Il segreto delle tabelle, da Mondo Sommerso n° 1 1965

  

 

IL SEGRETO DELLE TABELLE

di Gianni Roghi

Dalle pericolose esperienze di due noti profondisti sembra affacciarsi qualche nuovo elemento nel calcolo dei tempi di decompressione. Non sarebbe in verità la prima volta che la pratica personale fa da battistrada alla scienza. Riferirò di una mia esperienza della scorsa stagione, nella speranza che la sua singolarità richiami l’attenzione dei fisiologi dell’immersione con autorespiratori ad aria. Aggiungerò alcune mie considerazioni, con particolare riguardo alla narcosi di profondità. Ritengo che sia un dovere di quei pochissimi che usano compiere immersioni molto profonde (oltre i 70 metri) tenere conto della loro esperienza pratica, e di riferirne ai teorici. Sono convinto infatti che soltanto questa collaborazione possa far conseguire all’uomo cognizioni sicure: quando si tratta di dare veste matematica, e cioè scientifica, a un genere di esperienze estremamente rare e condotte ai limiti della sperimentabilità fisiologica, non ho detto che il doppio di due continui a essere quattro. Sappiamo bene che soltanto certi risultati atletici hanno talora indotto i fisiologi a rivedere alcune convinzioni, già tenute per assolute. Da vari anni ho effettuato, con i miei compagni, decine di immersioni oltre i 70 e fin oltre i 90 metri, senza incidenti. Questa estate, per la prima volta, sia io che il mio compagno d’immersione Giorgio Barletta siamo stati colpiti da embolia (in forma non grave, senza cioè necessità di ricovero in camera di decompressione). Ciò non è stato dovuto a nostra imprudenza, né ad accidenti qualsiasi: abbiamo rispettato come sempre le vecchie regole. Lo strano é appunto questo, e il caso merita discussione. Nella nostra lunga esperienza, non avevamo mai effettuato due immersioni entro le sei ore alla medesima elevata profondità. Nostra abitudine era di compiere la prima alla profondità maggiore, e la seconda a quote inferiori di una ventina di metri. Per esempio: la prima immersione a 80 metri, la seconda sui 60, rispettando naturalmente la tabella per immersioni successive (quelle recenti del GERS). Questa estate abbiamo invece effettuato numerose immersioni entro tre ore e costantemente a quote tra i 70 e gli 85 metri, con punte più fonde, sia nella prima che nella seconda immersione. La differenza del nostro comportamento, in rapporto al passato, è soltanto qui. Inutile aggiungere che abbiamo sempre rispettato le tabelle per immersioni successive (ripeto: GERS), che sono ovviamente un nostro comune “strumento di lavoro”. Abbiamo inoltre rispettato le indicazioni dei nostri decompressimetri. Ciò nonostante, Giorgio Barletta ed io siamo stati colpiti da embolia insieme, alla risalita da una “seconda immersione”; io sono stato colpito una seconda volta, più seriamente, sempre dopo una “seconda immersione”, quando Barletta non si era immerso e mi trovavo invece con Fausto Zoboli, il quale ha effettuato una decompressione assai diversa dalla mia, ed è stato benissimo. Questo ricorrere dell’embolia dopo la seconda immersione, compiuta entro tre ore dalla precedente, mi ha ricordato che le embolie prese dai pescatori di corallo sono quasi di regola intervenute dopo la seconda immersione, sempre compiuta a due-tre ore dalla precedente, e alla medesima profondità media. Discesa a 80 metri in un minuto. Ma ecco il nostro caso nei particolari. Prima immersione (io e G. Barletta) su un banco di corallo con escursioni tra i 75 e gli 80 metri; durata della permanenza sul fondo: 12 minuti; lavoro medio; decompressione: 15 minuti a 6 metri, 40 minuti a 3 metri. Una decompressione, dunque, decisamente abbondante. Seconda immersione dopo tre ore e dieci minuti dalla risalita (in barca) della precedente. Quota di lavoro: 80-82 metri; permanenza: 13 minuti; decompressione: 25 minuti a 6 metri, 45 minuti a 3 metri. La lancetta del mio decompressimetro stava entrando in zona bianca, quella di G. Barletta (i decompressimetri non funzionano praticamente mai in modo identico, anche se portati allo stesso braccio di una medesima persona) era ancora nell’ultima zona rossa, quella cioè che riguarda le immersioni di durata fino a due ore. Ho tralasciato di indicare i tempi di discesa e di risalita, poiché la discesa a 80 metri di un corallaro dura circa un minuto (si scende senza cintura di piombi ma con un grande masso nel cesto in guisa di zavorra da mollare nell’atterraggio) e non ha quindi sensibili effetti sulla durata di permanenza totale, mentre la risalita è forzosamente lenta (e faticosa) per il peso del corallo nel cesto e per la pressione che ad alte quote riduce sensibilmente i volumi comprimibili del corpo e della muta. Dopo questa seconda immersione siamo stati colpiti entrambi da embolia. Il mio compagno con malessere generale, sensazione caratteristica di blocco al diaframma, dolenzia alla spalla destra, sordità, febbre a 38,7. Io con dolori molto violenti alla spalla sinistra, durati fino all’immersione del giorno successivo. Poiché risultava evidente che non eravamo colpiti in centri nervosi (midollo, eccetera), abbiamo deciso di non ricorrere alla camera di decompressione, situata a parecchie ore di distanza. Il mio compagno, ancora febbricitante il giorno appresso, ha atteso altre ventiquattr’ore per l’immersione. Da questa ha avuto benefìcio, ma gli è rimasta una certa sordità che va attenuandosi a tutt’oggi molto lentamente. Io mi sono invece immerso il giorno dopo: ho trovato sollievo alla quota di 30 metri: il dolore è scomparso del tutto ai 50 circa, e non si è più rinnovato. Per prudenza, in questa giornata mi sono limitato a una sola immersione, pur rimanendo per 15 minuti tra gli 80 e gli 85 metri nell’unica immersione effettuata, seguita da una lunghissima decompressione(un’ora e 15 minuti). Nel secondo caso, facevo coppia con Fausto Zoboli. Prima immersione tra i 76 e gli 82 metri. Permanenza sul fondo di 12 minuti scarsi. Per la decompressione, Zoboli si è fermato come suole ai 18 metri, risalendo successivamente ai 15, 12, 9, 6 e per pochissimi minuti ai 3. La durata complessiva della sua decompressione è stata di mezz’ora, con la sosta più lunga ai 9 metri (circa 16 minuti, se ben ricordo). Io mi sono attenuto alle regole “ufficiali”, andandomi a fermare molto più su, cioè ai 6 metri, con la sosta più lunga ai 3 (anche le tabelle di Albano seguono questo criterio dei 6 e dei 3 metri, con la sosta più lunga ai 3). La mia decompressione è durata complessivamente 45 minuti, un quarto d’ora più di quella di Zoboli. In barca ho discusso con Zoboli sulla questione, osservandogli che la sua solita decompressione di mezz’ora, per immersioni di una decina di minuti tra i 70 e gli 80 e più metri, era qualcosa di troppo empirico e pericoloso: avrebbe dovuto allungarla di almeno dieci minuti. Fausto Zoboli mi ha risposto che da quando effettuava questo tipo di decompressione, era sempre stato benissimo. Ha aggiunto che secondo lui, dopo immersioni così profonde e prolungate, immersioni di lavoro, la vera decompressione doveva  avvenire alla quota di 9 metri. “Se io facessi decompressioni come le fai tu”, ha detto, “cioè a partire dai 6 metri, sarei già morto da un pezzo”. Dopo tre ore siamo nuovamente scesi a 80-85 metri, con una puntata a 87-88. Abbiamo lavorato 10 minuti circa, io uno di più. Zoboli ha compiuto la sua solita decompressione di mezz’ora; io sono stato alle regole e al decompressimetro, con una decompressione di circa un’ora. Zoboli è stato benissimo, io sono stato colpito da una nuova embolia a una spalla (destra, questa volta), con dolori fortissimi, intervenuti a due ore di distanza dalla risalita in barca con intensità progressiva. Fausto Zoboli mi ha ripetuto che io ero assolutamente matto a fare decompressioni del genere, e io invano protestavo che nel giusto avrei dovuto essere io e non lui, col suo sistema empirico. Ma il fatto era che lui stava bene e io ero conciato per le feste. Tornato in porto (Santa Teresa di Gallura), sono sceso ai 15 metri per una decompressione terapeutica di un’ora, con tappe ai 9, 6 e 3 metri. Risalito, mi sono sentito molto meglio, ma non ancora perfetto: la spalla doleva ed era “pesante”, soltanto le fitte acute erano sparite. Al momento di attraccare alla banchina con la barca, un pescatore mi ha chiesto la cortesia di andargli a cercare una nassa d’aragoste, perduta nel torbido lì davanti. Ho rimesso l’apparecchio e ho esplorato il fondo, a una decina di metri di quota, per un quarto d’ora. Sono quindi risalito adagio ma direttamente, senza soste. Non sarei dovuto incorrere in inconvenienti di sorta, e invece, appena emerso, il dolore acuto alla spalla è tornato di colpo. E’ durato, in crescendo, per tutta la sera, la notte e la mattina successiva, fino a quando cioè, non mi sono nuovamente immerso per trovare guarigione. La quota di sollievo, questa volta, l’ho avuta a 70 metri! Ho poi compiuto una decompressione di due ore e dieci minuti, secondo i consigli di Zoboli, a partire dai 20 metri, con lentissima progressione fino a 9 metri, quota alla quale ho effettuato la sosta più lunga (circa un’ora). Sono risalito in barca nettamente migliorato, ma non ancora perfettamente guarito. Per riavere la spalla perfetta ho dovuto attendere altri tre o quattro giorni, con nuove immersioni molto profonde seguite da decompressioni molto lunghe e sempre a partire da quote basse, dai 15 ai 9 metri. Oggi non ho il minimo risentimento, e le spalle reggono egregiamente anche se sottoposte a fatica grave (ho provato, per esempio, nel sollevamento pesi).L’embolia alle spalle, dirò tra parentesi, è abbastanza frequente nei sommozzatori che usano compiere lavori, e ciò è probabilmente dovuto alla posizione verticale che essi generalmente assumono in acqua (mentre lo sportivo, il pescatore, sta in posizione prevalentemente orizzontale od obliqua) Nella posizione verticale, il peso dell’autorespiratore è sostenuto dagli spallacci, i quali premono sulle spalle e rendono difficoltosa la circolazione. Il peso effettivo dell’apparecchio in acqua, com’è noto, è di pochi chili anche se esso sia molto carico oppure decisamente “negativo”; ma occorre ricordare che la circolazione sanguigna periferica è anche alquanto ostacolata, a grandi profondità, dalla pressione esercitata sulla pelle dalla muta di neoprene espanso; chi lavora, infine, muove le braccia tenendo le mani all’altezza del viso, per ragioni di visibilità: tutte circostanze che pongono la spalla in condizioni di fatica circolatoria, se così posso esprimermi. Questo fatto noi lo avvertiamo in modo diretto, con un senso di affaticamento e pesantezza, che si fa particolarmente intenso durante certe lunghe decompressioni, quando c’è mare mosso e non si riesce a stare attaccati alla cima della barca in un modo quieto e regolare: la spalla subisce continuamente strappi, colpi e contraccolpi, molto spesso il sommozzatore deve mettersi in posizione orizzontale, con il braccio teso per tenersi alla corda, e così è sempre la spalla a fare le spese di un notevole sforzo. Per concludere sulla questione della decompressione, noterò ancora che se è risaputo che vi sono individui predisposti a subire eventi embolici, né io né Giorgio Barletta lo siamo, per un’obbiettiva e vecchia esperienza di centinaia di immersioni. Rimane dunque da ammettere che, sul piano pratico, dopo una seconda immersione ad alta profondità entro poche ore dalla precedente anch’essa molto profonda, è più sicura una decompressione empirica del tipo messo in atto da Fausto Zoboli, che non una decompressione del tipo indicato dalle moderne tabelle. Evidentemente questo caso-limite va ristudiato. Personalmente, ho adottato il sistema di Zoboli (lunga sosta ai 9 metri e brevissima ai 3) e mi sono trovato benissimo. Ma tutto questo è maledettamente empirico, e mi piacerebbe tanto che uno dei nostri amici medici me lo spiegasse per bene. Sarebbe anche estremamente interessante sapere con precisione il tipo di decompressione usato da altri profondisti di mestiere: sono così pochi che due mani sono fin troppe per contarli sulle dita; ma appunto per questo ogni loro personale esperienza è doppiamente preziosa, io ho raccontato umilmente la mia; vorranno fare altrettanto i miei gentili colleghi? Coraggio, non si tratta di segreti atomici.