Nella giungla di corallo

da L’illustrazione italiana 1953


La spedizione italiana nel Mar Rosso ha perlustrato i fondi marini per quattro mesi scoprendo che veramente l’uomo non sa nulla dell’affascinante mondo subacqueo

“Il 25 giugno di quest’anno, entrava nel porto a Napoli, tossicolosa al motore e rive­stita sotto carena da una foresta di barbe d’alghe, quasi avesse ripetuto la circumnavigazione di Magellano, la motonave «Formica». Veniva dal Mar Rosso, e riportava in Italia, dopo sei mesi esatti, la spedizione italiana subacquea. Sei uomini d’azione, due donne e tre tecnici: centoventi giorni di intenso lavoro soprattutto nell’arcipelago eritreo delle centoventicinque isole Dahlak. Centoventi giorni di lavoro riassunti in una memoria di tre pagine dattiloscritte inviate al Governo.

«Sono stati raccolti — si legge al punto cruciale — pesci di interesse scientifico per circa 4000 kg., dei quali circa 400 conservati sotto formalina o alcool o essiccati, con uno scarto quindi di uno a dieci, cioè con criterio di elevata selezione. Sono state raccolte circa 300 specie di molluschi, circa 30 specie di echinodermi, circa 40 specie di celenterati (soprattutto madreporari e corallari), nonché un elevato numero di poriferi, vermi, tunicati crostacei, raccolte planctoniche, il tutto contenuto in 53 casse apposite. È stata effettuata una collezione di crani d’uccelli locali. In complesso, si calcola di avere raccolto oltre 700 campioni diversi, per lo più in duplo o in triplo, risultato senza precedenti nella storia delle spedizioni scientifiche marine. Tale risultato è stato raggiunto soprattutto grazie all’adozione dei metodi diretti in ambiente subacqueo, e quando tra due anni circa il materiale sarà stato particolareggiatamente classificato in laboratorio, un cospicuo apporto si sarà ottenuto alla conoscenza della biologia delle barriere coralline e del fondo marino in generale. Come anticipazione a tale risultato è da prevedere la presenza di una forte aliquota di animali marini o del tutto sconosciuti, o inesistenti presso Musei o non segnalati in Mar Rosso fino ad oggi.»

Ma ciò che la laconica relazione non reca è il «come» tutto questo è stato conseguito, il «come» umano. Gli uomini della «Formica» non avevano conosciuto mai l’ambiente subacqueo tropicale, e ben sapevano che si sarebbero incontrati a tu per tu con torme di squali (e gli squali del Mar Rosso avevano ed hanno la fama di peggiori), che avrebbero corso rischi continui e imprevedibili, che ogni minuto delle mille ore di lavoro in fondo al mare avrebbe potuto segnare la disgrazia. Ma l’ingresso nel nuovo mondo li trovava fiduciosi e preparati.

A conti fatti, i rischi si dimostrarono assai inferiori all’attesa: gli squali non attaccaro­no, e su di essi si poterono condurre studi e osservazioni assai importanti senza subirne danni; le murene giganti aggredirono, ma l’abilità e la fortuna degli aggrediti scongiurò ogni sventura; le mante di una tonnellata e di sei metri d’apertura alare (chiamando ali le pinne) turbinarono selvaggiamente attorno agli uomini immersi o ai barchini d’appoggio senza fare strage; i famosi barracuda, lucci di mare che incontrammo lunghi fino a due metri e con denti da pantera, ci guardarono da vicino ma senza pretendere di assaggiare le nostre gambe e le nostre braccia. Insomma, la giungla di corallo ci fu benigna, anche se, per incidenti vari, non un uomo solo della squadra evitò serie ferite, prodotte dagli animali, dai coralli, dai traumi inevitabili di una vita proiettata fuori dai confini del nostro mondo.

Oggi possiamo dire: la giungla di corallo, di giorno, non è pericolosa, escludendo fortuiti accidenti. Non è pericolosa, s’intende, per l’uomo subacqueo capace, perché un bagnante qualsiasi, un naufrago, uno sconsiderato, avrebbe forse poche probabilità di sopravvivere.

 

Pericolosissima diviene, invece, di notte, allorquando la legge mortale di questa giungla equorea batte il suo tam-tam: la legge della caccia. Di notte il mare tropicale ribolle, tutte le sue creature sono in fuga o in caccia, e i silenziosi fondali diventano campo di terribili battaglie. Mal ne incoglierebbe a quell’uomo che vi si trovasse in mezzo: gli uomini, per i pesci, sono pesci: di notte, la legge varrebbe anche per loro.

Ma tutte queste cose, e infinite altre, i «formichieri», com’essi stessi usavano chiamarsi, possono dichiararle ora, che le hanno sapute e viste.

Difficile ed emozionante è stato il salire la scala di questa nuova conoscenza. Quando Gigi Stuart si trovò faccia a faccia con un barracuda di due metri, nell’acqua torbida, e deliberatamente gli sparò (era il quarto giorno d’immersioni in Mar Rosso), sapeva soltanto, da letture fatte, che il barracuda era considerato in quasi tutto il mondo un pesce forse più pericoloso del pescecane, e furibondo ed aggressivo. Quando io e Francesco Baschieri ci trovammo per la prima volta circondati sott’acqua da sette squali, credevamo ancora, per esperienze altrui, che quando i pescecani fanno gruppo, come i lupi, è il momento del pericolo. Quando Raimondo Bucher sparò a una manta di un quintale e mezzo in mezzo al porto di Massaua, tristemente celebre per i divoramenti di marinai caduti in acqua, certo non sapeva come sarebbe finita. Allorché Bruno Vallati colpì con una freccia uno squalo di quasi due metri, ben ricordava che ogni autore di cose marine parlava di reazioni poco piacevoli degli squali feriti. E si continuerebbe per un pezzo, per tutta la cronaca di quattro mesi sotto il mare.

La spedizione, d’altra parte, ebbe fortuna: incontrò, con una squadra o con l’altra, tutti gli animali giganti e celebri di quelle acque tropicali: mante di quintali, uno squalo balena di 14 metri, capodogli in schiera, una mandria di globicefali di otto metri, specie di capodogli, in alto mare, in mezzo ai quali non esitarono a cacciarsi quattro dei nostri… E di tutto ciò rimane documentazione fotografica eccellente, metodica, inappuntabile, in bianco e nero e a colori, sott’acqua e sopra, docu­mentazione quale nessuna spedizione marina al mondo ha potuto sinora raccogliere. Gran parte del merito di questo secondo risultato spetta ai tecnici Quilici, Ravelli e Manunza, che hanno rischiato quanto gli altri.

Un passo avanti, dunque, quello degli italiani subacquei «al servizio della scienza». E così come tutti gli scalatori dell’Everest hanno formato una ideale cordata unica, fino a consentire la conquista estrema, egualmente gli sforzi congiunti delle scuole subacquee più progredite e audaci nel mondo sta formando cordata per la scoperta e la conquista del «sesto continente».

Ci si potrebbe ora chiedere perché. Perché l’uomo, sempre in corsa verso nuove conquiste, abbia atteso tanti anni a indagare questo grande mistero che lo circonda: il mare. L’Everest, l’ultimo quadratino di terra emersa non domato, è stato raggiunto; già si pensa alla Luna, e si progettano pianeti artificiali per il balzo definitivo. Il mare, no. Al mare si guarda soltanto da pochi anni (poche ore, al confronto della lunga storia umana). Perché? Difficile spiegarlo: certo è che, accortisi del ritardo, gli uomini veramente hanno ora scaenato la «corsa all’oceano». L’Everest era un punto d’onore, un fatto di prestigio prima umano e poi nazionale; la Luna è un fatto di curiosità (almeno per il prossimo futuro) ; il mare, invece, che copre oltre i tre quinti del pianeta nostro, che possiede voragini ben più alte e vaste di un povero Everest qualsiasi, l’immenso oceano è un fatto di vita. Queste affrettate considerazioni basteranno forse a spiegare i motivi e i limiti della Spedizione Nazionale Subacquea. Come per l’assalto all’Himalaya, le Nazioni alpiniste si sono specializzate su determinate cime (Annapurna, i francesi; Everest, gli inglesi e gli svizzeri; Nanga Parbat, i tedeschi; K 2, gli americani e gli italiani), così anche per l’esplorazione del mare si vanno creando specialità: record di profondità e studi della biologia degli abissi trovano in gara americani, francesi e un solitario, Piccard; la cinematografia subacquea vede ancora a parità francesi, il solitario Hass e gli italiani; le immersioni ed esplorazioni a corpo libero, con autorespiratori e non, hanno in testa francesi ed italiani. E gli italiani, con la spedizione in Mar Rosso, sono scattati avanti di molte lunghezze in fatto di studi e raccolte di animali tropicali dei mari di corallo. In questi mari la vita biologica è la più intensa, la più fantastica, la più ricca di forme e di possibilità d’esistenza: nella giungla silenziosa delle barriere coralline la vita del pianeta Terra giunge al diapason. Nella giungla pietrificata il piccolo smanioso «Re della Natura» s’accorge veramente di non sapere niente o quasi dei tre quinti del suo presunto regno”.
Foto 1: Una murena tropicale. La spedizione ha catturato una trentina di questi velenosi serpenti di mare, e ha potuto constatare che sono gli animali più pericolosi delle barriere coralline

Foto 2: Luigi Stuart Tovini, membro della spedizione italiana nel Mar Rosso, cattura vivo un pellicano dopo avergli sparato in un’ala con un fucile subacqueo. La spedizione ha svolto quattro mesi di lavoro effettivo e ha riportato un grande successo scientifico e documentario

Foto 3: Un «subacqueo» della spedizione italiana nel Mar Rosso stacca dal calcare corallino una specie rara di madrepora

Foto 4: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».

Foto 5: La cattura di un luminoso pesce angelo

Foto 6: Un «subacqueo» mentre cattura uno squalo nutrice, inoffensivo per l’uomo. Gli uomini della spedizione per impadronirsi degli esemplari marini interessanti, hanno usato tutti gli attrezzi di pesca: reti, delfiniere, coffe, filaccioli, fucili subacquei, retini, cariche di gelatina

Foto 7: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».

 

 

 

I superstiti raccontano la verità sull’Artiglio

DOPO TRENT’ANNI UN’INCHIESTA RIVELA I RETROSCENA DELLA FAVOLOSA IMPRESA

I superstiti raccontano la verità sull’Artiglio

di Gianni Roghi

Silvio Micheli ha scritto un libro che è una dura polemica contro l’armatore Giovanni Quaglia, considerato fino ad oggi il vero eroe dell’avventuroso recupero dell’oro sommerso.

 

La vita privata dell’“Artiglio”, la più famosa nave palombara del mondo, non era ancora stata scritta. Dopo che la nave saltò in aria, mentre distruggeva un relitto carico di esplosivo; nessuno si prese cura di chiedere ai pochi scampati come fosse stato possibile un errore così grossolano, come realmente fossero andate le cose. Quando l’ “Artiglio II°” tornò a casa, dopo avere sollevato da centotrenta metri di profondità, tonnellate d’oro e d’argento, nessuno si chiese perché l’equipaggio, in pieno regime fascista, si fosse messo in sciopero. Ora sta per uscire, edito da Vallecchi, l’ “Artiglio ha confessato”, un libro che sta fra l’inchiesta e l’atto d’accusa. Lo ha scritto Silvio Micheli in qualche anno di lavoro paziente: ha raggiunto i superstiti, ha trovato lettere, ha interrogato quasi tutti i personaggi che presero parte all’avventura dell’ “Egypt”. “Le situazioni che ieri, nel clima del ventennio, diedero il tono anche a questa vicenda”, scrive Micheli nella prefazione, “adattando le azioni allo spirito e alla mentalità dell’epoca, dovevano riprendere il primitivo significato oggi che la verità è saltata fuori”. Il racconto si avvia con il tono cronistico del giornale di bordo, ma presto si scoprono le carte: l’obbiettivo è di rivelare sotto nuova luce la figura del personaggio più noto di questa storia, il commendatore Giovanni Quaglia, armatore delle navi appartenenti alla Sorima, la celebre società genovese di ricuperi marittimi. La polemica si sviluppa di episodio in episodio per rivelare la grettezza di un uomo, entrato nella letteratura marinara come un eroe leggendario, nei confronti di chi affrontò sacrifici gravi e pericoli mortali per regalargli gloria e ricchezza.

Giovanni Quaglia era un uomo non comune. Della Sorima era il fondatore, il principale azionista e l’amministratore delegato. Massiccio, poderoso, volitivo, possedeva l’arte del comando e della suggestione. “Con la complicità di non pochi alti gerarchi del partito” dice Micheli, “mediante una legge fatta approvare dal Parlamento fascista, era riuscito a far ottenere alla sua società, togliendolo abusivamente all’Istituto nazionale delle assicurazioni, proprietario della maggior parte dei piroscafi affondati durante la guerra, l’esclusivo diritto di ricuperarne i carichi a grandi profondità, superiori cioè ai 45 metri”.

I palombari con scafandro normale, nel 1927 come oggi, non potevano lavorare oltre i cinquanta metri. Ma una ditta tedesca, la Neufeldt e Kuhnke, aveva costruito scafandri metallici semirigidi con i quali era possibile scendere molte decine di metri più in basso. Quaglia ne acquistò il diritto per l’adozione esclusiva in Italia. I grandi scafandri tedeschi non diedero tuttavia le soddisfazioni promesse, e a questo punto entrò in scena Alberto Gianni, viareggino, “il più grande palombaro di tutti i tempi” secondo una stima universale. Gianni, che era stato assunto dalla Sorima per quattro soldi, aveva fatto la seconda elementare ma aveva il genio dell’invenzione: modificò gli scafandri, realizzò la torretta d’osservazione sottomarina, regalò alla sua società i disegni di strumenti che, essi soli, avrebbero potuto un giorno consentire di raggiungere la camera blindata dell’ “Egypt”.

“La Sorima partì decisa a compiere grandi cose”. Aveva gli uomini (scelti da Gianni) e i mezzi (creati da Gianni). La flottiglia comprendeva quattro navi: “Artiglio”, “Rostro”, “Raffio” e “Arpione”.

“La carcassa del primo piroscafo preso d’assalto fu il “Washington”… Giaceva a una profondità di ottantasei metri, presso Camogli”. Il suo carico era di sette treni merci completi (sette locomotive con tender e trecentocinquanta vagoni), più tremila tonnellate di sbarre d’acciaio, cinquecento tonnellate di lingotti di rame, parecchie tonnellate di manganese e altro materiale. Fu interamente ricuperato. E l’ “Artiglio”, nell’estate del ‘28, partì per l’Atlantico alla ricerca di tesori più grossi.

In data 9 settembre 1928, da Le Palais, il Gianni scriveva alla moglie:  “…riguardo al mio lavoro (sul relitto dell’ “Elizabethville”, il primo attaccato in Atlantico, a settantadue metri) ti comunico che va abbastanza bene e sono contento. Stanotte siamo rientrati per maltempo, però credo che domattina ripartiremo. Ormai siamo in settembre e con l’Atlantico non si scherza. Ieri abbiamo ricuperato una tonnellata di avorio. Sono denti enormi di elefante che pesano in media quaranta chili l’uno, e sono in buonissimo stato. Ne abbiamo già pescato circa tre tonnellate e ne restano altre nove. Se il tempo fa buono, credo che fra una settimana saremo lesti. Dopo passeremo a Brest per la ricerca del vapore dell’oro…”.

“…Considerato il prezzo dell’avorio sul mercato, di franchi duecento al chilogrammo”, continua Micheli, “la Sorima poteva dichiararsi abbastanza soddisfatta sull’esito di quella prima impresa in Atlantico”. Ma il richiamo del vapore dell’oro era ormai pressante: nella carcassa dell’ “Egypt”, transatlantico di ottomila tonnellate di servizio tra Londra e Bombay, affondato nel 1922 per collisione nella nebbia vicino alla costa brettone, giaceva un tesoro valutabile oggi sui dodici miliardi di lire.

La cosa più difficile fu trovare il relitto, dragando il fondo. Scrive il palombaro Gianni alla moglie: “…con l’esperienza acquistata ho già preparato tutto un nuovo sistema di dragaggio che dà veramente affidamento…Sono molti giorni che lavoro attorno a questo progetto, aiutato da Carlo che ripassa e mette in pulito tutti i piani che io abbozzo. Fra le altre cose ho ideato una nuova torretta che sarà un lavoro a perfezione e i disegni sono già in corso… Tu sai, Maria cara, come mi appassiono a questi lavori…”. Il dragaggio, interrotto e ripreso cento volte per le burrasche così frequenti in quel tratto di oceano, si concluse due anni dopo, il 29 agosto 1930. E cominciò l’avventura del più straordinario ricupero sottomarino mai eseguito. Ma non doveva essere Gianni a raccoglierne la gloria, e neppure il suo “Artiglio”.

“Con le bufere di autunno”, scrive Micheli, “una piccola barca come l’ “Artiglio”  non avrebbe mai retto in pieno Atlantico. Il Quaglia non amava tracciare diagrammi: le curve di lavoro le aveva fin troppo chiare nella sua mente quando si trattava di ricavare il massimo profitto dagli uomini e dalle imprese pur che fossero. Quindi aveva disposto d’impiegare i tre battelli in operazioni di ripiego, in luogo d’inviarli, come invece aveva deciso ogni anno, in disarmo a Genova”. Quaglia ordinò così all’ “Artiglio” di andare a smantellare con la dinamite la carcassa del “Florence”, un relitto carico di munizioni che giaceva sul fondo di un canale tra Saint Nazaire e un’isoletta e ne rendeva pericoloso il transito. I palombari Gianni, Bargellini e Franceschi cominciarono con piccole cariche. Non succedeva niente.

“Per altri quattro giorni continuarono a bussare con sei mine alla volta nel panciuto

ventre della carcassa. Si sentivano irritati verso il Quaglia di cui non riuscivano a spiegarsi l’oscura, testarda ragione di quel lavoro che qualsiasi altro modestissimo palombaro avrebbe potuto assolvere: Non venga a raccontarci che una bagattella del genere gli frutti dei milioni, si dicevano. Questo è il premio per avergli trovato l’Egypt.

“Per altri otto giorni continuarono a bussare. Poi aumentarono le cariche. Non accadeva mai nulla. Le avvicinarono alla stiva”. Lo smantellamento procedeva lento e faticoso. “Si sentivano offesi e grugnivano contro il Quaglia. Tanto più che il commendatore, da quando era stata messa la prima mina sotto il “Florence”, non si era fatto mai più vedere a Le Palais. Telefonava ora da Roma, poi da Parigi o da Londra per incitarli a spicciarsi, come bruciasse a lui e non a loro”.

“La familiarità crea spesso mancanza di rispetto. Verso la fine del mese, il Gianni aveva già fatto esplodere oltre trecento mine attorno al relitto, senza che si fosse verificato niente di allarmante nel suo carico. Ormai sembrava che si dovesse demolire la nave pezzo a pezzo”. E Gianni scriveva alla moglie: “Siamo arcistufi”. Ma ecco, nel libro di Micheli, un brano molto grave: “Quando Gianni riferì al commendatore che a furia di bussare sotto la chiglia (in quel periodo facevano esplodere non meno di venti mine al giorno) le lamiere potevano allentarsi e inviare la barca a far compagnia al “Florence”, il Quaglia non parve per niente allarmato. Portò il discorso su altri argomenti e ridiscese a terra per prendere il primo treno. Il fatto non era sfuggito a nessuno. Dopo la sua partenza, i marinai si erano messi a rimuginare la cosa. “Possibile”, si andavano chiedendo, “che non gli stia a cuore la barca?”. “Non esageriamo: non conoscete ancora il commendatore?”. “Sicuro, e per quale ragione? D’accordo che la barca sarà assicurata…”. “E anche bene, a sentire il signor Terme”. “E con ciò? Perché non parlate chiaro?”. “Oh, ragazzi, che avete”, era venuto a chiedere il Gianni. La cosa morì lì.

 

UNA VORAGINE NELL’OCEANO

Il 24 novembre Gianni, esasperato, scrive al commendatore. Non si può più andare avanti: la stagione avanzata ha reso buie e torbide le acque, i venti sono sempre più violenti, l’equipaggio non ne può più, un uomo è già sbarcato per suo conto. “Se v’interessa di passare le feste a casa”, risponde perentorio il commendatore, “dovete spicciarvi. Fatelo magari saltare in aria”.

Il 7 dicembre, dopo due mesi di sforzi e ottocento mine esplose, i palombari decidono di piazzare una carica doppia. La nostalgia di casa è divenuta ormai cocente, la stanchezza e l’irritazione contro il “Florence” e il Quaglia concorrono a preparare la catastrofe. Posta la mina, l’ “Artiglio” deve allontanarsi come sempre a una distanza di sicurezza. “Siamo pronti? Allora scostate”. “Di quanto?”, chiese il capitano Bertolotto. Gianni allargò le braccia. “Finché c’è cavo elettrico”, disse. A furia di tagliare, scapezzare e perdere in acqua, il cavo elettrico che serviva a dar contatto alle mine si era ridotto a centosessanta metri.

“Sono venti giorni che tempesto di lettere e di telefonate il commendatore perché si decida a inviare quel suo cavo speciale. Ora c’è poco da starci a pensare sopra”. Così disse il Gianni pochi minuti prima di dare contatto, pochi minuti prima che l’intero carico del “Florence” saltasse in aria: centocincinquanta tonnellate di munizioni. “L’oceano, in quel punto, aveva lasciata scoperta per un momento la carcassa del “Florence”: una voragine di almeno trecento metri di diametro, sormontata da una colonna di acqua di altrettanti metri che poi precipitò piena di rottami, di schegge, di fumo. Dapprima l’ “Artiglio” era stato sollevato di poppa, quasi verticalmente dalla colonna d’acqua: poi si era tuffato di prua con essa, risucchiato dalla voragine, ed era sparito”. Accorse il “Rostro”, che lavorava nella zona a un altro relitto, e salvò quattro uomini, ma Gianni, Franceschi e Bargellini, i tre “più grandi palombari del mondo” erano stati uccisi con altri nove membri dell’equipaggio. La testimonianza di questi fatti è stata data a Silvio Micheli da tre degli scampati.

 

LA SOMMOSSA DELLE GALLETTE

Giovanni Quaglia allestì un nuovo “Artiglio II°”, e l’avventura del vapore dell’oro riprese cinque mesi dopo, il 4 maggio 1931. Il giorno successivo una delle quattro navi ricupero della Sorima, il piccolo “Raffio”, si capovolse nella Manica per una fatalità: una violenta corrente di marea aveva ingarbugliato i cavi che lo legavano alle boe ancorate, mentre lavorava a un relitto, e il “Raffio” era stato tirato sotto. Morì un fuochista. I superstiti poterono raggiungere la costa per miracolo. Quando incontrarono l’armatore, scrive Micheli, lo trovarono di ottimo umore. Il “Raffio”, naturalmente, era stato assicurato.

Il posto di capo palombaro, dopo la morte di Gianni, fu preso da uno degli scampati dell’ “Artiglio”: Mario Raffaelli, di trent’anni. La storia del “Florence”, “non gli era andata giù”, ma doveva pur mangiare. Il commendatore parlava di lui, ai giornalisti, come di un portento: sapeva che per l’oro dell’ “Egypt” occorrevano uomini cresciuti alla scuola del Gianni, e non gli mancavano doti diplomatiche.

Lo smantellamento del transatlantico inglese era un lavoro penoso. Occorreva far saltare con le mine quattro ponti della nave per potere giungere alla camera del tesoro. Il palombaro nella torretta dirigeva per telefono le manovre, eseguite a bordo della nave, per calare le cariche esplosive e poi le benne ed enormi pinze metalliche che strappavano le lamiere divelte. Il mare era quasi sempre agitato, il freddo era acuto anche in piena estate. Il vitto cominciò a scarseggiare: per una settimana l’equipaggio si dovette accontentare di gallette ammuffite bagnate in una gamella di vino, poi scoppiò una specie di sommossa. Il capitano fu costretto a mettere mano alla farina di riserva, intoccabile per regolamento. Nei giorni buoni i tre palombari Mancini, Lenci e Sodini rimasero sull’ “Egypt” ore e ore: il 6 agosto batterono il record, dodici ore, fino a notte. Venerdì 7, il giorno dopo, Sodini rimase bloccato sul relitto, a centoventi metri: il cavo che sosteneva la sua torretta si era impigliato e l’uomo era bloccato sul fondo. Riuscirono a disincagliarlo e a issarlo dopo minuti di angoscia.

“L’oro che per il Quaglia e la Sorima”, scrive Micheli, “avrebbe significato un incasso netto di almeno ottantaquattro milioni di lire dell’epoca (la Sorima lavorava infatti per conto degli assicuratori dell’ “Egypt”), per i marinai significava un premio che poteva aggirarsi sulle duecento sterline vale a dire una somma di circa quarantamila lire. Non figurava iscritto in alcun contratto (il Quaglia e la Sorima avevano sempre mandato alle lunghe quell’impegno), tranne nella lettera di assunzione. E anche in essa non si facevano cifre; si diceva soltanto che, a recupero eseguito, i marinai avrebbero avuto diritto a un premio da stabilirsi in base al valore del carico portato a terra”.  E l’oro, finalmente, arrivò. Fu il 22 giugno 1932, dopo quattro anni di lavoro. La notizia fu data dai giornali di tutto il mondo. Mussolini mandò le sue congratulazioni.

Guidata per telefono dal palombaro, la gigantesca mano d’acciaio arraffò dalla camera del tesoro 1.210 lingotti d’oro (circa diciannove quintali), 2.310 verghe d’argento (tredici tonnellate), 242 mila sterline (quattordici quintali). Era soltanto il primo raccolto. “Il 3 novembre”, riferisce Micheli, “il Quaglia decise di sospendere per quell’anno le immersioni, ordinò di partire per Genova, i marinai facevano conto di ricevere subito il tanto sospirato premio, più le spettanze sulle ore straordinarie e, a forfait,  la quota-vitto per i quindici giorni che avrebbero trascorso a Viareggio. Secondo i patti, la parte di premio computata su quel primo ricupero doveva aggirarsi sulle 14 mila lire. Così era stato assicurato dallo stesso commendatore. Giunti a Genova, l’amministratore Schinardi della Sorima promise che i soldi sarebbero stati inviati a Viareggio entro il giro di alcuni giorni. Ma ciò non avvenne. Dietro le proteste dei marinai che avevano i debiti da saldare, la Sorima inviò a loro la somma di lire 6.412 in luogo delle 14.000 promesse, senza accennare alle ore straordinarie né alla quota-vitto, eccetera. Per la ripresa della campagna era stato promosso personalmente dall’armatore un aumento di stipendio, ma esso non fu mai accordato. Il marzo ’33 doveva riprendere la campagna, ma alla vigilia della partenza i marinai scrissero una lettera alla società: se non venivano mantenuti i patti, non sarebbero tornati al lavoro.

 

UN COLLOQUIO TEMPESTOSO

 

 

“Siete matti?”, si sentirono dire, “credete forse di essere tornati al ’21? Che significa questo sciopero? Ma sotto il fascismo il diritto di sciopero è stato soppresso e si può filare in galera o al confino tutti quanti. Vi siete chiesti certe cose?” I marinai tennero duro, chiesero un colloquio con Quaglia. Fu accordato. Quando tre rappresentanti dell’equipaggio gli furono davanti, così si espressero secondo le testimonianze rese a Micheli: “Che cos’è questa sporca lettera?”, furono le sue prime testuali parole. E saltò su inviperito. Fu una scena drammatica, al termine del quale l’armatore non riuscendo a spuntarla e a fare rimangiare la lettera ai marinai, dichiarò che avrebbe disarmato l’ “Artiglio”: “Secondo quanto aveva minacciato, il mattino seguente pose effettivamente in disarmo la nave licenziando, i dodici firmatari”. I marinai, una volta a Viareggio, ricorsero subito alla loro federazione marittima: il segretario compartimentale livornese diede loro ragione e formulò la pratica contro la Sorima. Le cose, per l’armatore, si mettevano male. “Ma il Quaglia decise di partire in picchiata per Roma. Bastò quel viaggio perché il giorno appresso il segretario compartimentale di Livorno, il signor Cardona, fosse immediatamente trasferito a Trieste. Così avevano deciso gli organi interessati del partito fascista. Il suo sostituto non solo non si prese a cuore la causa, ma, convocati i marinai, fece loro una tale girata che per poco Giulio Sartini non finì al confino. “Io vi consiglio di tornare subito a bordo”, furono le parole del nuovo funzionario. “Chi di voi acconsente, faccia una lettera di scusa alla Sorima. Chi invece decidesse di fare il furbo, agisca pure di sua testa, ma peggio per lui”. Tre giorni dopo, non pochi firmatari spedirono la lettera di scuse. Ma l’angoscia di non trovare più altri imbarchi non impedì a sette di loro di rifiutarsi all’umiliazione: preferirono i debiti da pagare e la disoccupazione. Mossero causa alla Sorima, una causa che durò mesi e costò loro quasi tutta la parte di premio riscossa: ebbero, alla fine, lire settanta.

L’ “Artiglio” riprese i lavori sull’ “Egypt” verso la metà di maggio. “Alla fine della stagione, fatti i conti, l’oro ricuperato a bordo allora ammontava già a cinque tonnellate fra sterline e lingotti, vale a dire il carico completo denunciato dagli armatori alla società assicuratrice dell’ “Egypt”. La cosa fece nascere non solo il dubbio di un probabile imbroglio, ma molti altri inconfessabili sospetti. Tanto più che i palombari assicuravano che sul fondo della stanza, insieme alle barre d’argento, giaceva ancora un’imprecisabile ma considerevole scorta d’oro”.

 

SI FANNO I CONTI DEL TESORO

L’ “Artiglio” lavorò sul relitto fino al 1939; totale del ricupero: 7 tonnellate di oro fino e 14 di argento in lingotti. Il libro di Silvio Micheli si conclude con queste osservazioni:

“Non sappiamo e non spetta a noi di sapere quale ricupero venne effettivamente denunciato dalla Sorima alla National Salvage Association e al Lloyd di Londra, dai quali, per contratto, avrebbe dovuto ricevere il settanta per cento del carico (e non del valore!) utile ricuperato, ossia tonnellate (circa) 4,9 di oro fino, e 28 di argento. Nonostante il “regalo” di ben due tonnellate di oro fino (nato da oscure macchinazioni che esulano dalla nostra storia, ma che la storia ha il dovere di denunciare), la Sorima non si portò bene nemmeno coi suoi palombari. Tanto è vero che Fortunato Sodini e suo fratello Donato (palombaro sul “Rostro”), per motivati dissensi economici col Quaglia, abbandonarono sul finire del 1940 quella Società. Dopo dieci anni di pericoloso lavoro e di sacrifici, Fortunato Sodini riceveva ancora la stessa paga con cui era stato assunto (allora alle prime armi) nel 1931, e cioè duemila lire mensili, tutto compreso. Non solo il Quaglia non volle mai superne di concedere il benché minimo aumento dopo il favoloso ricupero del tesoro ma non tenne fede nemmeno al premio stipulato per contratto, che tagliò. L’aveva fatto coi marinai: ma nessuno avrebbe pensato che si ripetesse coi palombari. Cose del genere sarebbero capitate più tardi anche col Mancini… Mario Raffaelli decedeva due anni orsono a Genova, per malattia contratta nel lavoro palombarico. Una fatale coincidenza riguarda la fine del commendator Quaglia, deceduto a Genova il giorno in cui si compiva il venticinquesimo anniversario della tragica fine del primo “Artiglio” e del Gianni, vale a dire il 7 dicembre 1955”.

In una nota, Silvio Micheli avverte che il suo libro era in corso di stesura mentre Giovanni Quaglia era ancora in vita. L’armatore doveva sapere di questa inchiesta. Ora non potrà, purtroppo, rispondere. Sarebbe stato interessante conoscere la sua reazione alle accuse dei suoi ex dipendenti, e la storia, per bocca sua, delle tonnellate di lingotti d’oro “in regalo”. La Sorima però esiste ancora: forse risponderà.

La danza delle mante

da Dahlak, 1954

L’Africa tropicale, l’Africa calda è un animale vivo che mangia, cresce, muore e si rigenera a scatti. È un corpo che subisce metamorfosi tanto rare quanto brutali, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. La crisalide che esplode in farfalla sotto i tuoi occhi; una natura che ignora i dolci passaggi delle latitudini temperate: va a balzi, a stroncature, a urli.

All’Asmara, duemila metri sul mare, vidi un albero di pesco che mi fece pensare alle allegorie religiose del medioevo: alcuni rami erano secchi come d’inverno; altri avevano i bocciuoli; altri recavan le foglie, verdi ed espanse; altri i frutti piccoli e acerbi; altri ancora le pesche mature e ancora altri le pesche marce. Quell’albero non aveva stagioni, non sonni, non requie. Tutti gli alberi di Asmara e dell’Africa alta sono privi della misura del tempo, sono in divenire. Alberi hegeliani, dicevo a Gigi.

Ma mentre quel pesco moriva e fioriva nei medesimi rami e con la medesima linfa, giù nell’Africa calda, giù a Dur Ghella la natura era morta bruciata da un anno. Se con il calcio del fucile battevi sui tronchi, ne udivi un suono secco di legno cavo: come bussare a una bara.

E una notte piovve, piovve sul serio, per la prima volta da un anno. Piovve tre ore continue dall’una alle quattro. Era acqua calda, a gocce grosse e pesanti. Piovve senza vento, con un fragore di cascata. La tenda s’allagò, i materassini di gomma galleggiarono, ogni cosa nostra divenne fradicia. Rimanemmo tre ore ad ascoltare la pioggia, seduti in due dita di acqua tiepida, al buio. Poi smise, l’acqua defluì lentamente, ci ricoricammo e dormimmo.

Mi svegliai per primo, erano le nove. Non pioveva più e si sentiva l’aria pulita; faceva quasi fresco; ma non so, si sentiva un’aria nuova, diversa da quella solita. Mi pareva di accorgermi soltanto allora di aver respirato per tutte quelle settimane e quei mesi un’aria che aveva un sapore. O un odore, forse.

Uscii dalla tenda, sbucai dalla mangrovia ancora grondante. Non c’era una nuvola. E mi misi le mani sugli occhi: quello che vedevo non poteva esser cosa della nostra terra, era magia, era stregoneria. L’isola, quell’isola grigia bruciata, era color di smeraldo.

La primavera era scoppiata in tre ore. L’isola era coperta da una pelliccia d’erba breve, lucente, verdissima; l’erba cresceva sulle madrepore fossili, dentro le pietre, sotto i sassi, nella sabbia, sulle radici degli alberi. Gli alberi sempre bigi e bianchi avevano le foglie che spuntavano dai rami secchi, foglioline schizzavano fuori dal tronco come un vello sul torace di legno. Il sole incendiava l’atmosfera, infuocava i colori: l’atmosfera aveva perso quella nebbia di calura che faceva evaporare le cose; l’aria era un diamante e il sole vi giocava dentro la gibigianna, faceva dell’isola un caleidoscopio.

Camminavo per quella terra, mi volgevo a guardare le mie orme sull’erba, mi veniva da gridare come a un bambino; mi sedetti su un prato (oh, era veramente un prato! e ieri era sabbia !), mi rotolai e quasi dalle braccia mi frullarono via due uccelletti rossi e bruni quali non avevo mai visto. E solo allora m’avvidi che tutta l’isola era piena di uccelli. Chiamai Cecco, Giorgio, Priscilla: Priscilla, Priscilla vieni a vedere, guarda, c’è l’erba! L’erba come in Scozia! Dur Ghella era tutta un batter di ali. La girammo in lungo e in largo e incontrammo due cicogne, cinque o sei fetonti, un branco di sule (quelle che sembran grosse anitre selvatiche), e cinque quaglie, rondini marine, un pellicano, otto tortore s’un ramo a riposare, tre aironi, e oltre ai falchi pescatori e alle due albanelle, inquilini abituali dell’isola, centinaia di minuscoli uccelletti, assai più piccoli dei nostri passerotti, ma grigi, rossi, bruni, gialli.

Le quaglie stavan acquattate nell’erba e nelle stoppie dell’interno, falchi e albanelle roteavano nel sole; gli uccelletti piccolissimi cinguettavano nel folto dei cespugli spinosi e tutti gli altri, pellicano aironi cicogne sule rondini e fetonti, sostavano sul litorale in faccia al mare, a pigliar fiato dal gran viaggio.

Era scoppiata la primavera.

Così nel mare, forse. Noi non lo sapevamo, ma anche in quel mare grande e tranquillo stava accadendo qualcosa. Anche nel mare, proprio in quelle acque di Dur Ghella, si andava preparando un rito, un convegno inconcepibile. A Dur Ghella erano già arrivate creature in volo attraverso l’aria e il cielo e le nuvole dei monsoni; ma proprio verso Dur Ghella, in quella stessa ora, stavano viaggiando altre creature. Arrivavano anch’esse in volo, un volo attraverso l’acqua, sopra gli abissi. Accorrevano al rito. Era l’appuntamento di primavera.

* *

Fu un giorno strano. Nella natura succedono, a volte, giorni che sanno di presagio; momenti in cui avverti, per un messaggio misterioso che si insinua nei nervi, una fase di sospensione, di attesa. Gli animali preavvertono il terremoto, i pesci sanno in anticipo l’approssimarsi della tempesta, e anche gli uomini, talora, sentono l’uragano senza ancora vederlo. Anche noi siamo animali. Ma quel giorno non capivamo, sentivamo soltanto che era un giorno strano. Non fummo capaci di fare niente, rimanemmo ore e ore seduti o in piedi in mezzo ai prati: stemmo a guardare come facevano i bocciuoli a divenire foglie, stemmo a guardare il cielo. Grandi nuvole avevano ricoperto il sole e di vento in vento si squarciavano a oriente e a settentrione lasciando sfolgorare l’azzurro, vivo come non mai, quasi una lastra metallica. Molti altri uccelli erano arrivati a Dur Ghella e molti erano ripartiti; ci pareva di  essere in una stazione, ma per noi, inchiodati all’isola dall’acqua che la circondava, non v’era possibilità di partenze; forse era questo che ci dava una sensazione di inferiorità, di amarezza. Gli uccelli partivano d’improvviso come per una decisione subitanea, ma certamente dovevano meditare a lungo l’attimo del distacco e della nuova fatica nel ciclo. Lasciavano la terra  senza un grido, senza gioia, per un dovere.

Molto tempo era passato dalla mattina e l’isola si era fatta silenziosa.  I falchi disegnavano in alto cerchi e figure geometriche, gli uccelletti piccolissimi frullavano zitti nei cespugli. Ascoltando intenti si poteva udire soltanto, di ora in ora, il battito  delle  ali che scoccavano  dalla scogliera.  Il  mare  era immobile, toccava la spiaggia come uno specchio; aveva preso un colore verde pallido intorno all’isola e viola appena oltre. Era strano che le nuvole viaggiassero accumulandosi agli orizzonti e che il mare rimanesse immobile; ma il vento sa correre altissimo e dimenticare la terra. Dissi a Cecco che solo ora comprendevo cosa volesse dire Omero quando parlava del mare “ colore di viola ”. Il mare, una volta, doveva essere così.

Si preparava un tramonto insolito. Anche a occidente si era aperto uno squarcio, ma più lungo e più vasto, come una ferita che il vento teneva aperta. O un proscenio, affinché il sole, tra poco, potesse passarvi in mezzo.

Cecco si alzò dal prato, andò alla spiaggia. Mi pare di vederlo ancora, piccolo e insignificante contro quel mare verde e viola. Entrò con i piedi nell’acqua e rimase fermo. Poi dopo un poco tornò sul prato, da dove io lo osservavo. “Com’è calda, l’acqua, ” disse. E andò alla barca, la spinse in mare, la tenne per la poppa e si volse, mi guardò. Mi levai, andai alla spiaggia, salii in barca, versai la benzina nel serbatoio del motore, sistemai i remi, mi sedetti al timone. Cecco imbarcò l’arpione a mano, fece un cenno a Tesfanchièl. “Vuoi venire? Oggi è calmo, non soffri.”  “Dove andare? ”

“Non lo so, intorno all’isola. Vuoi venire sì o no?” “Sì.” Tesfanchièl salì e si accoccolò in mezzo, sorrise leggermente. Con un balzo Cecco fu a prua: “Via,” mi disse, e io feci partire il  motore.  Puntai  al  largo,  a  tutto  regime.  “Dove  vai?”  mi disse Cecco. “Al largo.”  “Perché?”

“Quest’ acqua verde mi da fastidio.” “Oggi è acqua da pescecani.” Sorrisi. Poteva anche essere.

“Come fai, Cecco, a saperlo?’’ Cecco sorrise, alzò le spalle, continuò a guardare il mare viola.  Io guardavo le nuvole. Era incredibile quanti giochi sapessero fare in uno spazio tanto esiguo quant’era il ciclo.

Erano le cinque del pomeriggio, ed era un giorno, un tramonto di marzo. Il sole  cominciò  a  passare nella  ferita  lunga  d’azzurro, aperta a occidente. I bordi della ferita sanguinarono rosso e arancio, le nuvole presero fuoco. Poi il sole toccò il centro dello squarcio e inondò di rosso e turchino le nuvole di tutto il  resto  del  cielo  dal  basso,  come  a  farci  vedere  quant’eran gonfie o buche. Il mare trascolorò per il nuovo riflesso; il viola  s’incupì, il verde attorno all’isola e sulle sabbie divenne uno smeraldo fermo e pallidissimo.

Mentre tutto questo accadeva avevamo già visto cinque o sei mante schizzare piroettando fuori dal  mare. Avevamo doppiato il capo sud dell’isola, navigando al di là della barriera. Avevamo osservato altre volte e un po’  dovunque, in quegli ultimi giorni, piccole mante schizzare improvvisamente dal mare: facevano tre o quattro capriole verticali, fino anche a quattro metri d’altezza, e ripiombavan di piatto nell’acqua con uno schianto. La scena era fulminea, bisognava coglierla come  si sorprende una stella cadente, e poche volte riuscimmo a formulare un desiderio marino. Certamente dovevano correre nel mare a perdifiato per una cinquantina di metri prima di poter sprigionare una serie di salti  mortali tanto alti nell’aria; ma come facevano a  piroettare e ricadere proprio nel punto da cui erano uscite? Erano piccole mante, bambini di mante; giocavano, forse. Non c’era niente di più allegro e di più pazzo nel mare di quei salti mortali.

Il sole lambiva ora il labbro inferiore della ferita. Ma la ferita cominciava a putrefarsi, si disfaceva, poteva anche parere una bocca di clown che sguaiatamente ridesse fino a crepare. Ora non c’era quasi più né ferita né bocca, soltanto un disastro infuocato di vapori.

Toomai degli elefanti aveva assistito alla danza notturna dei mostri, “nel cuore delle Colline del Garo ”, perché era un ragazzo sveglio e innocente. Noi eravamo uomini non più innocenti e andavamo a un’altra danza, nel cuore degli abissi di Dur Ghella, senza saperlo e senza volerlo. Ma, pure, quella strana giornata ci aveva messo dentro qualcosa. Oh, non chiedete che io riesca ad esprimerla. La prima manta grande la incontrammo da sola. La vide Tesfanchièl alle mie spalle. Gridò e tese il dito. Ci volgemno appena in tempo per scorgerla venire a galla col ventre bianchissimo nel viola dell’acqua, e poco sotto la superficie incurvarsi all’indietro,  sparire nel buio con una capriola lenta solenne. Era la prima volta che vedevamo una manta fare così.

Cento metri dopo, un’altra manta, a prua. Anch’essa venne a galla dal fondo, in cabrata verticale, e quando fu sotto il  pelo  si  girò  all’indietro  tendendo  le  corna,  si  rovesciò  sulla schiena, disparve a capofitto senza rumore. Cecco mi guardò mormorò: “Che fanno, perdio?” Scossi la testa. “Andiamo avanti,” risposi. Forse succede qualcosa, pensavo, e intanto guardavo a occidente. Il sole, adesso, doveva essersi fermato. Le nubi si erano distese lunghe e sottili, come tanti orizzonti successivi sul mare, e su ciascun orizzonte divampavano fuochi giganteschi. Tutto il cielo, poco a poco, andava prendendo fuoco.

“È tabù, Tesfanchièl, un cielo così?”- dissi adagio. Tesfanchièl mi fissò, poi guardò il mare: una terza manta veniva a galla e girava col ventre bianco. Il cielo andava divampando come una pineta.

“Può essere,” disse sottovoce. “Io non so.”

Erano ora forse le sei. Camminavamo molto piano, col motore al minimo, la barca frusciava sull’olio. Ci avvicinavamo alla punta di settentrione, sempre al largo, sopra un fondale di una cinquantina di metri. Quand’ecco, prima a poppa poi a prua, due mante colossali apparvero nel solito giro.

Una ne apparve col muso nero e bianco e le corna, le corna uscirono come braccia fuori dall’acqua e la bestia si ripiegò indietro di schiena spalancando al ciclo le dieci branchie dilatate e poi il ventre, inabissandosi a picco. Ma altre, altre mante scorgemmo poco lungi ripetere il giro della morte, e andammo avanti, avanti ancora; mante di cinque metri di apertura alare, mante di sei, sette quintali erompevano dappertutto dal fondo del mare, protendevano le braccia in una incomprensibile invocazione e si capovolgevano lentamente intorno alla barca. Il mare si muoveva, molte braccia parallele sorgevano dalle acque e sparivano inghiottite. Ed ecco, là a occidente della punta, con un’esclamazione soffocata individuammo finalmente il centro motore della grande danza del mare. Il mare vi ribolliva, ma senza schiume, come rimescolato dal fondo da un vortice di duecento e più metri di diametro. “Avanti,” mormorò Cecco, ed io già andavo avanti tenendo il timone dritto a quel vortice, lo fissavo ipnotizzato; il  rito  ci  chiamava.  Cecco,  afferrato  a  prua,  mi  pareva  un  feticcio,  e così anche Tesfanchièl che si teneva  aggrappato con le unghie ai bordi, seduto in fondo al barchino, gli occhi dilatati sul gorgo dei mostri. Così ancor oggi li vedo, fotografati nella mia retina, come rivedo l’attimo contemporaneo in cui il sole esplose in mezzo alle nuvole e colorò il mare di una tinta arancione violenta. Così, nel mare divenuto arancione, arrivammo a motore spento nel centro del vortice. Nessun uomo vide mai quello che noi vedemmo in quell’ora di tramonto, o nessun  uomo che vide volle mai raccontarlo. Quaranta e forse più mante, in una giostra ininterrotta e quasi a catena, salivano dal baratro in volo verticale con le  ali e le corna tese,  aprivano il mare e a braccia spalancate si rovesciavano, calavano ancora a testa in giù e là nel profondo, a venti o a trenta metri, riprendevano quota come aeroplani per tornare in superficie. Quaranta o cinquanta mante turbinavano nei loro ininterrotti giri della morte, dal cielo all’abisso,  dall’abisso al cielo, e ovunque nel  mare in subbuglio tendevano le corna al sole ormai moribondo tra le  nubi,  mostravano le pance bianche sull’acqua arancione, nere e spettrali sprofondavano per ricomparire venti secondi più tardi. La barca rollava, Tesfanchièl era divenuto di pelle grigia, si volgeva a destra e a sinistra a guardare le mante che a pochi metri e lontane sgorgavano improvvise e immense dall’acqua sanguigna. Alcune ci passarono sotto, altre ci emersero a due metri minacciando involontariamente di  capovolgerci:  potemmo  così  misurarle  in proporzione  alla barca, che era lunga quattro metri: erano mante di cinque, di sei metri in larghezza e di quasi altrettanto in lunghezza, mante di oltre una tonnellata. E una, una cattedrale che eruppe dal mare grondando ondate a forse cinque metri da noi, non era meno di sette metri; l’ondata ci colse, gettò Cecco sui paglioli, affogò la barca, io mi trovai avvinghiato alla barra del timone completamente lavato.  Cecco si rialzò, si drizzò in piedi — mi par di rivederlo — allargò le braccia e urlò: “Gran Dio!”

II sole divampò un’ultima volta sul mare, poi si fece verde e sparì di colpo. Il mare, di colpo, tornò viola e trasparentissimo. Così, con la testa fuori dal bordo, potemmo scrutare nella voragine. E vedemmo le mante girare nel fondo. Si scorgevano lontane, quasi invisibili; più che vedere potevamo intuire la loro cabrata, poi in pochi secondi quelle cose infinitesime, sperdute in quella grande sala turchina e profondissima,  ingrandivano  smisuratamente  fino  a  essere  mostri lanciati a velocità possente. Arrivavano verso di noi col loro volo verticale e le corna proiettate in avanti, a invocare o a ghermire qualcosa, esplodevano fuori e giravano, giravano, giravano. La danza durava da mezz’ora. Ma perché? Perché quel convegno? A un tratto frullò in superficie qualcosa, una faccenda lunga, come la scia di un mitico serpente marino. Guardammo senza capire. Ma dopo dieci minuti che la scia si era eclissata al largo, un’altra eguale si disegnò a cinquanta metri e ci venne incontro diritta, senza piegare. Cecco cercò affannosamente l’arpione, ma quello strano serpente di una trentina di metri già ci era addosso, ci investiva, ci investì passandoci ai lati: erano piccolissime mante in schiera, in fila per due, affarini di neppure un metro. Sbattacchiavano freneticamente le alucce e si dirigevano anch’esse in alto mare. Dopo altri dieci minuti ci passò accanto una nuova schiera di mante bambine, e intanto le madri giravano, giravano, giravano…

“Le madri, Cecco!” gridai. “Questi sono i neonati! È il parto delle mante!” Cecco non mi rispose, guardava e gli tremavan le mani. Nessuno mai al mondo aveva visto partorire le mante, e ancor oggi non si conosce quanti figli esse mettano al mondo volta per volta. I testi dicono uno. Ma quando una manta di quelle enormi venne fuori intera col ventre a tré metri da me, io so di aver visto benissimo spuntare i codini dalla cloaca, e i codini erano due, non uno! E con due codini penzoloni dalla cloaca vidi altre mante ancora, e sempre due e non tré e non uno!

I plotoni delle mante bambine, sempre in fila per due, ci incrociarono cinque o sei volte; tutti viaggiavano decisi al largo, abbandonando le madri (o le madri che avevano partorito — se questo era vero — li seguivano dal basso?). Andavano tutti e senza fallo a occidente, verso gli ultimi bagliori di luce, si perdevano nelle ombre nere del mare. “Cecco,” gridai, e mi asciugavo la faccia dagli spruzzi e tenevo stretta la barra. “Cecco, è il parto delle mante! Si capovolgono così in tondo per aiutarsi! Guarda come fanno, si stirano sul ventre e spingono girando contro l’acqua, l’attrito dell’acqua le aiuta!” un’ondata mi strozzò la frase, mi asciugai ancora. “I piccoli si radunano e partono insieme! Vedi che le mante sono diventate la metà: le altre hanno già partorito, se ne sono andate! Guarda le altre come si sforzano,  giuro che soffrono, non vedi che accelerano i giri? Là, là guarda i piccoli! Ma dimmelo che sono le mante che partoriscono!”  Cecco guardava,  avvinghiato alla prua.  Il mare era diventato nero, le pance delle mante che ancora roteavano parevano spettri improvvisi nel buio.

Le acque, lentamente, si andavano quietando, la danza moriva. Il cielo ora era sgombro, terso; nell’azzurro tremavano le prime stelle.

Cecco si rilasciò, si sedette sul fondo della barca, cercò una sigaretta. Trovò il pacchetto ma era inzuppato. Io non avevo sigarette, ero in costume da bagno.

“Sigarette, Tesfanchièl?”

Tesfanchièl si riscosse, si palpò nelle tasche, fece di no col capo. “Kaiàs,” sussurrò, con una voce strana. Cecco si ravviò adagio i capelli; chiuse gli occhi, dopo un poco li riaprì, mi fissò, volse lo sguardo. “Non lo so,” mormorò.

“Ma se tu non fossi naturalista e ittiologo?…”  “Sì, allora sì: partorivano sicuro. Hai una sigaretta? Ah scusa, niente.”

Ci sedemmo tutti sul fondo della barca, vicini. Stemmo così un pezzo. Le ultime mante giostravano lontano nei flutti, ne udivamo lo sciacquio. Poi a poco a poco più nulla, un silenzio grande.

“Mi è venuto in mente…”  “Toomai degli elefanti,” dissi. Cecco sorrise e annuì. “Io e te ci capiamo,” disse. Ebbe una pausa. “Ci vogliamo bene.”

Annuii. “Peccato che non c’è Gigi,” dissi. “Lui almeno,” Cecco sorrise ancora, “Lui una sigaretta l’avrebbe.”  Udimmo ancora il tonfo di una manta, soffocato, lontanissimo, verso Dur Gaham.

“Bisogna che glielo raccontiamo.” “Sicuro, bisogna dirglielo bene.” Un volo di uccelli ci passò sulla barca; non li vedemmo, ma capimmo che erano appena partiti dall’isola. Andavano a occidente, pieni di forza. “È notte,” dissi, guardando le stelle, e misi in moto il motore.

Puntai a oriente, nella direzione opposta a quella delle mante bambine e degli uccelli. Il mare era una sconfinata tavola nera. Chissà dove vanno, adesso, in quel buio, le mante bambine, pensai mentre reggevo la barra. Ognuno, su questo strano pianeta pieno di cose, ha le sue strade e i suoi appuntamenti di primavera. Chissà se l’anno venturo le mante incinte sarebbero tornate alla sala parto di Dur Ghella. Pensavo tante domande vaghe, e forse mi sentivo felice, o istupidito, che magari è la stessa cosa. Ma mi sentivo grande, mi sentivo un pezzo di natura, un amico intimo delle mante che avevano sofferto; perché, in fin dei conti, anch’io abitavo sul loro stesso pianeta. Tra me e loro, a pensarci bene e guardando il mondo, per esempio, da quella stella lassù per aria, forse non v’era differenza alcuna.
Mi sentii molto contento di questa scoperta. Adesso sì, potevo partire anch’io dalle isole.

NOTE: Questo capitolo di “Dahlak” è stato pubblicato dalle riviste: “Mondo sommerso” (n.206, agosto-settembre 1977; pag. 28); “Sesto continente” (n. 25, luglio 1993; pag. 18) e “Barche” (n.3, 2007; pag. 262). In tutte e tre le ri-edizioni le illustrazioni sono di Anna Pighini ved. Roghi.

Un naufragio di 2000 anni fa

Da L’Europeo n° 26, 29 giugno 1958

Intervista di Gianni Roghi al Prof. Lamboglia

E’ STATA RITROVATA UNA NAVE ROMANA CON TUTTO IL CARICO

Il nostro redattore Gianni Roghi, campione subaqueo europeo, ha rintracciato coi suoi sommozzatori la nave romana di Spargi. È forse la scoperta archeologica più importante degli ultimi anni

L’importanza della scoperta

Per fare il punto sulla scoperta della nave romana di Spargi rintracciata a venti metri di profondità da un gruppo di sommozzatori italiani, ci siamo recati ad Albenga, al Museo navale romano, e abbiamo parlato con il professor Nino Lamboglia, direttore dell’Istituto internazionale Studi liguri. Egli condusse l’impresa della nave romana di Albenga e creò poi il museo, unico del suo genere, nella cittadina ligure. Il professor Lamboglia in sostanza, è lo studioso italiano più informato di archeologia sottomarina.
“Ha un valore scientifico particolare il ritrovamento di una nave romana nelle condizioni che gli scopritori hanno descritto?”
“Il fatto è di eccezionale importanza. Nessuno ha mai potuto portare in superficie un relitto anche lontanamente simile alle navi di Nemi. Anzi nessuno è mai riuscito a darci nemmeno un rilievo esatto di come giaccia conservato sul fondo, da duemila anni, uno scafo di nave romana. Finora, in Italia, l’esplorazione di una nave romana sui fondali marini si riduce al tentativo dell’Artiglio nel 1950 sulla nave dì Albenga. In Francia, nonostante i fortunati recuperi del comandante Cousteau, della Marina militare, del comandante Taillez proprio in questi giorni a Tolone, e di altri gruppi minori di sommozzatori, non si è potuto fare molto di più. Se dunque questo gruppo di sommozzatori milanesi ci desse per la prima volta il rilievo e lo “status” esatto di una nave romana sul fondo del mare, anche se poi non riuscisse a tirarla a galla, si tratterebbe di un opera preziosissima per la scienza”.
“Dai primi documenti recati, Lei crede possibile che sotto questo giacimento d’anfore esista ancora la nave?”.
“Se il fondale è, come i sommozzatori hanno constatato, esclusivamente sabbioso, e se il cumulo di anfore emerge di poco sul piano uniforme della sabbia, cosa anch’essa confermata, e se infine le anfore sono tutte accumulate e inclinate in una medesima direzione, come risulta del resto anche dalle fotografie, mi sembra di poter affermare che si tratta di un relitto in posto, assai profondamente insabbiato, e forse per questo ben conservato”.
“Come avviene l’insabbiamento di un relitto? E perché un relitto insabbiato si conserva meglio?”.
“Uno scafo su fondo roccioso, rimanendo per secoli esposto all’azione più o meno forte delle correnti, si scompone e il carico si disperde. Uno scafo invece su fondo sabbioso viene gradatamente ricolmato di terra o sabbia e viene quindi preservato dall’azione distruttiva del tempo e del mare. Mi sembra molto importante, ai fini dell’esplorabilità del giacimento, il fatto che le anfore del carico non siano insabbiate e neppure coperte di incrostazioni negli strati più profondi, così che sarà possibile estrarle metodicamente e rilevarne la posizione con relativa rapidità”.
“I campioni di anfore e di vasellame ricuperati dai sommozzatori possono consentire un primo orientamento sull’epoca cui appartenne. la nave?”
“Le anfore sono di due tipi. Quelle più numerose formano un insieme compatto e omogeneo, e direi, a lume di naso, anche per il confronto con la ceramica campana raccolta, che esse stiano, cronologicamente, a metà strada fra quelle delle due principali navi onerarie finora sufficientemente esplorate: quella di Marsiglia (scavi di Cousteau) del 180/160 avanti Cristo, e quella di Albenga dell’80/60 avanti Cristo. Direi che siamo fra il 120 e il 100 avanti Cristo, l’età di Mario e Silla. Ma naturalmente bisognerà vedere se tutti gli elementi confermeranno questo sincronismo”.
“Come si concluse l’impresa dell’Artiglio sulla nave romana di Albenga?”
“L’impresa dell’Artiglio si limitò al recupero di una quantità di anfore e di qualche oggetto di bordo: ma non risolse il problema fondamentale: quello dell’esplorazione vera e propria e, scientificamente intesa, di un relitto di duemila anni or sono. Si tratta, ricordiamo, di uno scafo sorpreso dal naufragio in piena navigazione, con tutta la sua attrezzatura. Pur essendo mancati il recupero della nave e il rilievo esatto del suo giacimento, si ebbe allora, tuttavia, il risultato di creare ad Albenga, in quindici giorni di lavoro, il primo e finora unico “museo navale romano” esistente”.
“Lei è del parere che su questo secondo relitto le possibilità di lavoro siano più favorevoli?”
“Mi sembra che questa volta le condizioni per tentare l’impresa siano ideali”
“Prevede che il tentativo di scavo subacqueo possa avere questa volta successo?”
“L’impresa sarà comunque complessa, ma noi ci gioviamo già di una certa serie di esperienze. È bene e necessario che anche in Italia si cominci a lavorare seriamente, anche per sottrarre il dominio delle conoscenze subacquee dall’osservazione incontrollata di dilettanti o, peggio. dalla speculazione clandestina.”
“Come vedrebbe lei organizzata una ulteriore campagna esplorativa sul relitto scoperto?”
“E’ il problema di tutta la futura organizzazione degli scavi sottomarini: palombari o sommozzatori? Io credo che l’ideale sarebbe associare i due, ma naturalmente le cifre diventano subito favolose se ci rivolgiamo ai professionisti. Di qui la necessità che le imprese del genere conservino un aspetto anche “sportivo”, e si basino molto, come del resto tutte le grandi imprese scientifiche, più sulla passione che sul lucro. Ciò nonostante, i mezzi tecnici costano e non si possono improvvisare, anche perché è in gioco la vita degli uomini, tanto più se disinteressati! Occorrerebbe quindi, a mio avviso, disporre, sia attraverso la Marina militare come avviene in Francia, sia attraverso generose prestazioni di enti o di privati, di un sicuro appoggio tecnico e finanziario. Senza di ciò, non andremmo oltre il ricupero di alcune anfore e la loro disposizione presso uffici o privati, o in museo come quello di Albenga, se tutto andasse bene. Arriveremmo poi alla dichiarata impotenza di proseguire quando fosse giunto il momento più interessante: quello della esplorazione e dell’eventuale ricupero dello scafo .”
“Lei ha già lavorato con sommozzatori?”
“Sì, e recentemente proprio con il medesimo gruppo di sommozzatori milanesi che ora sono andati a scoprire dell’altro in Sardegna. Questa loro esperienza, effettuata in Liguria con me nella scorsa primavera, ha dimostrato come sia perfettamente possibile associare, in un clima di comprensione scientifica, archeologhi e sommozzatori, e organizzare per loro tramite questo nuovo genere di ricerca subacquea. Fa veramente piacere, che finalmente anche in Italia un gruppo di sommozzatori, e per di più culturalmente preparati, si stia appassionando a simili imprese, con spirito e coscienza del loro valore scientifico; Ciò è importante anche in vista del secondo Congresso internazionale di archeologia sottomarina (il primo si è tenuto a Cannes nel 1955) che l’Istituto internazionale di Studi liguri, raggruppando nelle sue file gli italiani e i francesi più dediti a queste ricerche, si è impegnato a organizzare nella primavera del prossimo anno ad Alassio e Albenga”.

Ci tuffammo come paracadutisti

“Qui!”, gridava Rodolfo, e tra una cresta d’onda e l’altra, laggiù in mezzo al canale, lo si vedeva arrancare contro corrente per tenersi fermo su un punto. Dalla coperta della nostra motobarca eravamo in dodici a guardarlo, e c’era anche suo padre: alcuni di noi erano appena risaliti a bordo, infreddoliti e delusi. Rodolfo Riva era l’ultimo uomo in acqua, ed era il più giovane: sedici anni, il “bocia” del “gruppo”, l’allievo. “Qui!”, gridava. “Anfore!” Il vento di ponente tirava forte, rubava le voci. “Molte?”, gli urlai di rimando. Non sentiva, ma spingendosi contro il fiume della corrente continuava ad alzare il braccio per richiamo. ”Be’, andiamo a vedere”, dissi, poco convinto. Tornai in acqua e gli nuotai incontro. Guardavo il fondo della secca, una ventina di metri sotto, in una trasparenza rara: rocce di granito, poi prati d’alghe, chiazze di ghiaia. A poche bracciate da Rodolfo gettai un’occhiata in cerchio. A destra! Quella gran gobba bianca e lunga sul fondale! Rodolfo aveva avuto ragione. Sì, in un’ora e quindici minuti avevamo trovato ciò che palombari e pescatori avevano invano cercato per diciotto anni. Ma non era soltanto un “campo d’anfore”; era una nave romana sprofondata col suo carico. Lo scafo si era lentamente insabbiato, nel corso dei secoli, e aveva lasciato sporgere dalla sabbia la parte superiore del carico, quello che appariva ora come un giacimento di anfore. Lo avevo pensato quando avevo saputo della sua leggenda.
Tra la costa settentrionale della Sardegna e l’isolotto di Spargi, a poco meno di quattro miglia dalla Maddalena, sorge una delle numerose e pericolose secche dell’arcipelago: la Secca Corsara. E’ un acroro????? che s’innalza da un fondale di una quarantina di metri, forma un vasto altopiano sui quindici-venti infine si spinge con una vetta fino a tre metri dalla superficie. È probabile che duemila anni fa, questa affiorasse. Una secca brutta, dunque: si nasconde e si para innanzi a tradimento a ogni timoniere che, entrando o uscendo per il canale fra la Maddalena e le Bocche di Bonifacio, stringa su Spargi per abbreviare il cammino. Sopra la Secca Corsara, mezzo miglio fuori dall’isola, c’è una boa-fanale, ed è appunto questa che, in una tempesta del 1939, ruppe un ormeggio e minacciò di farsi spazzar via dal mare.
Il comando Marina della Maddalena, alla prima bonaccia, inviò sulla Secca Corsara il rimorchiatore Linosa con il pontone D’Agostino. Scese in mare il palombaro Lazzarino Mazza, un uomo in gamba, che alla Maddalena continua il suo mestiere ancor oggi. Andò a riparare l’ormeggio spezzato. D’un tratto quelli del D’Agostino udirono la sua voce gracchiare nel telefono: “Ci sono anfore, migliaia di anfore!”. “Imbragane qualcuna, che la regaliamo!”, gli risposero, e Lazzarino Mazza ne ricuperò una decina.
Da allora, alla Maddalena, cominciò la leggenda delle anfore romane. Ma il palombaro Lazzarino Mazza, per sfortuna o forse per qualche calcolo sbagliato, non riuscì più a trovare il punto. “Devono essere a quaranta metri”, diceva convinto; e a trenta, quaranta e più metri le cercavano pescatori, marinai, contrabbandieri, gente dell’arcipelago, forse anche altri palombari, tutti nella speranza segreta di vincere la partita. Le coste mediterranee sono, per cosi dire, pavimentate di anfore antiche, buttate o perdute dalle navi, ma sono poche quelle intatte, e queste si vendono a prezzi che variano dalle mille alle trentamila lire l’una. Non esiste subacqueo che non abbia “scoperto” almeno un’anfora, e ne esistono alcuni che hanno fotografato strani cocci gabbandoli ai giornali per «”anfore di galeoni”, e dichiarandoli scoperti, naturalmente, a sessanta metri.
Ma qui non si trattava delle solite anfore sparse. Nessuno aveva ancora capito che quella catasta compatta e allineata di vasi era la spia di una nave con tutto il suo carico. Nessuno mostrava poi di aver compreso l’importanza eccezionale della scoperta, anche perché solo gli studiosi sanno che non esiste al mondo un solo relitto di imbarcazione romana. Si potrebbe dire anzi che non esiste nemmeno una raffigurazione chiara dell’epoca. Si parla di navi a remi o a vela; se ne hanno tracce in bassorilievi e mosaici ma nessuno ha mai visto un disegno preciso che mostri una nave di duemila anni fa. Le ricostruzioni che si sono tentate si basano su vaghe informazioni letterarie e decorazioni d’arte.
Il mistero archeologico più fitto, dunque, è forse quello che circonda tutt’oggi la nave antica, romana, greca o punica che sia. Non solo non ne è mai stata recuperata o fotografata una, ma si ignora praticamente tutto sull’attrezzatura e l’instrumentazione di bordo, sugli equipaggi e il carico, sulle antiche rotte commerciali, i tonnellaggi di stazza, l’armamento. La civiltà mediterranea si fondò sulla navigazione, e noi nulla sappiamo di come gli antichi navigavano.
Le famose navi scoperte sul fondo del lago di Nemi non erano navi, ma grandi chiatte fatte costruire da Caligola probabilmente per riti religiosi, e sul ponte avevano costruzioni in muratura. Ma i romani, come del resto i fenici, i greci e i punici prima di loro, erano formidabili navigatori di mare. Nei pressi di Marsiglia è stato individuato nel 1952 un relitto, purtroppo distrutto per esser naufragato contro lo scoglio di un isolotto, che portava un carico di oltre cinquemila anfore; a Mahdia, in acque tunisine, si è scoperto un relitto sfasciato che portava addirittura, e chissà dove, le parti marmoree di un tempio greco prefabbricato; la nave romana segnalata ad Albenga e addentata dalla benna dell’Artiglio si è calcolato avesse una stazza di 150 tonnellate, per 135 di carico utile. Erano navi potenti, lunghe fino a trentacinque metri e forse più, e percorrevano il Mediterraneo in ogni senso portando vino, olio, grano, nocciole, opere artistiche, parti di edifici, vasellame, armi e chissà che altro. Di tutto ciò abbiamo notizie frammentarie e indirette. Ma se potessimo mettere le mani su uno scafo, il più possibile completo, vedremmo risolti problemi non solo di carpenteria e di marineria antica, ma soprattutto di rapporti commerciali fra capitali, capoluoghi e colonie, con una proiezione illuminante sulla pagina più segreta e affascinante della romanità: i latini sul mare.
L’archeologia moderna è alla ricerca di testimonianze vive sul mondo antico, e fra queste la più viva e importante è la nave. Sapevo queste cose e ripensavo alla catasta d’anfore in quelle acque della Maddalena: a Marsiglia, a Mahdia, a Tolone, ad Albenga, ogni tentativo di esplorazione completa era fallito per ragioni diverse. Bisognava tentare altrove.
La leggenda delle “migliaia di anfore” della Maddalena l’avevo sentita molti anni fa, facendo per l’arcipelago un giro da turista. Mi tornò in mente quest’inverno incontrando un vecchio amico maddalenino, Furio Bargone. “Ci sono ancora, sono ancora là”, mi disse. Allora decisi di provare con i miei amici. Sapevo dove rivolgermi, una volta giunto alle isole: a Salvatore Viggiani, il “re di Santa Maria”, la più bella delle isole maddalenine. Salvatore Viggiani era stato nostromo del Linosa: aveva partecipato pure lui all’operazione anfore del 1939.
Partimmo da Sestri Levante su una motobarca di undici metri con due motori da trenta cavalli l’uno. Eravamo in cinque sommozzatori, due donne e due marinai. Avevamo a bordo cinque autorespiratori a grande autonomia e altri cinque ad autonomia media, due compressori e sedici bomboloni d’aria compressa, più una montagna di altre attrezzature, viveri e acqua. Arrivammo a Santa Maria in due giorni. E quella sera stessa, in casa di Salvatore, al lume del carburo, cercavamo la nave sulla carta nautica.
La mattina dopo, 5 settembre, gettammo l’ancora sulla secca. Salvatore si palpava il mento. “Dopo diciotto anni”, mugugnava “come si fa a ricordare il punto?”, e faceva un gesto largo col braccio: “Hanno da essere lì, grosso modo”. L’informazione base erano i “quaranta metri” indicati dal palombaro. Per l’esplorazione profonda presi con me Renzo Ferrandi, l’uomo migliore e uno dei più forti sommozzatori in assoluto ch’io conosca. Compimmo sott’acqua un giro di più di un’ora, ma l’altopiano della secca appariva interminabile e non ci consentì di trovar fondo oltre i venti metri. Poi capitammo in un filone di corrente così impetuosa da mozzarci il fiato; decidemmo di tornare all’ancora della barca facendoci portare da quel fiume subacqueo; nella corsa incrociammo un branco di orate che risaliva, diviso in plotoni.
Intanto altri due sommozzatori, Nino Pontiroli e Rodolfo Riva, battevano una zona diversa. Avremmo potuto impiegare l’aliante subacqueo, ma con quella corrente e quel mare sarebbe stato poco redditizio e molto faticoso: avevamo preferito lasciarlo a bordo, almeno per la prima esplorazione orientativa. Fummo fortunati. Riva segnalò le anfore quando già dubitavamo di poter concludere la ricerca in breve tempo, e progettavamo l’impiego a forza dell’aliante su tutta la secca e per tutto il canale.
Ci riorganizzammo in fretta. Indossammo gli apparecchi di riserva, tornammo sulla verticale della gobba bianca e ci lasciammo sprofondare. Cinque sommozzatori calavano adagio, come strani angeli, sulla nave morta duemila anni fa. Eravamo carichi di zavorra alla cintura per poter lavorare sul fondo senza fatica. Così scendevamo senza nuotare, in piedi, fumando bolle come candele di un candelabro. Guardavo i miei compagni e guardavo le anfore, la montagna di anfore. La visione di quella cosa naufragata si faceva reale, concreta, a mano a mano che la distanza diminuiva. Era evidente al primo sguardo che, sotto quella catasta d’anfore così ancora serrate e allineate, doveva esserci il ventre di una nave da carico. Toccai fondo e mi avvicinai. Mi accorsi di trattenere il respiro. E’ difficile spiegare; guardando le fotografie vi sembrerà che lì intorno manchi luce, che la montagna di anfore si perda nel buio come in una .galleria da incubo. Ma è l’opposto di così. La fotografia subacquea, per quanto perfetta, è sempre priva di profondità di campo. Dovete dunque immaginare una diffusa luminosità di color celeste, e sotto, sulla terra, il cimitero di strane croci bianche, i colli e i manici diritti delle anfore, tutti in fila, fermi in una trasparenza liquida.
Cominciammo il lavoro di ricognizione. Io scattai le prime fotografie. Ferrandi si fermò qualche metro sopra il giacimento e ne tracciò la pianta sulla lavagna di plastica, Pontiroli e Rodolfo Riva iniziarono l’osservazione minuta di ogni metro quadrato; Attilio Riva, padre di Rodolfo, compì un’ampia evoluzione tutt’intorno per segnalare altre eventuali novità. Ogni tanto ci guardavamo l’un l’altro negli occhi, dietro il vetro delle maschere, e ce li vedevamo lucenti. Era o no, il primo relitto di nave romana scoperto da sommozzatori in mari italiani, e il secondo assoluto dopo quello famoso di Albenga?

II campo d’anfore giace su un fondo di diciotto metri, su un piano interamente sabbioso, circondato strettamente da una prateria di alghe posidonie, lunghe erbe nastriformi color verde-bottiglia. A levante, grossi massi formano scogliera e riparo alla corrente. Il luogo è quieto, non disturbato dal flusso marino, ma vi spira una leggera brezza d’acqua che porta via dolcemente la polvere sollevata dal lavoro dell’uomo. Centinaia di pesciolini di scogliera, pieni di colori, vanno e vengono fra le rocce e il relitto: dal collo di un’anfora faceva capolino, con aria bellicosa, una murena; Pontiroli le passava davanti di continuo, e se la vedeva ammiccare ora a un palmo da una gamba, ora a tiro d’un braccio, ora sotto la pancia; uno di noi si seccò, dette una pacca all’anfora e la murena schizzò fuori, fuggendo costernata nel prato d’alghe.
Il giacimento è lungo poco meno di venti metri, da levante a ponente, ma è largo oltre dieci. Verso ponente, nel senso della maggiore lunghezza, le anfore sprofondano sotto la gromma e le radici delle alghe, ed è proprio in direzione ovest che esse si trovano tutte inclinate. Verso ponente, dunque, dovrebbe trovarsi la prua, anche per altre considerazioni che dirò in seguito. Le anfore sono di due tipi: il più numeroso, formante la massa centrale, è del tipo italico, slanciato, dal collo lungo e diritto; il secondo è panciuto, con collo brevissimo e piccoli manichi curvi. Le anfore di quest’ultimo genere si trovano tutte a destra, cioè a nord del giacimento, e appaiono come facenti parte del medesimo carico; ma questo particolare ha fortemente stupito gli studiosi cui abbiamo mostrato i primi documenti descrittivi e fotografici, poiché le età dei due tipi d’anfora divergono per quattro o cinque secoli (più antica è l’italica). Si è persino avanzata l’ipotesi, per non accettare il fatto sorprendente e scientificamente “impossìbile”, che il giacimento cumuli due relitti di epoche diverse l’uno sull’altro. Questa ipotesi dei due relitti mi sembra però assurda: sarebbe come pensare che due aeroplani precipitassero esattamente l’un sopra l’altro dopo aver cozzato entrambi contro una montagna.
I rilevamenti prospettivi e le misurazioni metriche ci occuparono altro tempo. Per quella prima esplorazione non rimaneva che concludere l’opera di Attilio Riva: una buona ricognizione nei dintorni. Procedemmo così verso l’apice della secca, e trovammo cinque o sei anfore rotte, poco oltre altre tre, poi due, e infine cocci, il tutto lungo una direttrice che portava dalla base della secca al relitto: era la strada della sua morte. La nave oneraria romana aveva battuto sullo scoglio, si era prodotta uno squarcio, aveva sbandato sulla destra, aveva perso alcune anfore del carico, ed era infine repentinamente sprofondata intera, atterrando sul fondo di piatto, con la chiglia. In pochi minuti. Probabilmente aveva trascinato con sé l’equipaggio.
La nostra prima giornata di immersioni si concluse con una nuova sorpresa, questa meno gradita. Tornando alla motobarca scoprimmo che avevamo gettato l’ancora a una ventina di metri da una mina inesplosa, posata sul fondo come un enorme pallone da football. La fotografai e tagliai la corda. Era la terza mina dei miei incontri di sommozzatore, oltre a due siluri e qualche migliaio di proiettili, esplosi e no.
Sul relitto riuscimmo a tornare due sole altre volte. Desideravamo infatti dare un’occhiata ai fondali più interessanti dell’arcipelago. Potemmo scoprire così quattro nuovi giacimenti di anfore, due dei quali sicuramente indici di naufragio: uno alla profondità di quattordici metri, l’altro a trentadue, entrambi con anfore molto diverse da quelle del primo relitto. Nessuno di essi, tuttavia, mi è parso degno di scavo come quello di Secca Corsara. A Capo Testa, inoltre, potemmo fotografare le ciclopiche opere di un porto certo antichissimo, sprofondate nelle acque della rada e finora ignorate. Si tratta di colonne e massi di granito, ricavati da una cava sulla scogliera antistante, crollati lungo una specie di molo, ormai sommerso, che si spinge nel mare per una cinquantina di metri, fino a raggiunger un isolotto. Le colonne sono lunghe da quattro a sei metri, con diametri da uno a due. Il fondale della baia è cosparso di migliaia di cocci d’anfore e ceramica d’ogni età. Tra due scogli profondi abbiamo liberato ed estratto una grossa ancora medievale, forse pisana.
Terminate queste altre esplorazioni, fummo bloccati da burrasche fino al giorno della necessaria partenza, quando ci trovammo a dover forzare le Bocche con un mare pauroso. Tuttavia, come dicevo, riuscimmo a lavorare sulla nave romana altre due volte, buttandoci in acqua tra i cavalloni, con tuffi da paracadutisti. Indossammo i nostri apparecchi a grande autonomia, fatti appositamente costruire: due bombole per 28 litri d’aria a 200 atmosfere.
Dalle due nuove immersioni ricavammo la definitiva certezza dell’esistenza dello scafo. Scoprimmo infatti che sotto il primo strato d’anfore ne esiste un secondo e un terzo, come un carico ancora perfettamente assestato; né ci pare improbabile la presenza di un quarto e forse di un quinto strato. Le anfore vinarie superficiali sono prive di tappo e colme di terra: non vi abbiamo trovato tracce di grumi vinosi (rinvenuti invece in qualche anfora del relitto di Marsiglia) nè marchi di fabbrica, eccetto forse su due. Le incrostazioni sulle pareti esterne sono cospicue sulle anfore del primo strato ma inesistenti già al secondo. Le anfore di questo sono pulite e intatte come uscite di fabbica, e il loro ricupero è risultato agevole e veloce. Da una buca profonda un metro e mezzo che praticai io stesso nel mezzo del giacimento, spostando anfore dei primi due strati, imbragai e feci ricuperare dalla barca uno strano macigno lavorato a L, del peso di circa quaranta chili, con profondi segni di antica imbragatura. A che cosa potesse servire, è rimasto un mistero anche per gli archeologi.
In una zona circoscritta, all’estremità orientale del giacimento e probabilmente in corrispondenza della cambusa, rinvenimmo coppe, piatti e patere, frammenti di vasellame verniciati, con deboli fregi, roba insomma di poco valore e che doveva far parte dell’equipaggiamento di bordo. Da un altro foro, praticato con molta cautela e attrezzi speciali sul fianco sinistro della massa interrata, come ultimo atto della nostra esplorazione, riuscimmo a palpare, nel buio del sottoterra e sottoacqua, qualcosa che non era né metallo né pietra né terracotta. Legno? A questo scopo, per non apportare inutili danni, stimai opportuno sospendere lo scavo.La nostra esplorazione finì qui: ne sapevamo abbastanza.
Nulla potevamo sapere, invece, sulla storia di quella nostra nave. Il suo mistero potrà venire rivelato soltanto da una ulteriore e più organizzata esplorazione e dalla scoperta di altri dati che ci parlino della sua origine, del suo viaggio, dei suoi scopi, della sua meta, della sua gente. Con molta probabilità veniva da un porto della Campania o del Lazio. da Ostia. Antium o Puteoli, l’antica e floridissima Pozzuoli, e dopo aver attraversato il Tirreno era passata sotto Phintonis, la Caprera di oggi, poi sotto la nostra Maddalena, e aveva messo prua sulle Bocche. I.a sua meta poteva essere Turris Libisonis, la giovane colonia della Sardegna settentrionale (Porto Torres), oppure Massilia (Marsiglia), alleata di Roma, o forse ancora un porto della Hispania Citerior. Il suo carico di vino e chissà d’olio e di grano, era forse un rifornimento per una guarnigione lontana, forse una spedizione commerciale. Anche questo si potrà sapere solo attraverso una indagine più compiuta.
Prima di decollare dalla nave salutammo gli amici che ci avevano tenuto compagnia per molte ore: alcune centinaia di pesci. I nostri scavi avevano infatti attirato branchi di specie diverse, in cerca degli animaluzzi che venivano sollevati e rivoltati con le anfore. Quando Ferrandi e Pontiroli si disponevano a estrarre dal suo alveolo una “vinaria”, per esempio, subito accorrevano a dozzine le brune castagnole, le donzelle variopinte, e saraghetti, cantari e serranelli tutti in mucchio. Ormai avevano imparato. Rodolfo Riva, infilando la mano in un’anfora, si era sentito acchiappare da un polpo. Ma la peggior seccatura l’avevo avuta io: per un buon quarto d’ora non avevo potuto scattare una fotografia a causa di una donzella troppo curiosa dell’oblò della mia Rolleimarin; non appena avevo messo a posto il fuoco, vedevo comparire sul reflex il suo faccione ingrandito, e i suoi occhi rossi a guardarmi. La scacciavo con la mano, e lei faceva un giro e tornava. Ma il saluto più solenne, e davvero inaspettato, ci venne addirittura da un capodoglio di una ventina di metri, un gigante della specie. Eravamo appena riemersi, quando ci passò davanti spalancando il mare con la sua fronte a torre; soffiava e alzava la coda sulle onde, una spatola di qualche metro; superata la secca si precipitò in basso con un fragore di scogliera.
Appena a Milano, presentammo una relazione al professor Mario Mirabella, sovrintendente alle antichità, e al professor Nino Lamboglia, archeologi, per i quali il nostro gruppo, guidato in quell’occasione da Alessandro Pederzini, effettuò nella scorsa primavera una lunga e fortunata operazione nelle acque dell’isola Gallinara. I due studiosi hanno espresso il parere che le condizioni del relitto di Spargi siano ideali per tentarne il ricupero.

Una impresa del genere non è mai riuscita ad alcuno, nemmeno ai nostri valorosi colleghi francesi che hanno prodigato ingentissimi mezzi e sforzi su altri due relitti antichi scoperti sulle loro coste. Personalmente, sono certo che questa volta riuscirebbe a noi italiani, non per una maggiore abilità, ma per un’esperienza acquisita sugli errori altrui e soprattutto per le fortunatissime condizioni in cui si potrebbe lavorare: mediocre profondità, acque terse, leggera corrente, terreno sabbioso e non fangoso, base navale a quattro miglia, base di un’isola disabitata (con profonda e sicura baia in faccia alla secca) a poche centinaia di metri. Il nostro gruppo si è già offerto di lavorare gratis, salve le spese. Con sette-otto milioni, forse meno, e la collaborazione di un mezzo della Marina attrezzato (come il Proteo, per esempio), si potrebbero organizzare tre spedizioni di quindici giorni l’una, lasciando fra l’una e l’altra brevi pause di tempo per sistemare il materiale ricuperato e far riposare gli uomini. Dopo l’esperienza direttamente acquisita sul relitto di Albenga e, come osservatori, su quelli francesi, si è ormai in grado di lavorare con tecnica perfezionata. Con poco si potrebbe riportare alla luce, per la prima volta al mondo, una nave dei nostri antenati. Sarebbe una data per la storia dell’archeologia.