto – e se uno squalo m i stesse seguendo e i miei piedi… adesso mi giro e guardo non far lo stupido cammina – accidenti come filo compensa bene – che quanto saranno? cinquanta uffa – il fondo dovrei cominciare a vederlo si figùrati sentilo lui che vuol vedere il fondo ai cinquanta sta buono questione di secondi no? – accidenti che buio cos’è questa roba? squalo – ma piantala – attento alla sagola pronto alla prima pietra – che buio il cielo s’è coperto? ma, no – possibile che non si veda ancora il fondo? arriva sta buono – è già tutto nero bruno laggiù dovrebbe – sessanta sessantacinque oh eccolo finalmente ci siamo molto bene – respira – com’è piatto che abbia sbagliato? ma no lo sa che dall’alto lo vedi piatto – corallo? cosa vuoi vedere da qui – guarda che sei troppo veloce rischi la culata – giù la prima pietra la seconda bene sei quasi fermo la terza- – fermo che bello – che scogliera accidenti e corallo? calma – profondimetro tra 80 e 90 facciamo  84– al lavoro che bellezza di scogliera chissà »..

Il corallaro lavora una media di dodici tredici minuti tra i 70 e gli 80 metri (la maggioranza dei corallari supera rara­mente la quota lavorativa degli 80), una media di dieci-undici tra gli

80 e i 90. Le immersioni lavorative oltre i 90 metri sono estremamente rare e sono appannaggio esclusivo di non più di cinque o sei specialisti. Gli stessi che, secondo la testimonianza dei compratori di corallo, possie­dono d’abitudine il prodotto di qualità superiore (la qualità non si accompagna necessariamente alla vistosità del cormo). «Più fondo vai meglio corallo trovi»

Alcuni corallari ai livelli massimi d’esperienza, come No­velli e soci o come Leonardo Fusco, allungano notevolmente questi tempi: immersioni a 80 metri di venti minuti., decompressioni interminabili. L’utilità produttiva di questi sistemi è un vecchio argomento di discussione: c’è chi obietta, per  esempio, che a 80 metri, dopo una dozzina di minuti, il lavoro si  fa lento, . distratto, sostanzialmente improduttivo o assai meno produttivo per l’incipiente effetto di narcosi. È una questione di attitudini personali. Novelli e compagni restano in mare dieci, undici, persino dodici ore giorno affrontano quotidianamente decompressioni di circa quattro ore complessive fra prima e seconda immersione. Fausto Zoboli è invece rapidissimo: esce alle sei del mattino (in stagione estiva), alle tre del pomeriggio è già in porto con due imersioni sulla schiena. Sono i due estremi. Novelli e soci hanno due marinai, ancorano la barca, calano la scia­luppa, un marinaio segue a remi le bolle del sommozzatore, quando risale e inizia la decompressione lo guida verso la barca mentre il prossimo si prepara. Manovra complessa, ma vi sono abituati e gli va bene. Zoboli è in felice simbiosi col suo marinaio Mario: la loro operazione in mare è un . piccolo capolavoro di velocità ed efficienza. Produce di più o di meno, in proporzione, il primo o il secondo metodo? Non si potrà mai saperlo. Anche perché come per i diamanti,

gioca la sua parte una imponderabile questione di fortuna. Le scogliere corallifere d’altura si configurano in quattro tipi: piccoli massi isolati su un fondale fangoso-arenoso pianeggiante o in lieve declivio («scoglietti »); monoliti della struttura di guglie dolomitiche, alti una decina di metri (« spicarielli »); pareti rocciose che rappresentano la frattura di un fondale arenoso a tavoliere, e che cadono con salti di 5-15 metri su un secondo fondale a tavoliere, di struttura analoga al primo (« pettate »); scoscendimenti rocciosi e mi­sti molto ampi, a terrazze che spesso orlano le ultime pro­paggini di un canyon sottomarino, e che pertanto possono condurre a profondità elevatissime («  scalomate »).

Il corallo fiorisce generalmente su un solo versante di queste quinte rocciose, ed è quello direttamente investito o lambito dalla corrente apportatrice di nutrimento. Per

gran tempo si è ritenuto che il corallo si sviluppasse di preferenza a levante, ma oggi l’intervento diretto del som­mozzatore ha chiarito che è la direzione della corrente e non già l’orientamento astronomico quello che conta. Nelle Boc­che di Bonifacio, per esempio, la corrente prevalente è di ponente o maestro: il corallo di questa zona è appunto espo­sto verso ovest o nord-ovest, tranne naturalmente in quegli anfratti, quei canali e quegli angoli delle scogliere in cui si possano insinuare refili secondari del flusso principale.

Per svilupparsi. bene le colonie richiedono scogliere sufficientemente alte e articolate. Sui piccoli scogli isolati della platea continentale, alti non più d! .2-4 metri, esse appaiono

per lo più raggruppate in settori ristretti (una gronda, un aggetto, una fessura), e quasi mai sull’intera facciata esposta alla corrente dominante. Sui grandi ma rari monoliti, invece, non è raro osservare una prodigiosa fioritura. Queste curiose formazioni rocciose di antica erosione si innalzano improv­vise sulla platea, pressoché isolate, con pareti ripide o a

piombo scavate da diedri,  infossature e balconi, ove il corallo può crescere in ogni direzione, volgendo cioè i cormi verso il basso, trasversalmente o addirittura verso l’alto, come erba di prato (quando la profondità sia almeno di 85 metri). Questi rari « spicarielli » rappresentano il miglior campo di lavoro per i corallari, perché consentono una rac­colta copiosa in breve tempo, e di un corallo particolar­mente vitale e pregiato. La ragione di questa loro ricchezza consiste probabilmente nel fatto che ove il corallo è molto fitto, si rende forma dominante e ostacola l’attecchimento di gorgoniari, madrepore, briozoi, e soprattutto di quelle minuscole rodoficee e spugne che sono i suoi principali nemi­ci biologici.

Il terreno classico del corallaro d’altura sono le « pettate », barriere rocciose che formano quel gradino di frattura tra due livelli di fondale della platea. L’ambiente è più complesso, più vario di forme bentoniche, sia per la loro strut­tura profondamente articolata, sia per la loro lunghezza., che tocca normalmente qualche centinaio di metri ma che può eccezionalmente superare il miglio. Simili a muraglie, a ba­stioni dell’altezza media di una decina di metri, sono di ori­gine sismica e presentano perciò una linea uniforme, anche se l’opera successiva di erosione le ha tormentate, incise e in alcuni punti sfaldate. Sorgono improvvise sul deserto grigio viola della platea continentale, e così turrite, diroccate e sol­cate da oscuri meandri, somigliano alle barriere madrepo­riche dei bassifondi tropicali. Il corallo spunta quasi sempre verso un determinato versante, quello appunto più vivamen­te toccato dalla corrente nutritizia ma può rivelarsi molto fitto e bello (« macchie ») anche nell’interno del labirinto, do­ve la corrente. può penetrare arrecando alimento. In certi tratti il corallo è presente con pochi rami, in altri è affollato, in altri ancora, magari a pochi metri di distanza, del tutto inesistente. –

Il bentos di queste scogliere a pettata, come anche nelle « scalomate », è tipico dei fondi a coralline (1). Talvolta meno ricco di forme vistose (gorgonia, grandi spugne ecc.) che in molte scogliere litorali profonde, può persino assumere una apparenza squallida. Ma quando compare la gorgonia      viola (Paramuricaea chamaleon), le sue dimensioni,      il suo rigo­glio, i suoi colori sono esplosivi. Curioso notare che questa ben nota gorgonia si tinge, a grandi profondità, di un giallo mimosa intensissimo, molto più di quanto sia dato d’osser­vare sulle scogliere litorali. Raro è il cosiddetto corallo nero (Gerardia savaglia) in presenza di corallo rosso: sono due forme che generalmente tendono a escludersi.

Anche la fauna, su queste scogliere d’altura, è povera più di quanto s’immagIni. Numerose sono soltanto le aragoste, spesso assai grosse, e i lupicanti, i quali arrivano a propor­zioni enormi. Ricordo che una volta fui manifestamente «ag­gredito » da un lupicante mentre tentavo di entrare nei suo buco per rubargli un bel ramo: era una bestia talmente granghignolesca — io penso sui dieci chili — che battei rapida­mente in ritirata. In quattro stagioni alle Bocche non ho visto sui banchi che una sola cernia, più allibita di me; una sola murena, fra gli 82 e gli 84 metri; una sola tartaruga, a 85 circa (in positura verticale, alla base della pettata : quan­do mi avvicinai si girò e se ne andò); un paio di rane pe­scatrici vicine al mezzo quintale (una gigantesca se t’è tro­vata tra i piedi anche Franco Ciaccia). Poi qualche sciame di saraghi, pesci rossi di fondo (Apogon e Anthias), qualche la­bride. Mai un polpo. Nemmeno squali, tranne un verdone sui due metri, in superficie, proprio intorno al mio pedagno.

Si deve pur ammettere che il corallaro ha altro da fare che contemplare il panorama; inoltre lavora rivolto alla pa­rete, e solo a tratti ha occasione, tempo e voglia d’interrom­persi per guardarsi alle spalle o sopra la testa. Qualche squalo, probabilmente il grigio (Carcharinus obscurus), è sta­to avvistato da questo o quel corallaro nel corso di anni.     Leonardo Fusco ne ha scorti tre o quattro, uno dei quali di tre metri, «piuttosto brutto ». Zoboli se n’è trovato uno di sotto, una ventina di metri più in basso, mentre calava a picco col suo cesto; gli ha mollato un paio di pietre; lo squalo, apparentemente ignaro della presenza dell’uomo sulla propria verticale ma incuriosito della sagola bianca, si è sentito passare di striscio i due proiettili, ha fatto un guizzo ed è sparito. Pietrangeli è stato visitato da un verdone du­rante decompressione: un giro e via. D’altra parte, palamitari teresini e maddalenini pescano abbastanza spesso, pro­rio nelle Bocche, pescecani preoccupanti: uno smeriglio, l’anno scorso, di tre quintali. E nessun pescatore locale fa­rebbe un tuffo nelle Bocche, anche a contatto di barca, nem­meno a bastonate. Un mio marinaio si rifiutò categoricamen­te di scendere in acqua per recidere una cima impigliata nell’elica; io ero in decompressione, ci dovette andare mia moglie. La fama di pericolosità di questi mari è comunque esagerata, se non inconsistente: prova ne sia che, a memoria d’uomo, nessun incidente è mai stato registrato, e che nes­sun corallaio è mai stato molestato. Può succedere domat­tina: questo d’accordo.

Non credo ci siano più pensieri per il corallaro che lavora sul fondo. Il suo cervello e concentrato su due punti: respi­rare bene, vedere corallo. La raccolta è rapida, automatica

in profondità i rami sono di solito attaccati debolmente alla roccia, si possono svellere interi con la mano. Il colpo di pic­chetta abbrevia la faccenda. Se càpita il ramo grossissimo, da sette-otto etti, il mostro da chilo, allora i colpi possono moltiplicarsi perché non vada perso o spezzato il cilindro basale del cormo, che è sempre il più massiccio e prezioso. Staccare bene e tutto. Poi si ripulirà a casa, eliminando le scorie.

II corallo si ammucchia nel cesto. Una raccolta media si aggira su uno-due chili per immersione (càpitano ovviamente anche i cesti a zero). Pieno, significa cinque, sei chili di co­rallo: centocinquanta, duecentomila lire. Ricordo una risalita a tre: Ciaccia, Barletta ed io, col corallo fino al mento, i rami che cadevano fuori, lo sforzo di venir su, la fatica im­proba e la gioia insieme, l’emergere di quei tre cesti di fuoco, le grida a bordo. Emozione strana, profonda. No, non tanto per i soldi: la vita non vale un milione. Una specie di febbre. La febbre rossa.

II corallaro sul fondo è solo, completamente solo anche se il compagno lavora a pochi metri. Uno svenimento, un ma­lore, un serio incidente qualsiasi a quelle profondità può ca­gionare la catastrofe in pochi secondi: troppo poco perché il compagno possa intervenire con tempestività ed efficacia. Oltre gli ottanta i movimenti sono lenti, ogni atto deve es­sere adeguatamente sorretto da una giusta ventilazione: è sommamente rischioso nuotare veloci in soccorso dell’amico che sta cedendo, è spaventosamente faticoso tentare di is­sarlo in fretta a quote minori quando si è già tanto grave­mente impegnati per conto proprio. Un poco come agli ot­tomila d’altitudine sulle cime himalaiane. Tutto va liscio, tutto anzi è piacevole, finché non si sia messi alla frusta. Il limite dell’impossibile è vicinissimo.

Il compagno può significare tranquillità psicologica, ma parecchi corallari lo negano: sostengono al contrario che la presenza d’un compagno disturba poiché si è indotti a guar­dare in continuazione dove sia andato a cacciarsi, che cosa stia facendo, se abbia trovato corallo, eccetera, sempre con l’orgasmo di non perderlo d’occhio o di doverlo andare a cercare per risalire insieme. Gran brutto affare, in realtà, il risalire separati: chi dei due verrà seguito dalla barca? che farà l’altro, abbandonato in mezzo al mare, impossibilitato a emergere per oltre un’ora? Questa è la ragione essenziale per cui i corallari preferiscono in genere scendere soli.

Un buon compagno può tuttavia riuscire prezioso quando amichevolmente soggetto alla disciplina d’équipe: tutto fun­ziona egregiamente con maggior reciproca sicurezza anche pratica, allorché i due o i tre compagni riconoscono un capo-équipe e lo seguono, lavorando ciascuno in un settore defin­ito in precedenza, avvisandolo dei propri spostamenti, del­la propria eventuale risalita. In questo caso chi risale rimane sulle bolle di quello in basso: inevitabilmente si ritroveranno insieme in superficie. Io ho pescato solo e in compagnia: non ho preferenze particolari. Ma quando di primo mattino ci si comincia a vestire, e si è soli, e ci si deve buttar giù e intor­no è quel mare vuoto, quel grigio, quel freddo, quel silenzio disumano, tutta quell’acqua fonda misteriosa, be’ un amico che ti segua ti mette caldo. L’anno scorso lavoravo per conto mio, in barca avevo moglie e marinaio. Avevo scelto una pet­tata discreta, abbastanza ricca e non troppo fonda, sugli ottanta-ottantacinque. Era piuttosto al largo, forse otto mi­glia dalla costa più vicina, tutt’intorno il mare era deserto, fino all’orizzonte. Un mattino, a circa un miglio, vidi col bi­nocolo – tutti i corallari ne hanno uno a bordo, sia per av­vistare i propri pedagni sia per controllare le mosse altrui – una nuova serie di palle gialle che non conoscevo. Il giorno dopo c’era una barca, piccolina, bianca, lontana: il San Cle­mente. Mi fece un improvviso piacere. A suo modo, metteva caldo anche lei.

Il corallo non è sempre a portata di mano. Poiché predi­lige gli angoli investiti dalla corrente (si tratta di microcor­renti inavvertibili dall’uomo: sul fondo tutto appare quieto e immoto, un’immagine dell’eterno), si mette volentieri di traverso in gallerie grandi e piccole, in fondo a certi tunnel che dànno chissà dove. Aver pescato cernie dà occhio, abi­lità e fegato d’intrufolarsi. Infilarsi in tana a ottanta o no­vanta metri non è entusiasmante, anche se per il corallaro di classe è routine quotidiana. Su quelle rocce tutte unghie. artigli, spunzoni, lame e ganci, un tubo d’erogatore fa presto a tagliarsi (anche per questo preferisco erogatori a un unico tubo sottile e durissimo), una fibbia dell’apparecchio ci met­te poco a impigliarsi. Sono già avvenuti casi d’intrappola­mento: Renato Sincero, socio di Vinti sul

  1. Antonio, si trovò bloccato a un’ottantína di metri, ed era solo. Si cavò le pin­ne, adagio adagio, si sfilò l’autorespiratore, adagio adagio, e grazie alla sua corporatura d’acciuga riuscì a svincolarsi quand’era al lumicino della riserva d’aria. Sogni brutti, quel­la notte.

In profondità il corallo è nero, né sempre punteggiato così graziosamente di bianco per i suoi polipi espansi: il corallo in fiore lo si vede subito, da lontano; un ramo « spen­to » ti può stare invece davanti al naso, se sei distratto, senza che te ne accorgi; un ramo morto, ricoperto dalle barbe di organismi epibionti, si nasconde e mimetizza all’occhio più acuto. È dunque anche qui una faccenda d’esperienza, fiuto, riflessi, lucidità, talento. Il buon corallaro porta in barca sempre qualcosa, magari solo un paio di cormi, ma li ha scovati anche sulla scogliera più ripulita da precedenti pas­saggi o dal rastrello dell’ingegno. Ho visto riempire cestini dove altri li avevano riportati semivuoti. La medesima pel­tata può essere considerata « buona » da Tizio, « una mise­ria » da Caio. Esattamente come a pesca (di pesci).

Il corallo, come tutte le colonie bentoniche, ha sue par­ticolari regole biologiche: attecchisce, cresce, matura e pro­lifera dove le condizioni gli sono più o meno favorevoli. Non conosciamo ancora bene queste condizioni, anche se abbiamo capito che gli sono necessari certi valori di luce (meglio di ombra: il corallo è tipicamente sciafilo), certi valori termici e parecchie altre condizioni ambientali come purezza dell’ac­qua, assenza di fango in sospensione, presenza di correnti nu­tritizie, limitazione numerica di certe microspugne che lo ag­grediscono e tarlano all’interno, e così via. Studi notevoli so­no in corso soprattutto a Milano, presso l’Istituto di zoo­logIa dell’Università: il corallo viene ormai allevato in labo­ratorio e sottoposto da tre anni a una quantità di esperienze. Ma i corallari rimangono in buona parte nella convinzione che esso sia un animale strambo, misterioso, senza regola, « improbabile » e « agnostico » come mi dichiarò un giorno Zoboli scuotendo il testone. In realtà, ancor oggi nessuno sa dire con certezza perché su quel determinato settore di pet­tata fiorisca una rigogliosa « macchia », e quattro passi più avanti non si debba più ritrovare un solo cormo. Nessuno sa spiegare perché il corallo dei cento metri sia di maggior peso specifico di quello dei sessanta; perché il suo colore cambi secondo i mari, e anche la forma; perché alcune braccia di un cormo presentino a un tratto i polipi espansi e le altre ­no. E così di seguito con gli interrogativi più disparati.

Respirare, respirare, respirare è l’altro capo del pendolo nel cervello del corallaro. Respirare bene. Credo di avere con­vinto tutti i corallari della giustezza della mia vecchia teoria (oggi non più soltanto mia, ben s’intende) sulla questione della narcosi: oggi sono tutti sicuri, ritengo, che l’azoto non c’entri per niente, almeno agli effetti pratici dell’immersione umana. Tra di essi un Novelli e un Olgiai medici, e un Fusco teorico e tecnico che tra l’altro sa manovrare perfettamente la sua camera di decompressione, e ha già salvato un paio di vite e rimesso in sesto non so quanti embolizzati (queste cose nessuno le viene a sapere, i corallari parlano così poco). Ebbene anch`essi pensano ormai che il nemico numero uno si chiama anidride carbonica.

Ventilare ampio, lentamente, muovere e svuotare i pol­moni a fondo, sollevare il diaframma, distendere gli interco­stali, .autocontrollo psico-fisiologico. Ideali sarebbero per il corallaro gli esercizi respiratori yoghi. Li ho appresi durante i miei lunghi viaggi in India, ho provato ad applicarli; risul­tato notevolissimo. Li ho insegnati ai miei compagni: sono scesi in una stagione dalla quota dei 60 metri lavorativi a quella dei 90. Mai una narcosi mai uno stato confusionale, lucidità perfetta.

L’anno scorso, dopo la mia stagione solitaria. sono tor­nato nelle Bocche in settembre con Franco Ciaccia per una decina di giorni. Abbiamo lavorato di regola sotto gli 80. Un giorno ci capitò un’immersione lavorativa record: mi trovai a far corallo a 116 metri. Tengo un piccolo diario delle mie giornate « coralline »: questa è la paginetta buttata giù in fretta la sera stessa, che riepiloga quell’immersione della quale ricordo ancor oggi i minimi particolari per l’intera sua dura; ta

« Pettata grandiosa (almeno sull’ecosonda) dai 130 ca su agli 80. Pedagno e discesa con F. Corrente discreta. A 70 non si vede fondo. Strano. Acqua tersissima. A 80 non ancora. Che succede? A 85 eccolo piatto, grigio quasi bianco, molto sotto. ­Niente pettata, il pedagno s’è mollato con la corrente, poi ha preso ma fuori. Bello scherzo. Per vedere meglio scen­diamo adagio a 90, ci guardiamo: boh. Dico a F. di star lì, mi lascio andare lungo il filo. Il fondo molto più giù, non arriva mai. Atterro adagio, l’acqua schiaccia. Accidenti se questa volta è fondo. Profondimetro fuori dai 120, è scemo. Fondo strano mai visto, tavolato di granito chiaro, ondulato, enormi crepacci, lunare. Nessun pesce, nessun riccio, nessu­na gorgonia, niente. Guardo in su vedo F. piccolino, come in cielo. Vado al crepaccio più vicino. Dentro, rami di corallo lunghi preziosi, non ramificati, pochi. Attaccati alla roccia nuda. Zero bentos. Mi infilo adagio, ne stacco due, tre. Mi dico respira bene, mi chiedo come stai. Guardo l’orologio: 2′. D’un tratto sento un tac metallico, forte, come intorno a me. Mi giro, cosa diavolo. Eccolo ancora, più secco: tac. L’eroga­tore. Breve pensiero: se si schianta sto qui, inutile tentar di risalire. Rifletto: forse è l’eco dentro le bombole del pistoncino sotto sforzo. Sembra che faccia tac tutto il mare. Una certa apprensione. Il cuore continua lentissimo, sento i tonfi, anche loro come intorno a me, fuori, nell’acqua. Il tac con­tinua, ma normale. Guardo un altro crepaccio a destra, più fondo. Niente corallo. Stacco l’ultimo ramo, esco dal crepac­cio, s’impiglia il cesto. Pensierino rapido: sarebbe bella, cre­pare per un cesto impigliato. Lo libero adagio, esco. Orolo­gro: 4′. Guardo intorno: che strano mondo, così squallido. Deserto di pietra in un cristallo viola. Tiro fuori il sacchetto, gonfio e parto, molto adagio. Riguardo l’orologio: quasi 6′. Due minuti persi stupidamente a guardare. Be’ perché stupi­damente. Sto bene, via. Decompressione 80′. Mare calmo. Co­rallo di qualità eccezionale. Il controllo sulla verticale del pedagno a sagola tesa dà sull’ecosonda 115 esatti. Più uno nel crepaccio ». Il Franco poi raccontava: ti vedevo piccino, un ragno che si muoveva lento, lentissimo che brutto effetto. Dieci, undici minuti. Dodici minuti. Tredici. Tempo di ri­partire, assolutamente. Il momento della risalita porta sem­pre una strana tensione: il corallaro abbandona malvolen­tieri quel terreno di lavoro dove si sente a suo agio, dove sta comodo, fresco, leggero, felice, dove c’è ancora quello spuntone da visitare con lieve volo, quel ramo bello là sotto da cogliere, e poi ancora quello, e perché no anche quel terzo, e poi proprio l’ultimo, e adesso veramente l’ultimis­simo… Attimi di agitazione, il compagno è già risalito, e se non c’è compagno si vede o si sa che le  lancette dell’orologio corrono, bisogna decidersi, Ecco viene in mente all’ultimo istante che sarebbe opportuno sistemare il pedagnino. Il pedagnino è un rocchetto galleggiante su cui è avvoltolata una sottile. sagola, lunga abbastanza per consentirgli di spuntare in superficie quando se ne fissa il capo opposto a una gor­gonia, un ramo di corallo, un becco di roccia. Indica il limite toccato dall’esplorazione; alla prossima immersione si di­scenderà direttamente su di esso per proseguire subito in terreno vergine. Il pedagnino pub anche segnalare al compagno che in quel punto c’è una « macchia » da lavorare. Quasi tutti i corallari ne portano sempre uno legato al cesto, pronto all’uso.

Finalmente la decisione: partenza. Da questo momento il cervello ha un nuovo scatto, un clik, un voltar pagina: co­mincia tutto un nuovo problema. Credo sia all’incirca come quando gli astronauti iniziano la manovra di rientro.

Si può risalire « a piedi > o « in ascensore ». A piedi, si­gnifica pinneggiarsi verticali tutti i settanta, ottanta o no­vanta metri. Ognun sa che la pressione delle grandi profon­dità riduce il volume del corpo umano, comprime la muta fino a ridurne a circa un quarto lo spessore. Il sommozza­tore diventa « negativo », tende a sprofondare. Quando an­dai con Ciaccia e Vernetti a ricuperare il cadavere di quel giovane corallaro di Alghero, morto cinque giorni prima, lo trovai schiacciato bocconi sul fondo; ed erano appena 63 m.

Risalire a piedi: arrampicarsi un gradino dopo l’altro sul­l’immensa scalinata liquida che finisce in un cielo biancoce­teste. Ottanta metri: un grattacielo di ventisei piani. La gu­glia massima del Duomo di Milano: 108 metri. I più duri sono i primi venti passi: riuscire a sganciarsi dal fondo. Pe­dali e pedali, frenato dal cesto, oberato dal carico di coral­lo, col fiatone, ti sembra finalmente di venir via, di esser su, poi ti volgi e vedi che il fondo è ancora lì, bruno, sinistro. Allora puoi prendere paura.

Meglio l’ascensore. L’ascensore del corallaro non ha prez­zo, nel senso che non costa davvero niente: lo regala, gentile e comprensivo, il pizzicagnolo di Santa Teresa. Si tratta di un sacchetto di plastica, di quelli per confezionare riso, ver­dure e maglieria. Il corallaro se lo porta come un fazzoletto sotto la muta. Al momento di risalire lo gonfia con una sbuf­fata, leva il braccio e s’avvia con qualche sgambata. Appena la bolla comincia ad espandersi (magnifica rappresentazione dell’embolo) il corallaro smette di muoversi, si lascia tirar su, diventa una mongolfiera, in un turbinio di bollicine crepi­tanti, non vede più niente. La risalita in ascensore, a una trentina di metri dal fondo, diventa molto veloce: si viaggia insieme alle proprie bolle d’espirazione; non già ai di sotto come raccomandano i manuali (« fai quello che ti dico non quello che faccio »). A quaranta dal fondo la velocità ascen­sionale si fa rapinosa, il corallaro oltrepasserebbe le sue stesse bolle se non badasse a scaricare un poco il sacchetto piegandolo di lato (con una mano sola: è questione di se­condi). L’altro braccio gli sta fisso davanti al viso: il coral­laro segue sul profondimetro lo spostamento sempre più ra­pido della lancetta. Quando legge 25, molla o scarica del tutto il sacchetto. Di colpo immobile, sospeso, plancton nel planc­ton. Ai due-tre minuti folli strepitosi spassosi, segue come di schianto un silenzio grave. Adesso cominciano i minuti drammatici. Adesso è più facile morire.

Il corallaro guarda in su, al gran coperchio bianco-celeste. La sua speranza, la sua angoscia, la sua estrema attesa, la sua profonda gioia sono una chiglia. Che cosa è successo in­fatti sulla sua barca, mentre lui grattava in fondo al mare? A bordo hanno seguito le sue bolle, cavandosi le pupille. Non è facile seguire le bolle con mare forza tre o quattro, quando l’onda schiuma, rompe, gorgoglia. Da grande profondità le bolle salgono frantumate, come selz, non fanno il botto in superficie, si disperdono subdole.

 

Vedere la chiglia. C’è soltanto quella, di solito, in un rag­gio di miglia. Si gira in tondo. Il corallaro sa che le sue bolle, portate via dalla corrente di superficie, viaggiano ormai lon­tane, oblique. Il marinaio sta risalendole in fretta, grappolo a grappolo. Se ne perde uno è un guaio. Basta un attimo di distrazione, accendersi la sigaretta. Però può ritrovarle, più in là. Questione anche di coscienza. E se il motore fosse an­dato in panne? Passano magari dieci secondi, ma sono lunghi.

Ed eccola la sua chiglia ben nota, eccola che avanza bal­danzosa, ecco che tonfa in mare il grosso piombo o l’anco­rotto, e fila giù venti metri di cima per la decompressione. II corallaro le va incontro, l’afferra: bello toccar con mano che la terra è ritrovata.

È capitato, capita talvolta che il marinaio perda le bolle, oppure che due corallari salgano separati e uno si smarrisca. Allora un uomo rimane solo in mezzo al mare, col suo cesto improvvisamente inutile appeso al collo, la sua riserva d’aria che può bastare forse sì e forse no per l’intera decompres­sione necessaria (questa la ragione per cui io uso il tribom­bola: ho la certezza di essere autonomo in ogni caso), alla mercé della corrente, della sua angoscia, di eventuali bestie, della tentazione di abbreviare la decompressione, emergere per farsi vedere, sventolare il braccio, chiamare, gridare. Fau­sto Zobolí è stato così perso una volta: colpa di nessuno, gioco di circostanze. L’hanno ritrovato tre quarti d’ora dopo, a metà pomeriggio, tre miglia distante, sventolava una mezza manica della muta, fra cresta e cresta, con la paura dell’em­bolia, d’esser morso da uno smeriglio, di finire sputato fuori di notte, miserabile sughero, nel Golfo del Leone o nel Tirreno.

Sulle decompressioni dei corallari, tempo fa, ho scritto a lungo. Non tedierò il lettore ripetendomi, ricorderò soltanto che ciascuno adotta criteri propri, talvolta anche empirici. L’intervallo tra le due immersioni è generalmente di tre ore. Sessanta minuti dopo la prima e novanta dopo la seconda immersione sono i tempi medi di decompressione della mag­gioranza dei corallari, ma già sappiamo che questi valori ven­gono in determinati casi addirittura raddoppiati. Soltanto Fusco ed io, che mi risulti, usiamo la decompressione con ossigeno puro. Non conosco esattamente il sistema di Fusco. Il mio consiste nell’uso di una bombola speciale da 10 litri (carica iniziale: 150 atmosfere), che mi viene calata tramite un apposito gancio dalla barca. A questa bombola è applicato un normale erogatore a ciclo aperto, naturalmente mondo di sostanze grasse. Cambio boccaglio senza togliermi l’auto­respiratore.

Uno studio di Gaspare Albano (1962) garantisce anche sul piano sperimentale che i tempi, con ossigeno puro, possono essere accorciati di quasi il 50 per cento. La Marina francese dice il 40. Io ho sempre adottato il criterio del 30 per cento circa, considerando che le due profonde immersioni quoti­diane, protratte per settimane, inducono probabilmente nel­l’organismo la presenza costante di residui d’azoto meno fa­cilmente eliminabili. Parlo anch’io da empirico, s’intende.

Posso usare la mia bombola, senza ricaricarla, per varie volte consecutive, giacché la quota d’impiego è dai 9 ai 3 me­tri: anche una cinquantina di atmosfere sono dunque suffi­cienti per una decompressione completa. La decompressione a ossigeno puro a ciclo aperto è preziosa poiché accelera enormemente l’eliminazione dell’azoto, desatura più a fondo; ma i corallari non dimostrano troppa voglia di`adottarla, odiano le « complicazioni ».

 

Interminabile stillicidio di minuti. Duecentocinquanta o trecento sono le ore di decompressione della stagione di un corallaro. Impossibile pensare. Si fantastica. Immaginazioni, sogni di veglia, sopore, cervello a ruota libera. Si guarda. Certo volte, freddo terribile, denti che battono sul boccaglio, lungo dolore alle mani violacee. Il mare intorno è senza fon­do, senza dimensioni, enorme occhio blu. Senza animali. Pas­sa soltanto plancton, strane forme, tubi gelatinosi, filamenti, galassie minuscole, stelline celesti, meduse trasparenti, esseri pulsanti. Ogni tanto un bussare sopra la testa: il marinaio ti spia distorto attraverso lo specchio, chiede col gesto se tutto va bene, sì, okey ; torni alla tua solitudine, dondoli. Se il mare è grosso si pena: un ballo ye ye attaccati alla cima. Bisogna lasciarla, nuotare in tondo, adagio. Lente capriole sotto la chiglia, noia. C’è chi manda su il cesto e chi no, vuole tenersi il corallo in braccio, se lo rimira, tocca i rami più grossi, li ripone con cura. Si riguarda l’orologio, cento volte: sempre lì. Esasperante la lancetta del decompressime­tro. Clessidre. Passa un branco d’aguglie. Sardine. Vengono a guardarti, scivolano via. Un giorno, Costantino socio di Zo­boli si volta distratto, fa un sobbalzo, il cuore in gola: una cosa mostruosa che viene avanti dai blu, ma che è? Un pe­sciaccio enorme. Costantino ha già fatto mezzora di decom­pressione: saltare in barca o no? Inchiodato nell’incertezza. li pesciaccio-locomotiva viene avanti, va sotto e torna su, gira, torna, adesso gesummaria lo punta proprio. Costantino schizza fuori: « un pesce! » strîlla. Un pesce? fa Zoboli : embè? E lo ricaccia sotto. Costantino torna a sei metri. Ma il pe­sciaccio fa il diavolo a quattro, emerge, scoda, soffia. Zoboli e il Mario allocchiti: un capodoglio lungo più della barca, Costantino fuori di nuovo: « un pesce!!! », e questa volta schizza in barca: meglio l’embolia.

Due anni fa lo stesso Zoboli, sempre durante la decom­pressione, comincia a sentire come una gran vibrazione nel mare: che è? che è? Finalmente vede it fondo farsi buio, anche a lui il cuore salta in gola. Una roba lunga, sterminata, che fa un fracasso indiavolato, trenta metri sotto i suoi piedi. « Cominciò a passare lunedì e finì ch’era domenica », rac­conta strabuzzando gli occhi cerulei. Era un sommergibile atomico americano. Quando salì in barca si vide in mezzo a una squadra USA, un elicottero gli ronzava sopra la testa. I carabinieri della Maddalena dovettero poi indagare e riferire ai comandi che quel matto in mezzo al mare era uno che si faceva i fatti suoi: mister Zoboli coral fisher, yes, coral, coral…

A bordo il corallaro si spoglia in silenzio. Lo aiutano. È affaticato, specialmente dopo la seconda immersione. Faccia tirata, pallida. Infreddolito. Il marinaio, il socio lo spiano, senza parere. Se sta zitto troppo tempo, assorto, se va in di­sparte, a sdraiarsi, col muso, allora gli chiedono con tono indifferente: come va? Il corallaro, soprattutto dopo la ma­ledetta seconda immersione, se si sente giù di corda si studia circospetto per mezzora, un’ora, muove adagio le braccia, ar­ticola le dita, solleva le spalle, si guarda la pelle, senza farlo vedere. Magari. conversa, dice quello che ha visto, fa qual­cosa, ma nel sottofondo del conscio continua ad ascoltarsi. L’embolia dà una strana specie di frustrazione, come di ver­gogna. Si vorrebbe andare a nascondersi, come fanno i cani. Per la prima volta dall’alba di quel giorno, diventa allegro, spiritoso, chiacchierone, leggermente euforico e guascone se a prua c’è buon corallo, soltanto quando è trascorsa un’ora e mezza dall’ultimo tuffo, quando la prua è verso casa, ed è quasi sera. La barca di un corallaro, tutto sommato, non è precisamente allegra.

Le embolie gravi sono relativamente rare: due o tre per stagione sul totale dei corallari italiani. Quelle leggere, che prendono alle spalle, alle braccia, sono invece piuttosto co­muni; quasi ogni corallaro ne becca un paio per annata (in un cassetto di bordo ci sono sempre pillole analgesiche). Guariscono con successive immersioni. Ogni tanto, all’imbru­nire, una barca di corallaro è ferma all’imboccatura del por­to: vuol dire che qualcuno è sotto, quindici metri, a curarsi la « pizzicata ». Leonardo Fusco e il suo socio si infilano una volta la settimana nella loro monocamera « per farsi una bel­la decompressata » : aspettano le ponentate, le giornate perse tre-quattro ore chiusi nel tubo; a legger Topolino. Servizio gratuito a chi lo chiede. Le mogli si siedono sul tubo e aspettano.

Tuttavia la salute generale è eccellente. Qualcuno zoppica per una vecchia gravissima botta, ma nessuno lamenta dolori articolari, reumatismi, raffreddori o altri acciacchi d’acqua, e anzi a guardare certi cinquantenni corallari inveterati vien da chiedersi se questo mestiere non sia da consigliare per in­vecchiare gagliardamente. Ho sentito dire da medici che i sommozzatori professionisti rimbecilliscono con l’età. Sarà, non mi risulta. Nemmeno l’udito è danneggiato: sordastri son quelli, me compreso, che hanno subìto grossi incidenti o logorio in apnea. L’udito, è l’apnea che lo rovina, non l’im­mersione con apparecchi. E anche questo è un dato di esperienza.

Ma i corallari invecchiano anzitempo nel carattere. Quella vita li rende a poco a poco taciturni, misantropi, diffidenti, brontoloni. Più vecchi di mestiere sono, meno amano la gente intorno. A conoscerli superficialmente può sembrare che ab­biano « in gran dispitto » il mondo intero, compresi i colle­ghi-concorrenti, dei quali parlano per abitudine con dosi più o meno sottili di veleno. Ma a scavare un poco – e forse lo può fare meglio chi sta metà dentro metà fuori come il sot­toscritto – si scoprono valori inattesi di lealtà, di spirito di assistenza anche ai limiti del sacrificio e dell’abnegazione. Se una barca, di sera, non arriva, le altre escono a cercarla. Non pochi corallari, tra i più mugugnoni, hanno rischiato paurosamente la vita per salvare un collega. Sono rari, no­nostante le continue accuse e contraccuse, coloro che real­mente pescano sul pedagno altrui in sua assenza.

Di sera i corallari si radunano alla spicciolata nella piaz­zetta del paese per il gelato all’amarena, meno i due-tre più solitari. Parlano poco, di cose comuni. Quasi mai della loro giornata, dei pericoli eventualmente corsi, del dolorino alla spalla. II riserbo è legge, con una pennellata di guapperia. La piazzetta, deserta e squallida, spazzata dal vento freddo per quasi tutta la stagione, s’ingombra dei tavolini dei due bar in luglio; in agosto si affolla di baristi. Allora anche i corallari, meno i soliti che addirittura si rintanano (un No­velli, per esempio, lo si vede soltanto in alto mare, come un uccello raro), fanno un poco i pavoni, con giubbe eleganti, cappelli estrosi, soldi in tasca, « belli di fama e di sventura ». I più giovani vanno anche a ballare o azzeccano l’avventura con la milanese. Ma presto arriva settembre, i tavolini scom­paiono, la piazza torna deserta, spazzata dal vento sempre più freddo.

I corallari bevono e fumano poco o niente, mangiano forte la sera, oppure al pomeriggio a bordo, dopo la seconda immersione, e uno spuntino alle otto. Alle dieci, undici al massimo, tutti a letto. Non leggono giornali, non sanno quasi più niente del mondo. Vietnam? Mao Tse? Il Concilio? Cose lontane, di là del mare. Certo è una vita libera, come dice Olgiai, che l’ha preferita a una carriera di chirurgo (l’ultima sua operazione è stata l’appendicectomia a un compagno); ma forse anche limitata e come rinserrata in un binario di ferro. Se poi prende d’improvviso allora può diventare ossessiva. Qualcuno l’ha abbandonata dopo un paio di anni di discreto successo proprio per questa sorda angoscia del domani, di questo salario della paura.

Milioni, milioni. i guadagni dei corallari sono di regola ingigantiti, favoleggiati, moltiplicati per dieci e per venti dal­la gran maggioranza dei subacquei e dei pescatori; e poiché i corallari lasciano dire, la leggenda trae forza da un silen­zio che sembra confermare. Abbiamo visto prima quanto può valere il corallo delle Bocche, che cosa significhi un cestino pieno. Ma quanti giorni effettivi il corallaro lavora nelle Boc­che? Quindici su trenta? Forse meno, nell’arco dell’intera sta­gione. Per il resto, ponente, maestrale, grecale e libeccio in traverso non dànno respiro. E quante volte è costretto a terra per avarie all’ecosonda, al compressore, al motore? E quanto costa l’attrezzatura? Non meno di cinque-dieci mi­lioni: soltanto l’ecosonda, di buona marca tedesca, inglese o giapponese, va dalle 600 alle 800 mila lire. E poi la paga al marinaio, molto alta, e le pettate vuote, le giornate magre, il corallo bacato, la concorrenza disperata dei neofití che svendono pur di coprire i debiti…

I guadagni al netto vanno da sotto zero a un massimo di otto-dieci milioni all’anno a testa, se le cose sono andate dav­vero bene. C’è stato un record, tre anni fa, sui diciotto mi­lioni lordi. La media? Impossibile definirla: dipende da un coacervo di elementi disparati. Potremmo dire che un buon corallaro guadagna la cifra di un discreto professionista (con quella tal differenza del giocarsi la pelle due volte al giorno). Ciò che è certo, è che ricco non diventa.

Così ecco il fascino di questa storia, che è di tutti i cac­ciatori di tesori, di oro e smeraldi, di diamanti e uranio: in­seguire febbricitanti un miraggio di ricchezza, per scoprire a poco a poco, vedendolo di volta in volta allontanarsi e infine dissolversi, che non è quello ciò che conta, ma qualcosa di tanto più sottile, di più inesplicabile e stregato, di meno do­minabile. Al sogno di ricchezza, quando si considerino i rischi e le pene, si può rinunciare; ma non si può sfuggire al richia­mo di una certa foresta, di un certo modo di assaporare la vita. Zoboli mi mostrò un giorno un pezzo di carta, t’ultimo foglio paga di quand’era impiegato.

« Quando sono abbattu­to », mi disse piano, « lo tiro fuori e lo guardo. Allora mi risento libero, libero come il vento, e sono di nuovo felice ».

Nemmeno quando tra i corallari scende improvvisa la vec­chia strega essi guardano indietro. È il gioco, bisogna saper­ci stare. Come per i piloti di Gran Premio, o gli scalatori del­le pareti nord, L’anno scorso, a Santa Teresa, è morto Peter Gill, socio del fratello minore di Fusco, corallaro pure lui. Lo vedevo tutte le mattine, tutte le sere. Un biondone inglese, atletico, sui venticinque, allegro, simpatico; la fidanzata, in­glesina, lo attendeva ogni pomeriggio sul molo. Venne quel pomeriggio. « Dov’è Peter? », « Alla Maddalena », uno sguardo, un grido.

La mattina (prima immersione) era sceso da solo a 80-85 per esplorazione, senza cesto. Dieci minuti di permanenza, risalita. Eccolo a 20 metri, tranquillo, poi adagio a 15; fermo alla tappa dei 9. Da quando è comparso ai 20 metri sono tra­scorsi venti minuti, il marinaio gli ha chiesto già due volte, attraverso lo specchio, se tutto è okey; ha risposto okey. Alla terza non risponde, il marinaio lo guarda, vede che mol­la la cima, viene su inerte, aggallato dalle bombole semisca­riche. Emerge a pallone, tutto rigido, non respira. Lo issano di furia: un manichino di ferro. Nell’angoscia di avviare, il motore va in panne, Peter non si riprende nemmeno con il bocca a bocca, rantola adagio. Il giovane Fusco fa disperati segnali, è vicina la barca di Paolo Pane, che accorre, prende Peter e dirige a tutta forza verso la lontana barca di Leo­nardo Fusco, l’unica che abbia la camera di decompressione.

Peter entra nella monocamera dopo un’ora e 40′, Fusco a tut­ta forza verso la Maddalena: Intanto Peter si rianima, fa se­gno di star meglio. Forse scampa. Alla Maddalena i militari cavano Peter dalla monocamera (« ahi la spalla » sono le sue ultime parole) per portarlo in autoambulanza nella camera grande, nella quale entra tre ore dopo l’incidente. Lo manda­no a sette atmosfere assolute, Peter sta male, quell’uscire e rientrare in camera lo ha ovviamente prostrato; lo portano gradualmente a 3 atmosfere, Peter sta peggio, lo rimandano a 6, lo riportano a 4, Peter muore.

È quella che ho definito la « morte misteriosa », parlan­done a un simposio di medici specialisti. Un caso identico era successo il mese prima a Carlo Leemann: Carlo si era salvato nella monocamera. E così, anche la decompressione è diventata un’oscura minaccia.

 

Se sono fatti a questo modo, bisogna lasciarli stare. Di­co con le leggi, i decreti, le disposizioni. È bene ricorda­re che sono ormai soltanto loro, questi corallari mezzi suici­di, a portare ancora corallo mediterraneo a Torre del Greco, e far sopravvivere un’industria tipicamente italiana: dal pro­dotto naturale all’esportazione del lavorato. Le vecchie coral­line all’ingegno, sempre più ridotte di numero e sempre più povere in profitto, sono alla vigilia di una onorata estinzione. Le ragioni sono complesse, ma consistono essenzialmente nel­la loro incapacità o impossibilità di ritrovare nuove zone fruttifere: grattano e rigrattano i vecchi scogli, mendicando le ultime briciole da banchi esausti. A dar credito agli stessi corallari, d’altronde, saremmo agli sgoccioli anche per la pe­sca diretta: i settori non sfruttati delle Bocche sono ormai rari e sempre più fondi. Tre anni fa, dicono i Novelli, i Fusco, gli Zoboli, e me ne sono accorto anch’io, si trovava corallo a 60 metri; l’anno scorso si e dovuto scendere almeno a 80; quest’anno dove si andrà a finire? Inutile ripetergli che il mare è grande, che chissà quanto buon corallo si nasconde ancora per tutte le nostre acque: scuotono la testa, e for­se non hanno torto: corallo come alle Bocche, ma dove mai? Bisogna lasciarli stare, e non andargli a dire, con una leg­ge recente, che un « banco » di corallo può essere denunciato alle autorità competenti, dopo di che si otterrà il diritto di sfruttamento per anni tot. Una legge deve valersi di termini esatti, precisi, inequivoci. Che cosa è « banco »? li banco di corallo non esiste, poiché si tratta di colonie sviluppantisi qua e là su scogliere complesse, articolate, congiunte e di­sgiunte, sulle quali è impossibile tracciare confini anche ap­prossimati. Una pettata, abbiamo visto, può avere la lunghez­za di oltre un miglio, ma sfaldandosi e apparentemente inter­rompendosi in più punti, intersecando altre strutture roccio­se indipendenti, anch’esse possibilmente corallifere. Un ban­co? Più banchi? In teoria, tutte le Bocche potrebbero venire definite come un solo e unico banco: questa, almeno, sareb­be la risposta più probabile di un biologo marino. E allora? Lasciarli stare e non suggerire loro di andare a « denun­ciare ». Scherziamo. Un napoletano che va a denunciare il suo tesoro? E in quale modo? Punto astronomico, coordinate geografiche? E le garanzie di tutela, da parte di chi? E se il banco è fuori acque territoriali, come quasi di regola? II legislatore sia realista, non disturbi una piccola legge natu­rale che interessa soltanto quattro gatti particolari, i quali se la sono confezionata su misura, attraverso l’esperienza. Il concetto di banco non esiste per il corallaro come non esi­ste per il biologo. Per il corallaro esistono i pedagni, le palle. II pedagno e la palla indicano diritto di sfruttamento, il pedagno si difende alla vecchia maniera. È successo, qualche volta, che una barca sia arrivata in ritardo o dopo qualche giorno d’assenza sul proprio pedagno e ci abbia trovato un abusivo. Ha puntato diritto, forte di prua. L’abusivo ha tolto svelto il disturbo, prima dello speronamento. Vince sempre il buon diritto: una legge naturale. Il corallaro abusivo è ve­nuto, di sera in piazza, a spiegarsi gentilmente: aveva scam­biato i pedagni dell’altro per i propri, un errore davvero stu­pido, tante scuse. Il corallaro in diritto ha accettato in silen­zio, non c’è bisogno di far scene. A che distanza si possono calare i propri pedagni da quelli altrui? La risposta migliore che ho ascoltato: a un tiro di fucile. Infatti quasi tuffi i co­rallari sono armati. Meglio non avvicinarsi a vanvera. La bar­ca di Caio, un giorno, puntava chiotta alla barca di Tizio & C.; d’improvviso una scarica sulla cima dell’albero; la barca di Caio ha dolcemente virato, un signorile dietrofront. Solito incontro serale in piazza: ma siamo matti? io venivo a salu­tarvi. Risposta: e non possiamo salutarci qui?

Con tutto ciò non è accaduto mai un incidente, in tanti anni, mai nemmeno un cazzotto: minacce sì, a valanghe, mi­nacce di sterminio, affondamento, speronamento, mitraglia­mento, bombardamento, sfregio e li mortacci tua. Servono di sfogo. I corallari forse non si amano, ma si rispettano: glielo ha insegnato il rischiare allo stesso modo, nello stesso mare, per la stessa cosa. Tanto più ingiusto e incauto andargli a spargere zizzania in mezzo con una legge balorda.

Rimane, d’inverno, il sogno di una giornata di mezza esta­te, di quella giornata ideale. Le ventolate si dimenticano, i colpi di mare, il timone schiodato, l’andare alla deriva per una panne all’invertitore, i dolori atroci alla spalla, le leva­tacce alle cinque, il freddo e l’umido, i cesti vuoti, il mal di mare e i morsi gelidi di greco. Queste cose, come succede all’uomo, animale ottimista, si stemperano e annebbiano. Ri­mane quella giornata. Mare piatto specchiante. Quando le sue dimensioni sembrano ridotte: un lago fra quattro sponde, le montagne che si riflettono. Perde drammaticità, mistero, met­te confidenza: non può far male. Delfini, cormorani, vecchi amici. Schiamazzo ilare di tonni, laggiù. Scivolare veloci, tranquilli. Tepore. Si può togliere il maglione anche alle sette. Giornata in cui tutto è perfetto: il caffè del termos è buo­no e l’ecosonda tac! d’improvviso dalla platea di fango a 90 salta su a 80 verticale con segno duro di roccia, e strappa il grido e tutti corrono a vedere nello schermo e comincia l’agi­tazione, tornare indietro sulla scia, al minimo, ricontrollare, ripassare in croce, capire bene la petltata, immaginarla, fan­tasticarla, giù il pedagno: presa di possesso, dichiarazione d’amore. E allora ci si prepara lieti, la barca non balla, non c’è corrente, natura in armistizio, acqua blu chiara, il sole la illumina nel profondo, gran voglia di andar giù a vedere.

 

Ed eccola, in quel bel sogno d’inverno, la favolosa pettata, la vedi biancheggiare di polipi fin dai settanta quando molli le pietre, e appena ti avvicini è un giardino, tutto un giardino fiorito a perdita d’occhio, fermo, silente, che da grandissimo tempo t’aspetta : tu sei il primo; e il primo colpo di picchetta rompe l’incantesimo di quell’eternità, le aragoste escono a guardarti, i fiori si raccolgono nelle tue mani, segui le aiuole con il cesto sempre più colmo di ghirlande che non appassi­scono, paniere di lucciole bianche. Il sogno si perde laggiù, in fondo a quella pettata che non s’interrompe, sempre e sem­pre bianca di fiori,. dietro un angolo dopo il quale continui e continui, senza mai più risalire.

Non mi dispiacerebbe morire un giorno laggiù, quando sarò vecchio, mi diceva adagio un corallaro. Era notte, il po­nente fischiava tra le sartie degli yacht attraccati vicino, il­luminati. La nostra cuccetta era quasi buia, mangiavamo la minestra. Sai, diceva, è un bel morire, non te ne accorgi, un morire in un bel posto, mica come qui sulla terra. Con il suo corallo mandava i figlioli all’università, li rivedeva ogni tre o quattro mesi. Forse i figlioli avevano ritegno a compilare quei moduli. « Professione del padre:… ». Cosa scrivevano? Pescatore? Armatore? Artigiano? Mah. Non corallaro. Profes­sione inesistente, mestiere, in fondo, equivoco. Corallaro? O­stricaro? Chi può sapere di quei sogni allucinati, di quel respirare laggiù, di quelle mani bruciate dai polipi e che ancora li accarezzano, di quel segno di croce prima di partire per il grande spazio di acqua, nudi, soli, e senza applausi.

da “Mondo sommerso”  n° 6 , anno VIII°, giugno 1966

Questo articolo è stato riprodotto  da “Mondo sommerso”, anche nel suo fascicolo di novembre 1988 come “miglior articolo apparso in trenta anni di vita della testata”.

L’articolo è stato inoltre ripreso integralmente  anche per una edizione speciale di “Altamarea- Notizie del Goggler Club Milano-Gianni Roghi” nel novembre del 2005, in occasione del 55° anniversario della fondazione del club.

 

 

Un naufragio di 2000 anni fa

Da L’Europeo n° 26, 29 giugno 1958

Intervista di Gianni Roghi al Prof. Lamboglia

E’ STATA RITROVATA UNA NAVE ROMANA CON TUTTO IL CARICO

Il nostro redattore Gianni Roghi, campione subaqueo europeo, ha rintracciato coi suoi sommozzatori la nave romana di Spargi. È forse la scoperta archeologica più importante degli ultimi anni

L’importanza della scoperta

Per fare il punto sulla scoperta della nave romana di Spargi rintracciata a venti metri di profondità da un gruppo di sommozzatori italiani, ci siamo recati ad Albenga, al Museo navale romano, e abbiamo parlato con il professor Nino Lamboglia, direttore dell’Istituto internazionale Studi liguri. Egli condusse l’impresa della nave romana di Albenga e creò poi il museo, unico del suo genere, nella cittadina ligure. Il professor Lamboglia in sostanza, è lo studioso italiano più informato di archeologia sottomarina.
“Ha un valore scientifico particolare il ritrovamento di una nave romana nelle condizioni che gli scopritori hanno descritto?”
“Il fatto è di eccezionale importanza. Nessuno ha mai potuto portare in superficie un relitto anche lontanamente simile alle navi di Nemi. Anzi nessuno è mai riuscito a darci nemmeno un rilievo esatto di come giaccia conservato sul fondo, da duemila anni, uno scafo di nave romana. Finora, in Italia, l’esplorazione di una nave romana sui fondali marini si riduce al tentativo dell’Artiglio nel 1950 sulla nave dì Albenga. In Francia, nonostante i fortunati recuperi del comandante Cousteau, della Marina militare, del comandante Taillez proprio in questi giorni a Tolone, e di altri gruppi minori di sommozzatori, non si è potuto fare molto di più. Se dunque questo gruppo di sommozzatori milanesi ci desse per la prima volta il rilievo e lo “status” esatto di una nave romana sul fondo del mare, anche se poi non riuscisse a tirarla a galla, si tratterebbe di un opera preziosissima per la scienza”.
“Dai primi documenti recati, Lei crede possibile che sotto questo giacimento d’anfore esista ancora la nave?”.
“Se il fondale è, come i sommozzatori hanno constatato, esclusivamente sabbioso, e se il cumulo di anfore emerge di poco sul piano uniforme della sabbia, cosa anch’essa confermata, e se infine le anfore sono tutte accumulate e inclinate in una medesima direzione, come risulta del resto anche dalle fotografie, mi sembra di poter affermare che si tratta di un relitto in posto, assai profondamente insabbiato, e forse per questo ben conservato”.
“Come avviene l’insabbiamento di un relitto? E perché un relitto insabbiato si conserva meglio?”.
“Uno scafo su fondo roccioso, rimanendo per secoli esposto all’azione più o meno forte delle correnti, si scompone e il carico si disperde. Uno scafo invece su fondo sabbioso viene gradatamente ricolmato di terra o sabbia e viene quindi preservato dall’azione distruttiva del tempo e del mare. Mi sembra molto importante, ai fini dell’esplorabilità del giacimento, il fatto che le anfore del carico non siano insabbiate e neppure coperte di incrostazioni negli strati più profondi, così che sarà possibile estrarle metodicamente e rilevarne la posizione con relativa rapidità”.
“I campioni di anfore e di vasellame ricuperati dai sommozzatori possono consentire un primo orientamento sull’epoca cui appartenne. la nave?”
“Le anfore sono di due tipi. Quelle più numerose formano un insieme compatto e omogeneo, e direi, a lume di naso, anche per il confronto con la ceramica campana raccolta, che esse stiano, cronologicamente, a metà strada fra quelle delle due principali navi onerarie finora sufficientemente esplorate: quella di Marsiglia (scavi di Cousteau) del 180/160 avanti Cristo, e quella di Albenga dell’80/60 avanti Cristo. Direi che siamo fra il 120 e il 100 avanti Cristo, l’età di Mario e Silla. Ma naturalmente bisognerà vedere se tutti gli elementi confermeranno questo sincronismo”.
“Come si concluse l’impresa dell’Artiglio sulla nave romana di Albenga?”
“L’impresa dell’Artiglio si limitò al recupero di una quantità di anfore e di qualche oggetto di bordo: ma non risolse il problema fondamentale: quello dell’esplorazione vera e propria e, scientificamente intesa, di un relitto di duemila anni or sono. Si tratta, ricordiamo, di uno scafo sorpreso dal naufragio in piena navigazione, con tutta la sua attrezzatura. Pur essendo mancati il recupero della nave e il rilievo esatto del suo giacimento, si ebbe allora, tuttavia, il risultato di creare ad Albenga, in quindici giorni di lavoro, il primo e finora unico “museo navale romano” esistente”.
“Lei è del parere che su questo secondo relitto le possibilità di lavoro siano più favorevoli?”
“Mi sembra che questa volta le condizioni per tentare l’impresa siano ideali”
“Prevede che il tentativo di scavo subacqueo possa avere questa volta successo?”
“L’impresa sarà comunque complessa, ma noi ci gioviamo già di una certa serie di esperienze. È bene e necessario che anche in Italia si cominci a lavorare seriamente, anche per sottrarre il dominio delle conoscenze subacquee dall’osservazione incontrollata di dilettanti o, peggio. dalla speculazione clandestina.”
“Come vedrebbe lei organizzata una ulteriore campagna esplorativa sul relitto scoperto?”
“E’ il problema di tutta la futura organizzazione degli scavi sottomarini: palombari o sommozzatori? Io credo che l’ideale sarebbe associare i due, ma naturalmente le cifre diventano subito favolose se ci rivolgiamo ai professionisti. Di qui la necessità che le imprese del genere conservino un aspetto anche “sportivo”, e si basino molto, come del resto tutte le grandi imprese scientifiche, più sulla passione che sul lucro. Ciò nonostante, i mezzi tecnici costano e non si possono improvvisare, anche perché è in gioco la vita degli uomini, tanto più se disinteressati! Occorrerebbe quindi, a mio avviso, disporre, sia attraverso la Marina militare come avviene in Francia, sia attraverso generose prestazioni di enti o di privati, di un sicuro appoggio tecnico e finanziario. Senza di ciò, non andremmo oltre il ricupero di alcune anfore e la loro disposizione presso uffici o privati, o in museo come quello di Albenga, se tutto andasse bene. Arriveremmo poi alla dichiarata impotenza di proseguire quando fosse giunto il momento più interessante: quello della esplorazione e dell’eventuale ricupero dello scafo .”
“Lei ha già lavorato con sommozzatori?”
“Sì, e recentemente proprio con il medesimo gruppo di sommozzatori milanesi che ora sono andati a scoprire dell’altro in Sardegna. Questa loro esperienza, effettuata in Liguria con me nella scorsa primavera, ha dimostrato come sia perfettamente possibile associare, in un clima di comprensione scientifica, archeologhi e sommozzatori, e organizzare per loro tramite questo nuovo genere di ricerca subacquea. Fa veramente piacere, che finalmente anche in Italia un gruppo di sommozzatori, e per di più culturalmente preparati, si stia appassionando a simili imprese, con spirito e coscienza del loro valore scientifico; Ciò è importante anche in vista del secondo Congresso internazionale di archeologia sottomarina (il primo si è tenuto a Cannes nel 1955) che l’Istituto internazionale di Studi liguri, raggruppando nelle sue file gli italiani e i francesi più dediti a queste ricerche, si è impegnato a organizzare nella primavera del prossimo anno ad Alassio e Albenga”.

Ci tuffammo come paracadutisti

“Qui!”, gridava Rodolfo, e tra una cresta d’onda e l’altra, laggiù in mezzo al canale, lo si vedeva arrancare contro corrente per tenersi fermo su un punto. Dalla coperta della nostra motobarca eravamo in dodici a guardarlo, e c’era anche suo padre: alcuni di noi erano appena risaliti a bordo, infreddoliti e delusi. Rodolfo Riva era l’ultimo uomo in acqua, ed era il più giovane: sedici anni, il “bocia” del “gruppo”, l’allievo. “Qui!”, gridava. “Anfore!” Il vento di ponente tirava forte, rubava le voci. “Molte?”, gli urlai di rimando. Non sentiva, ma spingendosi contro il fiume della corrente continuava ad alzare il braccio per richiamo. ”Be’, andiamo a vedere”, dissi, poco convinto. Tornai in acqua e gli nuotai incontro. Guardavo il fondo della secca, una ventina di metri sotto, in una trasparenza rara: rocce di granito, poi prati d’alghe, chiazze di ghiaia. A poche bracciate da Rodolfo gettai un’occhiata in cerchio. A destra! Quella gran gobba bianca e lunga sul fondale! Rodolfo aveva avuto ragione. Sì, in un’ora e quindici minuti avevamo trovato ciò che palombari e pescatori avevano invano cercato per diciotto anni. Ma non era soltanto un “campo d’anfore”; era una nave romana sprofondata col suo carico. Lo scafo si era lentamente insabbiato, nel corso dei secoli, e aveva lasciato sporgere dalla sabbia la parte superiore del carico, quello che appariva ora come un giacimento di anfore. Lo avevo pensato quando avevo saputo della sua leggenda.
Tra la costa settentrionale della Sardegna e l’isolotto di Spargi, a poco meno di quattro miglia dalla Maddalena, sorge una delle numerose e pericolose secche dell’arcipelago: la Secca Corsara. E’ un acroro????? che s’innalza da un fondale di una quarantina di metri, forma un vasto altopiano sui quindici-venti infine si spinge con una vetta fino a tre metri dalla superficie. È probabile che duemila anni fa, questa affiorasse. Una secca brutta, dunque: si nasconde e si para innanzi a tradimento a ogni timoniere che, entrando o uscendo per il canale fra la Maddalena e le Bocche di Bonifacio, stringa su Spargi per abbreviare il cammino. Sopra la Secca Corsara, mezzo miglio fuori dall’isola, c’è una boa-fanale, ed è appunto questa che, in una tempesta del 1939, ruppe un ormeggio e minacciò di farsi spazzar via dal mare.
Il comando Marina della Maddalena, alla prima bonaccia, inviò sulla Secca Corsara il rimorchiatore Linosa con il pontone D’Agostino. Scese in mare il palombaro Lazzarino Mazza, un uomo in gamba, che alla Maddalena continua il suo mestiere ancor oggi. Andò a riparare l’ormeggio spezzato. D’un tratto quelli del D’Agostino udirono la sua voce gracchiare nel telefono: “Ci sono anfore, migliaia di anfore!”. “Imbragane qualcuna, che la regaliamo!”, gli risposero, e Lazzarino Mazza ne ricuperò una decina.
Da allora, alla Maddalena, cominciò la leggenda delle anfore romane. Ma il palombaro Lazzarino Mazza, per sfortuna o forse per qualche calcolo sbagliato, non riuscì più a trovare il punto. “Devono essere a quaranta metri”, diceva convinto; e a trenta, quaranta e più metri le cercavano pescatori, marinai, contrabbandieri, gente dell’arcipelago, forse anche altri palombari, tutti nella speranza segreta di vincere la partita. Le coste mediterranee sono, per cosi dire, pavimentate di anfore antiche, buttate o perdute dalle navi, ma sono poche quelle intatte, e queste si vendono a prezzi che variano dalle mille alle trentamila lire l’una. Non esiste subacqueo che non abbia “scoperto” almeno un’anfora, e ne esistono alcuni che hanno fotografato strani cocci gabbandoli ai giornali per «”anfore di galeoni”, e dichiarandoli scoperti, naturalmente, a sessanta metri.
Ma qui non si trattava delle solite anfore sparse. Nessuno aveva ancora capito che quella catasta compatta e allineata di vasi era la spia di una nave con tutto il suo carico. Nessuno mostrava poi di aver compreso l’importanza eccezionale della scoperta, anche perché solo gli studiosi sanno che non esiste al mondo un solo relitto di imbarcazione romana. Si potrebbe dire anzi che non esiste nemmeno una raffigurazione chiara dell’epoca. Si parla di navi a remi o a vela; se ne hanno tracce in bassorilievi e mosaici ma nessuno ha mai visto un disegno preciso che mostri una nave di duemila anni fa. Le ricostruzioni che si sono tentate si basano su vaghe informazioni letterarie e decorazioni d’arte.
Il mistero archeologico più fitto, dunque, è forse quello che circonda tutt’oggi la nave antica, romana, greca o punica che sia. Non solo non ne è mai stata recuperata o fotografata una, ma si ignora praticamente tutto sull’attrezzatura e l’instrumentazione di bordo, sugli equipaggi e il carico, sulle antiche rotte commerciali, i tonnellaggi di stazza, l’armamento. La civiltà mediterranea si fondò sulla navigazione, e noi nulla sappiamo di come gli antichi navigavano.
Le famose navi scoperte sul fondo del lago di Nemi non erano navi, ma grandi chiatte fatte costruire da Caligola probabilmente per riti religiosi, e sul ponte avevano costruzioni in muratura. Ma i romani, come del resto i fenici, i greci e i punici prima di loro, erano formidabili navigatori di mare. Nei pressi di Marsiglia è stato individuato nel 1952 un relitto, purtroppo distrutto per esser naufragato contro lo scoglio di un isolotto, che portava un carico di oltre cinquemila anfore; a Mahdia, in acque tunisine, si è scoperto un relitto sfasciato che portava addirittura, e chissà dove, le parti marmoree di un tempio greco prefabbricato; la nave romana segnalata ad Albenga e addentata dalla benna dell’Artiglio si è calcolato avesse una stazza di 150 tonnellate, per 135 di carico utile. Erano navi potenti, lunghe fino a trentacinque metri e forse più, e percorrevano il Mediterraneo in ogni senso portando vino, olio, grano, nocciole, opere artistiche, parti di edifici, vasellame, armi e chissà che altro. Di tutto ciò abbiamo notizie frammentarie e indirette. Ma se potessimo mettere le mani su uno scafo, il più possibile completo, vedremmo risolti problemi non solo di carpenteria e di marineria antica, ma soprattutto di rapporti commerciali fra capitali, capoluoghi e colonie, con una proiezione illuminante sulla pagina più segreta e affascinante della romanità: i latini sul mare.
L’archeologia moderna è alla ricerca di testimonianze vive sul mondo antico, e fra queste la più viva e importante è la nave. Sapevo queste cose e ripensavo alla catasta d’anfore in quelle acque della Maddalena: a Marsiglia, a Mahdia, a Tolone, ad Albenga, ogni tentativo di esplorazione completa era fallito per ragioni diverse. Bisognava tentare altrove.
La leggenda delle “migliaia di anfore” della Maddalena l’avevo sentita molti anni fa, facendo per l’arcipelago un giro da turista. Mi tornò in mente quest’inverno incontrando un vecchio amico maddalenino, Furio Bargone. “Ci sono ancora, sono ancora là”, mi disse. Allora decisi di provare con i miei amici. Sapevo dove rivolgermi, una volta giunto alle isole: a Salvatore Viggiani, il “re di Santa Maria”, la più bella delle isole maddalenine. Salvatore Viggiani era stato nostromo del Linosa: aveva partecipato pure lui all’operazione anfore del 1939.
Partimmo da Sestri Levante su una motobarca di undici metri con due motori da trenta cavalli l’uno. Eravamo in cinque sommozzatori, due donne e due marinai. Avevamo a bordo cinque autorespiratori a grande autonomia e altri cinque ad autonomia media, due compressori e sedici bomboloni d’aria compressa, più una montagna di altre attrezzature, viveri e acqua. Arrivammo a Santa Maria in due giorni. E quella sera stessa, in casa di Salvatore, al lume del carburo, cercavamo la nave sulla carta nautica.
La mattina dopo, 5 settembre, gettammo l’ancora sulla secca. Salvatore si palpava il mento. “Dopo diciotto anni”, mugugnava “come si fa a ricordare il punto?”, e faceva un gesto largo col braccio: “Hanno da essere lì, grosso modo”. L’informazione base erano i “quaranta metri” indicati dal palombaro. Per l’esplorazione profonda presi con me Renzo Ferrandi, l’uomo migliore e uno dei più forti sommozzatori in assoluto ch’io conosca. Compimmo sott’acqua un giro di più di un’ora, ma l’altopiano della secca appariva interminabile e non ci consentì di trovar fondo oltre i venti metri. Poi capitammo in un filone di corrente così impetuosa da mozzarci il fiato; decidemmo di tornare all’ancora della barca facendoci portare da quel fiume subacqueo; nella corsa incrociammo un branco di orate che risaliva, diviso in plotoni.
Intanto altri due sommozzatori, Nino Pontiroli e Rodolfo Riva, battevano una zona diversa. Avremmo potuto impiegare l’aliante subacqueo, ma con quella corrente e quel mare sarebbe stato poco redditizio e molto faticoso: avevamo preferito lasciarlo a bordo, almeno per la prima esplorazione orientativa. Fummo fortunati. Riva segnalò le anfore quando già dubitavamo di poter concludere la ricerca in breve tempo, e progettavamo l’impiego a forza dell’aliante su tutta la secca e per tutto il canale.
Ci riorganizzammo in fretta. Indossammo gli apparecchi di riserva, tornammo sulla verticale della gobba bianca e ci lasciammo sprofondare. Cinque sommozzatori calavano adagio, come strani angeli, sulla nave morta duemila anni fa. Eravamo carichi di zavorra alla cintura per poter lavorare sul fondo senza fatica. Così scendevamo senza nuotare, in piedi, fumando bolle come candele di un candelabro. Guardavo i miei compagni e guardavo le anfore, la montagna di anfore. La visione di quella cosa naufragata si faceva reale, concreta, a mano a mano che la distanza diminuiva. Era evidente al primo sguardo che, sotto quella catasta d’anfore così ancora serrate e allineate, doveva esserci il ventre di una nave da carico. Toccai fondo e mi avvicinai. Mi accorsi di trattenere il respiro. E’ difficile spiegare; guardando le fotografie vi sembrerà che lì intorno manchi luce, che la montagna di anfore si perda nel buio come in una .galleria da incubo. Ma è l’opposto di così. La fotografia subacquea, per quanto perfetta, è sempre priva di profondità di campo. Dovete dunque immaginare una diffusa luminosità di color celeste, e sotto, sulla terra, il cimitero di strane croci bianche, i colli e i manici diritti delle anfore, tutti in fila, fermi in una trasparenza liquida.
Cominciammo il lavoro di ricognizione. Io scattai le prime fotografie. Ferrandi si fermò qualche metro sopra il giacimento e ne tracciò la pianta sulla lavagna di plastica, Pontiroli e Rodolfo Riva iniziarono l’osservazione minuta di ogni metro quadrato; Attilio Riva, padre di Rodolfo, compì un’ampia evoluzione tutt’intorno per segnalare altre eventuali novità. Ogni tanto ci guardavamo l’un l’altro negli occhi, dietro il vetro delle maschere, e ce li vedevamo lucenti. Era o no, il primo relitto di nave romana scoperto da sommozzatori in mari italiani, e il secondo assoluto dopo quello famoso di Albenga?

II campo d’anfore giace su un fondo di diciotto metri, su un piano interamente sabbioso, circondato strettamente da una prateria di alghe posidonie, lunghe erbe nastriformi color verde-bottiglia. A levante, grossi massi formano scogliera e riparo alla corrente. Il luogo è quieto, non disturbato dal flusso marino, ma vi spira una leggera brezza d’acqua che porta via dolcemente la polvere sollevata dal lavoro dell’uomo. Centinaia di pesciolini di scogliera, pieni di colori, vanno e vengono fra le rocce e il relitto: dal collo di un’anfora faceva capolino, con aria bellicosa, una murena; Pontiroli le passava davanti di continuo, e se la vedeva ammiccare ora a un palmo da una gamba, ora a tiro d’un braccio, ora sotto la pancia; uno di noi si seccò, dette una pacca all’anfora e la murena schizzò fuori, fuggendo costernata nel prato d’alghe.
Il giacimento è lungo poco meno di venti metri, da levante a ponente, ma è largo oltre dieci. Verso ponente, nel senso della maggiore lunghezza, le anfore sprofondano sotto la gromma e le radici delle alghe, ed è proprio in direzione ovest che esse si trovano tutte inclinate. Verso ponente, dunque, dovrebbe trovarsi la prua, anche per altre considerazioni che dirò in seguito. Le anfore sono di due tipi: il più numeroso, formante la massa centrale, è del tipo italico, slanciato, dal collo lungo e diritto; il secondo è panciuto, con collo brevissimo e piccoli manichi curvi. Le anfore di quest’ultimo genere si trovano tutte a destra, cioè a nord del giacimento, e appaiono come facenti parte del medesimo carico; ma questo particolare ha fortemente stupito gli studiosi cui abbiamo mostrato i primi documenti descrittivi e fotografici, poiché le età dei due tipi d’anfora divergono per quattro o cinque secoli (più antica è l’italica). Si è persino avanzata l’ipotesi, per non accettare il fatto sorprendente e scientificamente “impossìbile”, che il giacimento cumuli due relitti di epoche diverse l’uno sull’altro. Questa ipotesi dei due relitti mi sembra però assurda: sarebbe come pensare che due aeroplani precipitassero esattamente l’un sopra l’altro dopo aver cozzato entrambi contro una montagna.
I rilevamenti prospettivi e le misurazioni metriche ci occuparono altro tempo. Per quella prima esplorazione non rimaneva che concludere l’opera di Attilio Riva: una buona ricognizione nei dintorni. Procedemmo così verso l’apice della secca, e trovammo cinque o sei anfore rotte, poco oltre altre tre, poi due, e infine cocci, il tutto lungo una direttrice che portava dalla base della secca al relitto: era la strada della sua morte. La nave oneraria romana aveva battuto sullo scoglio, si era prodotta uno squarcio, aveva sbandato sulla destra, aveva perso alcune anfore del carico, ed era infine repentinamente sprofondata intera, atterrando sul fondo di piatto, con la chiglia. In pochi minuti. Probabilmente aveva trascinato con sé l’equipaggio.
La nostra prima giornata di immersioni si concluse con una nuova sorpresa, questa meno gradita. Tornando alla motobarca scoprimmo che avevamo gettato l’ancora a una ventina di metri da una mina inesplosa, posata sul fondo come un enorme pallone da football. La fotografai e tagliai la corda. Era la terza mina dei miei incontri di sommozzatore, oltre a due siluri e qualche migliaio di proiettili, esplosi e no.
Sul relitto riuscimmo a tornare due sole altre volte. Desideravamo infatti dare un’occhiata ai fondali più interessanti dell’arcipelago. Potemmo scoprire così quattro nuovi giacimenti di anfore, due dei quali sicuramente indici di naufragio: uno alla profondità di quattordici metri, l’altro a trentadue, entrambi con anfore molto diverse da quelle del primo relitto. Nessuno di essi, tuttavia, mi è parso degno di scavo come quello di Secca Corsara. A Capo Testa, inoltre, potemmo fotografare le ciclopiche opere di un porto certo antichissimo, sprofondate nelle acque della rada e finora ignorate. Si tratta di colonne e massi di granito, ricavati da una cava sulla scogliera antistante, crollati lungo una specie di molo, ormai sommerso, che si spinge nel mare per una cinquantina di metri, fino a raggiunger un isolotto. Le colonne sono lunghe da quattro a sei metri, con diametri da uno a due. Il fondale della baia è cosparso di migliaia di cocci d’anfore e ceramica d’ogni età. Tra due scogli profondi abbiamo liberato ed estratto una grossa ancora medievale, forse pisana.
Terminate queste altre esplorazioni, fummo bloccati da burrasche fino al giorno della necessaria partenza, quando ci trovammo a dover forzare le Bocche con un mare pauroso. Tuttavia, come dicevo, riuscimmo a lavorare sulla nave romana altre due volte, buttandoci in acqua tra i cavalloni, con tuffi da paracadutisti. Indossammo i nostri apparecchi a grande autonomia, fatti appositamente costruire: due bombole per 28 litri d’aria a 200 atmosfere.
Dalle due nuove immersioni ricavammo la definitiva certezza dell’esistenza dello scafo. Scoprimmo infatti che sotto il primo strato d’anfore ne esiste un secondo e un terzo, come un carico ancora perfettamente assestato; né ci pare improbabile la presenza di un quarto e forse di un quinto strato. Le anfore vinarie superficiali sono prive di tappo e colme di terra: non vi abbiamo trovato tracce di grumi vinosi (rinvenuti invece in qualche anfora del relitto di Marsiglia) nè marchi di fabbrica, eccetto forse su due. Le incrostazioni sulle pareti esterne sono cospicue sulle anfore del primo strato ma inesistenti già al secondo. Le anfore di questo sono pulite e intatte come uscite di fabbica, e il loro ricupero è risultato agevole e veloce. Da una buca profonda un metro e mezzo che praticai io stesso nel mezzo del giacimento, spostando anfore dei primi due strati, imbragai e feci ricuperare dalla barca uno strano macigno lavorato a L, del peso di circa quaranta chili, con profondi segni di antica imbragatura. A che cosa potesse servire, è rimasto un mistero anche per gli archeologi.
In una zona circoscritta, all’estremità orientale del giacimento e probabilmente in corrispondenza della cambusa, rinvenimmo coppe, piatti e patere, frammenti di vasellame verniciati, con deboli fregi, roba insomma di poco valore e che doveva far parte dell’equipaggiamento di bordo. Da un altro foro, praticato con molta cautela e attrezzi speciali sul fianco sinistro della massa interrata, come ultimo atto della nostra esplorazione, riuscimmo a palpare, nel buio del sottoterra e sottoacqua, qualcosa che non era né metallo né pietra né terracotta. Legno? A questo scopo, per non apportare inutili danni, stimai opportuno sospendere lo scavo.La nostra esplorazione finì qui: ne sapevamo abbastanza.
Nulla potevamo sapere, invece, sulla storia di quella nostra nave. Il suo mistero potrà venire rivelato soltanto da una ulteriore e più organizzata esplorazione e dalla scoperta di altri dati che ci parlino della sua origine, del suo viaggio, dei suoi scopi, della sua meta, della sua gente. Con molta probabilità veniva da un porto della Campania o del Lazio. da Ostia. Antium o Puteoli, l’antica e floridissima Pozzuoli, e dopo aver attraversato il Tirreno era passata sotto Phintonis, la Caprera di oggi, poi sotto la nostra Maddalena, e aveva messo prua sulle Bocche. I.a sua meta poteva essere Turris Libisonis, la giovane colonia della Sardegna settentrionale (Porto Torres), oppure Massilia (Marsiglia), alleata di Roma, o forse ancora un porto della Hispania Citerior. Il suo carico di vino e chissà d’olio e di grano, era forse un rifornimento per una guarnigione lontana, forse una spedizione commerciale. Anche questo si potrà sapere solo attraverso una indagine più compiuta.
Prima di decollare dalla nave salutammo gli amici che ci avevano tenuto compagnia per molte ore: alcune centinaia di pesci. I nostri scavi avevano infatti attirato branchi di specie diverse, in cerca degli animaluzzi che venivano sollevati e rivoltati con le anfore. Quando Ferrandi e Pontiroli si disponevano a estrarre dal suo alveolo una “vinaria”, per esempio, subito accorrevano a dozzine le brune castagnole, le donzelle variopinte, e saraghetti, cantari e serranelli tutti in mucchio. Ormai avevano imparato. Rodolfo Riva, infilando la mano in un’anfora, si era sentito acchiappare da un polpo. Ma la peggior seccatura l’avevo avuta io: per un buon quarto d’ora non avevo potuto scattare una fotografia a causa di una donzella troppo curiosa dell’oblò della mia Rolleimarin; non appena avevo messo a posto il fuoco, vedevo comparire sul reflex il suo faccione ingrandito, e i suoi occhi rossi a guardarmi. La scacciavo con la mano, e lei faceva un giro e tornava. Ma il saluto più solenne, e davvero inaspettato, ci venne addirittura da un capodoglio di una ventina di metri, un gigante della specie. Eravamo appena riemersi, quando ci passò davanti spalancando il mare con la sua fronte a torre; soffiava e alzava la coda sulle onde, una spatola di qualche metro; superata la secca si precipitò in basso con un fragore di scogliera.
Appena a Milano, presentammo una relazione al professor Mario Mirabella, sovrintendente alle antichità, e al professor Nino Lamboglia, archeologi, per i quali il nostro gruppo, guidato in quell’occasione da Alessandro Pederzini, effettuò nella scorsa primavera una lunga e fortunata operazione nelle acque dell’isola Gallinara. I due studiosi hanno espresso il parere che le condizioni del relitto di Spargi siano ideali per tentarne il ricupero.

Una impresa del genere non è mai riuscita ad alcuno, nemmeno ai nostri valorosi colleghi francesi che hanno prodigato ingentissimi mezzi e sforzi su altri due relitti antichi scoperti sulle loro coste. Personalmente, sono certo che questa volta riuscirebbe a noi italiani, non per una maggiore abilità, ma per un’esperienza acquisita sugli errori altrui e soprattutto per le fortunatissime condizioni in cui si potrebbe lavorare: mediocre profondità, acque terse, leggera corrente, terreno sabbioso e non fangoso, base navale a quattro miglia, base di un’isola disabitata (con profonda e sicura baia in faccia alla secca) a poche centinaia di metri. Il nostro gruppo si è già offerto di lavorare gratis, salve le spese. Con sette-otto milioni, forse meno, e la collaborazione di un mezzo della Marina attrezzato (come il Proteo, per esempio), si potrebbero organizzare tre spedizioni di quindici giorni l’una, lasciando fra l’una e l’altra brevi pause di tempo per sistemare il materiale ricuperato e far riposare gli uomini. Dopo l’esperienza direttamente acquisita sul relitto di Albenga e, come osservatori, su quelli francesi, si è ormai in grado di lavorare con tecnica perfezionata. Con poco si potrebbe riportare alla luce, per la prima volta al mondo, una nave dei nostri antenati. Sarebbe una data per la storia dell’archeologia.