La febbre rossa

              

da “Mondo sommerso”  n° 6 , anno VIII°, giugno 1966

La strada del corallo: una storia italiana

di Gianni Roghi

Rivelati, per la prima volta, il mondo, i drammi, le tecniche, la vita della più straordinaria figura di sommozzatore del nostro tempo: il corallaro. Circa due settimane di decompressione in una sola stagione. Immersione lavorativa record a 115 metri. La cruda verità sui favoleggiati guadagni dei cacciatori di oro rosso. Una pietra sul fondo e un galleggiante in superficie indicano un diritto di sfruttamento che nessuna legge scritta sancisce ma che tutti rispettano

Alle otto del mattino il corallaro attacca il cesto al mo­schettone, si rovescia fuori bordo, precipita verticale per ottanta metri, raggiunge il suo posto in miniera, comincia la giornata. Alla stessa ora il resto dell’umanità civile attacca il cappello in ufficio, siede alla scrivania, si dispone dietro il banco, abbassa la leva di una macchina. È sempre lavoro. Una sola differenza: il corallaro, tutte le mattine alle otto, comincia a rischiare la pelle. Quando la sua giornata è ter­minata, il suo pensiero riproduce d’istinto quello dell’uomo primitivo che tornava dal lavoro della caccia al mammut: considerazione del risultato conseguito, soddisfazione sub­conscia del ritrovarsi vivo. È una scelta di vita umana che esula da schemi consueti e riecheggia modi primordiali, ac­centuati da un reinserimento profondo nella natura, potrem­mo dire in senso letterale. Per nessun lavoro umano le con­dizioni naturali sono altrettanto determinanti: lo stesso pe­scatore – come l’agricoltore – ha più ampie possibilità di ripiegamento su attività corollarie, in attesa che le condizioni naturali gli consentano di riprendere la sua principale. Il corallaro non conosce attività interlocutorie: il suo unico prodotto è là, molte miglia al largo, molte decine di metri sotto la superficie, occorre andarlo a prendere con le due mani che possiede. Per gli altri uomini, sia pure in diversa misura, un giorno è uguale all’altro: per il corallaro ogni giorno è diverso, ogni giorno comincia davvero all’alba, quando i suoi occhi spiano e giudicano la forza dell’onda, leggono lo spostamento della lancetta sul barometro, inter­rogano il vento sulle nubi. Il suo capufficio è la natura.

Queste singolari condizioni di vita fanno del corallaro un uomo particolare, sia che si tratti del medico che ha abban­donato sala chirurgica e condizione sociale, sia del pescatore di vongole attratto dalla lusinga di maggiori guadagni. Come figura tipica il corallaro non esiste: ma poiché comune è il tipo di esistenza prescelta, le implicazioni psicologiche che ne derivano concorrono a formare in lui un atteggiamento, nei confronti del prossimo, della vita, del mondo, sostanzial­mente uniforme e caratteristico.

Tutto ciò per avvertire come non sia agevole parlare di questi uomini e del loro mestiere, specialmente se il rac­conto muove dal di dentro. Io non sono vero corallaro poi­ché il mio pane non è fatto di corallo; ma per quaranta o cinquanta giorni all’anno vivo anch’io di questa vita, ed è come cambiar registro, uscire d’alveo. Sono e non sono della famiglia, dentro o fuori secondo la stagione. In una condi­zione, dunque, fortunata per esperienza diretta, privilegiata per osservare con distacco, ma nello stesso tempo compro­messa per rapporti umani, compartecipazione di sentimenti e spirito di clan.

Sono anni che il giornale mi chiede questa storia, anni che dilazionano con pretesti. Perché è difficile, appunto, scri­vere dal di dentro. Mi hanno deciso ora tre ragioni: prima, sui corallari si continuano a dire troppe assurdità, anche malevole, dalle quali essi non sanno o non intendono difen­dersi; seconda, le loro esperienze tecniche e fisiologiche sono sconvolgenti, assai più avanzate e problematiche di quanto la scienza ufficiale voglia ammettere; terza, la loro vicenda rappresenta un capitolo notevole nella storia subacquea di questo secolo pionieristico, e allora è giusto, è necessario che un cronista la fissi con scrupolo di verità, affinché sia ricor­data. Oltre tutto, è una storia così italiana.

Sono pochi. Dalle prime esperienze di una dozzina d’anni fa, compiute da Alberto Novelli ed Ennio Falco nelle acque campane, e da Guido Garibaldi e Fausto Zoboli in quelle

toscane, il numero di corallari non è cresciuto in propor­zione a quello dei sommozzatori. Oggi i corallari italiani sono una ventina. Forse altrettanti gli spagnoli (i quali però lavorano sottocosta e a profondità non superiori al 40-50 me­tri, pescando corallo in grande quantità ma di qualità me­diocre) ; una mezza dozzina i francesi in Corsica; qualche isolato in Algeria, Tunisia e Marocco. In questi due lustri di attività, nel Mediterraneo sono deceduti tredici o quattordici corallari:  circa un quarto del totale. Molti altri si sono sal­vati per miracolo, alcuni a prezzo di gravi lesioni. Almeno una ventina di sommozzatori, in Italia, hanno tentato la corsa al corallo, ma hanno finito presto o tardi col rinun­ciare, sia per obbiettiva considerazione della propria insuffi­cienza, sia perché incappati in paurosi incidenti, sia infine per essersi trovati pieni di debiti anziché dei favoleggiati milioni.

La maggioranza dei corallari italiani si concentra oggi, per la stagione di pesca che si apre in aprile e conclude in novembre, a Santa Teresa di Gallura. Nelle Bocche di Boni­facio si trova infatti un corallo che a Torre del Greco, capi­tale mondiale del mercato corallino, viene pagato al prezzo di gran lunga più alto per il tipo mediterraneo. È un corallo rosso scuro (con qualche eccezione rosa), massiccio, sano, raramente « camolato », di elevato peso specifico, a lungo fusto (non a cespuglio come quello spagnolo), eccellente per la lavorazione. Rami medi pesano uno-due etti, rami grossi mezzo chilo; rami eccezionali toccano e superano il chilo. Il cormo più grande che Franco Ciaccia, mio compagno d’im­mersione, ed io abbiamo trovato, a circa 85 metri, pesava 1150 grammi. Il  prezzo di questo corallo varia secondo le gradazioni di qualità e secondo i flussi di mercato, oscillando tra le 24 e le 32 mila lire al chilo per i rami interi, ovvia­mente ben ripuliti – «tenagliati » – da concrezioni e baca­ture alla base, ma può salire a 60, 80, persino a 100 mila lire al chilo per tronchi di rami – « paccottiglia » — a grande sezione, lunghi e perfetti. A prezzi sensibilmente inferiori sono valutati i coralli di altre acque mediterranee: dalle mille lire alle 4 mila lire al chilo, in generale e dalle 8 alle 14 mila circa per certe zone del bacino tirrenico o del basso Mediterraneo. Corallo come quello ligure di Portofino non ha valore commerciale.

Se pochi sono i corallari, pochissimi sono i loro equipaggi fissi, composti da, due o tre sommozzatori. Una stagione sfortunata o eccezionalmente fortunata finisce col dividere quasi sempre la coppia o il trio dei soci, che si muovono reciproci biasimi o si ripromettono maggiori profitti in pro­prio per la stagione futura. La barca appartiene spesso a uno solo dei sommozzatori; in questo caso, gli altri o il. singolo compagno sono alla parte; di qui una frequente ten­sione, inasprita dalla durezza del mestiere, dall’aleatorietà del guadagno, dagli improvvisi colpi di fortuna, dai debiti, dai contrasti sui metodi di lavoro, e così via. Soltanto il trio Novelli-Falco-Olgiai mantiene da sempre una sua unità. Vorrei che il lettore comprendesse come queste annotazioni apparentemente marginali non mi escano di penna per il gusto dell’aneddoto spicciolo, bensì per lo sforzo di avvici­narlo alla realtà umana di questa gente.

Alcuni corallari preferiscono lavorare da soli: così è sal­tuariamente per un Zoboli, così invece d’abitudine per Rai­mondo Bucher o per il giovane Pietrangeli fratello minore

del campione di tennis. Io stesso, assenti i miei due compa­gni Ciaccia e Barletta per ragioni di lavoro e di patria naja, ho lavorato un mese dello scorso anno da solo. Del resto, è quasi una regola per corallari anche in équipe di immergersi soli, a turno: gli stessi tre napoletani che ho ricordato non scendono praticamente mai insieme, bensì a turni in questo ordine: Novelli, Falco, Olgiai, e così nuovamente per la se­conda immersione quotidiana. Il perché di questo sistema verrà compreso più avanti, quando vedremo la tecnica di lavoro.

La barca del corallaro ha caratteristiche definite. Come infatti un pescatore di grande traina deve poter disporre di un mezzo specifico, anche il corallaro ha elaborato attra­

verso la sua esperienza un tipo d’imbarcazione particolare. Lo scafo in legno, prodotto in genere da cantieri navali pe­scherecci campani, misura dai nove ai tredici metri circa, ed è estremamente maneggevole, veloce, marino, robusto: nes­suna barca tiene il mare come una barca di corallari. Alcune sono adibite ad abitazione, con cucina e cuccette. L’attrezzatura comprende l’ecosonda scrivente, il barometro, la bus­sola, il grosso compressore per gli autorespiratori, eccetera. Leonardo Fusco possiede anche una monocamera per decompressione, sistemata a poppa, all’aperto.

La caratteristica peculiare di queste barche è l’eccezionale. disponibilità: veloci per arrivare svelti sui luoghi di pesca o per fuggire sotto l’improvvisa ventolata; agili per consentire le complicate manovre per lo scandagliamento elettro­acustico del fondo; docili e sicure con motore al minimo per seguire le bolle dell’uomo in immersione ; resistenti e morbidi ai colpi di mare quando è necessario accettarlo di traverso mentre il sommozzatore è attaccato in decompressione ; sufficientemente confortevoli per chi ci deve trascorrere sopra metà della vita, sufficientemente rozze per sopportare i maneggi di bombole, il vai e vieni dai bordi, l’a­pplicazione di scalette di ferro, e così via. Barche speciali,  riconoscibili da lontano: San Clemente quella di Novelli soci, Cormorano quella di Zoboli, Sant’Antonio di Luciano Vinti, Tre Moschettieri, Corallina... fino a quando non sono vendute e sostituite da altre più ricche o potenti, fabbricate con centinaia, migliaia di rami rossi strappati a uno a uno dal fondo, con paziente fatica di mani.

Ore cinque e trenta, mare forza tre, vento debole maestro, cielo sereno, pressione 763, temperatura 19 centigradi: cioè una buona giornata. I corallari si muovono, silenziosi. Con il panettiere di Santa Teresa sono i primi del paese. Qualcuno abita in casa, raggiunge il porticciolo in automobile; altri sbucano dalle barche, la prima occhiata è per quello scoglietto là fuori a destra, dove se batte l’onda significa mare forza quattro o forza cinque, niente da fare, torna a letto e riguarda fra un’ora. Alle cinque e tre quarti esce il San Clemente, che ha la giornata più lunga perché suoi uomini, .come sappiamo, scendono in sei turni successivi Un quarto d’ora dopo comincia la fila. Se le guardate sopra il monte della gola di mare di Santa Teresa, se guardate le barche dei corallari filare fuori dalle acque calme impennarsi al primo sbaffo delle Bocche, e spingere con più forza, aggressive, nervose, la bellezza dello spettacolo vi sorprende, e potrebbe anche cogliervi un’emozione inattesa torneranno tutti sani, tra otto-dieci ore, gli uomini di questo navicelle tanto baldanzose? Le mogli dei corallari stanno terra, aspettano. Vanno e vengono sulle utilitarie, alcuni hanno il bimbo in carrozzino, scendono al molo nel pomeriggio, passeggiano su e giù ignorandosi, parlano poco, a bordo nessuno le vuole. L’unica moglie a bordo di una barc -corallina è la mia:

Cinque, sei, sette barche sfibrano veloci le due secche all’imbocco della rada, si affacciano alle Bocche, si sparpa­gliano in un mare immenso, verso ovest, nord-ovest, di là

di Capo Testa. Dopo mezz’ora ognuna è sola, e sarà sola tutto il giorno, a dieci quindici, venti, venticinque miglia da casa. Se c’è foschia non vedrà nemmeno terra, oppure soltanto la cresta velata degli alti monti in Corsica o Gallura. Passano talvolta grandi piroscafi, petroliere, incrociatori, il marinaio del corallaro si precipita alla campana per strimpellare, chi s’immagina che una tal pulce stia lì ferma, a far che? proprio in. mezzo alle grandi rotte. La petroliera da trentamila di stazza transita sovrana, nemmeno s’accorge dell’omino la­sciato a ballare dietro, che mostra il pugno e strepita perché il mostro gli ha strappato tutti i pedagni, lavoro di tre giorni. –

La prua del corallaro punta al pedagno: La terminologia tecnica, dicono i glottologi, arricchisce la lingua. I corallari dànno il loro contributo con un linguaggio gergale rubato un

po’ ai vecchi corallini torresi all’ingegno, un po’ a quello subacqueo. Pettata, spicariello, scalomata, macchia, ripassa­ta. ripulita, pedagno, pedagnino, palla, rocchetto; picchetta:

vocaboli che pesco a caso nel loro idioma .corrente. Pedagno è una pietra collegata da una lunga sagola a un galleggiante: viene gettato sul punto prescelto per l’immersione, dopo tutto il lavoro di .scandaglio, e lasciato sul posto per indicare la proprietà,. o meglio il diritto: di sfruttamento di ciò che sta sotto.        .

Puntare al pedagno è un’arte. Il galleggiante è un punto­lino che balla tra le onde in  aperto mare. Può essere un palloncino, -un salame di plastica- gonfiabile, un sughero con

la bandierina, una boccia di vetro, ognuno ha il suo tipo, che gli altri conoscono. Una mattina, avendo la mia Corallina in avaria, sono ospite del Cormorano. Zoboli ha il più straordi­nario marinaio che io conosca, Mario Nicolai. È di Santa Teresa, certo conosce i posti, ma l’alto mare è uguale dap­pertutto. Nebbione fitto, visibilità duecento metri, nessuna possibilità di orientarsi sui traguardi a terra. Il Mario punta deciso la prua al largo, navighiamo nella bambagîa un’ora e tre quarti a dieci nodi. D’un tratto il Mario dice: tra cinque minuti siamo sul pedagno, signor Zoboli si prepari. Zoboli ubbidisce. Io guardo, sembra di essere nel Mar del Nord, acqua plumbea, aria fosca, silenzio di tomba. Il Mario dice fra un minuto. Il pedagno, palla ocra non più grande d’un cocomero, sbuca dal grigio, improvvisa apparizione, dondola sotto bordo Il Mario sorride.

C’è il pedagno e c’è la palla: sottile differenza. Il pedagno indica il luogo di lavoro del giorno, la palla stabilisce il diritto su una certa gettata: un data scoglio una determinata area, per un periodo più lungo. II pedagno viene tolto o spostato dopo ogni « lavorata », la palla può rimanere per settimane. In principio di stagione i corallari si preoccupano .di scegliersi certe zone, anche distanti tra loro molte miglia, e di  bloccarle con una serie di palle. Come la picchettatura dei cercatori di diamanti in Vene­zuela. Per chi arriva tardi, come me, è un guaio: prendere quel che rimane, o inventare posti nuovi. Non è una legge scritta, non si riferisce ad alcun codice, ma è rispettata. Viene fatta rispettare, nel caso, alla maniera dura. Più avan­ti torneremo su questa forma di diritto naturale anche per dire quanto sia stupida la legge recentemente promulgata dal solito ministro incompetente.

Il pedagno galleggia sballottato dalle onde. Meraviglioso vederlo immobile sul mare a specchio: di bonacce, nelle Boc­che — in realtà la pesca del corallo avviene. parecchie miglia a ovest dello stretto – se ne vedono assai meno che in qualsiasi altro angolo del Mediterraneo: basta una bava nel Golfo del Leone perché imbucandosi tra Corsica e Asinara si con­centri acquistando velocità e forza, ritorcendo il mare sulle correnti contrarie. Brutta vita. Certi corollari, prima e dopo le immersioni, rimettono l’anima un giorno su tre; e c’è chi ha vomitato in decompressione.

II corallaro si prepara rapido. Attrezzatura essenziale. Mu­ta completa foderata (a 70 metri. nelle Bocche, si hanno circa 15 centigradi, ma il freddo è più sofferto durante le lunghissime decompressioni nei mesi primaverili quando l’acqua di superficie non è ancora salita oltre i 16°). Pinne pesanti; maschere di vario tipo, a naso o a lunotto, sempre piccole. Nessuna zavorra (i piombi, con cesto e corallo, ren­derebbero troppo onerosa la risalita). Autorespiratore bibom­bola caricato a 180, 200 atmosfere (io uso il tribombola (1) con il bombolino da 5 o 6 litri: l’esempio comincia a essere se­guito anche a Santa Teresa). L’erogatore più usato è il Royal Mistral; Novelli e compagni usano il loro celebre Explorer, ma fatto in casa; io e i miei :due amici abbiamo adottato lo Scuba 300. Si va diffondendo anche l’impiego dell’erogatore di riserva, a erogazione manuale, applicato al medesimo grup­po bombole: è un elemento di sicurezza pratica e psicologica. Imprescindibile l’orologio. Non tutti i corallari portano invece il profondimetro : le quote del luogo di lavoro sono già indi­cate con esattezza dall’ecosonda ; per la decompressione, molti hanno segnato sulla cima zavorrata che viene calata dalla barca i diversi livelli di sosta. Pochi impiegano il de­compressimetro: profondità, permanenza e decompressione invece l’uno e l’altro: è un controllo di riserva. Il coltello viene generalmente lasciato in barca. È un’imprudenza, poi­ché sulle pettate si trovano talora larghe ragnatele di reti d’ingegno: a quella profondità la visibilità è scarsa, ci si può legare con l’erogatore, con l’apparecchio, e laggiù i minuti contano per dieci.

Il corallaro è pronto, si siede sul bordo, aggancia il largo cesto di vimini, alto sul petto. a un moschettone fissato a un collarino di sagola grossa. Il marinaio vi pone due o tre

pietre, una dozzina di chili. Infine la picchetta, arnese di lavoro. È un piccozzino – «martello da muratore » – a scu­re da una parte, a spatola tagliente dall’altra. Deve essere pesante, negativa: la si zavorra in testa.

Alcuni corallari usano recipienti diversi. Per esempio un sacco di rete dall’apertura irrigidita da una ghiera metallica: picchettano i rami tenendo l’imbuto di sotto, i rami piovono dentro. Non si usa più, comunque, il vecchio sistema del raschiamento della parete con un attrezzo simile a questo sacco: tale metodo era produttivo a basse profondità (30-40 metri), dove il corallo cresce piccolo e fitto come una barba, specialmente sotto le gronde e gli aggetti rocciosi. Era, oltre tutto, un sistema gravemente distruttivo, ed io rammento che non gli risparmiai una dura critica, che venne invece presa per una indiscriminata opposizione alla pesca del co­rallo in genere.

Il corallaro attende che il marinaio lo porti sul galleg­giante dei pedagno. Appesantito infatti dal cesto pieno di pietre, senza contare la corrente spesso gagliarda,. non potrebbe nuotare e spostarsi in superficie nemmeno per pochi metri. Tutto in silenzio. Concentrazione. Il corallaro non ama parlare prima dell’immersione, anche se è routine: Dicevo che ogni giorno è nuovo, ogni giorno conta per sé. Come un count down per il lancio in un nuovo spazio il marinaio avverte col braccio dell’accosto al pedagno, motore al minimo. Mano aperta: dieci metri. Il corallaro abbassa la maschera, afferra la picchetta, polso sul cristallo, mano sulle pietre. Partito. Prima di calarsi la maschera sul volto, come una celata, c’è un vecchio orso che si fa rapido un segno di croce, prega qualche secondo senza muovere le labbra. Il marinaio volge lo sguardo, per discrezione.

 

Sotto occhi del corallaro si spalanca di colpo un cupo universo blu. Alto mare. Il fondo può essere anche a cento, centoventi metri. Improvviso silenzio  totale, solo l’erogatore. Il filo bianco del pedagno: unico appoggio, unico rapporto di dimensione. Scompare nel buio, là in basso. La corrente può gonfiarlo in una larga curva per i primi venti-trenta metri, oppure in due curve opposte quando le correnti si sovrappongono nei due sensi; dopo i cinquanta scenderà a piombo. Da questo istante il corallaio ha i minuti contati. Regola la corona dell’orologio, espira, si lascia andare, abbandona ­la superficie, il sole, tre metri, si capovolge, le pietre lo trascinato, lentamente, poi più torte, presto è una caduta, un precipitare a corpo morto. Ottanta metri in un minuto.

Il corallaro segue il suo filo d’Arianna senza toccarlo, testa giù, il cesto che lo  tira per il collo. Che pensa, in questo sprofondare? Ognuno ha forse una sua risposta; c’è anche

chi si concentra nel sospetto di sentirsi ghermire dall’orga­smo, come gli succedeva nel passato e come gli ricapita talvolt   a ancora. Ma una sequenza di sensazioni-pensieri potrebbe essere questa:

«ci siamo dài – compensa bene – occhio alla sagola – adesso a quanto? venticinque uffa – buona si comincia a filare devono trentacinque – infatti sentilo lo strato gelido – più freddo di ieri merda – compensa bene respira – sl a posto – ecco li. buio quant’è brutto – e se uno squalo m i stesse seguendo e i miei piedi… adesso mi giro e guardo non far lo stupido cammina – accidenti come filo compensa bene – che quanto saranno? cinquanta uffa – il fondo dovrei cominciare a vederlo si figùrati sentilo lui che vuol vedere il fondo ai cinquanta sta buono questione di secondi no? – accidenti che buio cos’è questa roba? squalo – ma piantala – attento alla sagola pronto alla prima pietra – che buio il cielo s’è coperto? ma, no – possibile che non si veda ancora il fondo? arriva sta buono – è già tutto nero bruno laggiù dovrebbe – sessanta sessantacinque oh eccolo finalmente ci siamo molto bene – respira – com’è piatto che abbia sbagliato? ma no lo sa che dall’alto lo vedi piatto – corallo? cosa vuoi vedere da qui – guarda che sei troppo veloce rischi la culata – giù la prima pietra la seconda bene sei quasi fermo la terza- – fermo che bello – che scogliera accidenti e corallo? calma – profondimetro tra 80 e 90 facciamo  84– al lavoro che bellezza di scogliera chissà »..

Il corallaro lavora una media di dodici tredici minuti tra i 70 e gli 80 metri (la maggioranza dei corallari supera rara­mente la quota lavorativa degli 80), una media di dieci-undici tra gli

80 e i 90. Le immersioni lavorative oltre i 90 metri sono estremamente rare e sono appannaggio esclusivo di non più di cinque o sei specialisti. Gli stessi che, secondo la testimonianza dei compratori di corallo, possie­dono d’abitudine il prodotto di qualità superiore (la qualità non si accompagna necessariamente alla vistosità del cormo). «Più fondo vai meglio corallo trovi»

Alcuni corallari ai livelli massimi d’esperienza, come No­velli e soci o come Leonardo Fusco, allungano notevolmente questi tempi: immersioni a 80 metri di venti minuti., decompressioni interminabili. L’utilità produttiva di questi sistemi è un vecchio argomento di discussione: c’è chi obietta, per  esempio, che a 80 metri, dopo una dozzina di minuti, il lavoro si  fa lento, . distratto, sostanzialmente improduttivo o assai meno produttivo per l’incipiente effetto di narcosi. È una questione di attitudini personali. Novelli e compagni restano in mare dieci, undici, persino dodici ore giorno affrontano quotidianamente decompressioni di circa quattro ore complessive fra prima e seconda immersione. Fausto Zoboli è invece rapidissimo: esce alle sei del mattino (in stagione estiva), alle tre del pomeriggio è già in porto con due imersioni sulla schiena. Sono i due estremi. Novelli e soci hanno due marinai, ancorano la barca, calano la scia­luppa, un marinaio segue a remi le bolle del sommozzatore, quando risale e inizia la decompressione lo guida verso la barca mentre il prossimo si prepara. Manovra complessa, ma vi sono abituati e gli va bene. Zoboli è in felice simbiosi col suo marinaio Mario: la loro operazione in mare è un . piccolo capolavoro di velocità ed efficienza. Produce di più o di meno, in proporzione, il primo o il secondo metodo? Non si potrà mai saperlo. Anche perché come per i diamanti,

gioca la sua parte una imponderabile questione di fortuna. Le scogliere corallifere d’altura si configurano in quattro tipi: piccoli massi isolati su un fondale fangoso-arenoso pianeggiante o in lieve declivio («scoglietti »); monoliti della struttura di guglie dolomitiche, alti una decina di metri (« spicarielli »); pareti rocciose che rappresentano la frattura di un fondale arenoso a tavoliere, e che cadono con salti di 5-15 metri su un secondo fondale a tavoliere, di struttura analoga al primo (« pettate »); scoscendimenti rocciosi e mi­sti molto ampi, a terrazze che spesso orlano le ultime pro­paggini di un canyon sottomarino, e che pertanto possono condurre a profondità elevatissime («  scalomate »).

Il corallo fiorisce generalmente su un solo versante di queste quinte rocciose, ed è quello direttamente investito o lambito dalla corrente apportatrice di nutrimento. Per

gran tempo si è ritenuto che il corallo si sviluppasse di preferenza a levante, ma oggi l’intervento diretto del som­mozzatore ha chiarito che è la direzione della corrente e non già l’orientamento astronomico quello che conta. Nelle Boc­che di Bonifacio, per esempio, la corrente prevalente è di ponente o maestro: il corallo di questa zona è appunto espo­sto verso ovest o nord-ovest, tranne naturalmente in quegli anfratti, quei canali e quegli angoli delle scogliere in cui si possano insinuare refili secondari del flusso principale.

Per svilupparsi. bene le colonie richiedono scogliere sufficientemente alte e articolate. Sui piccoli scogli isolati della platea continentale, alti non più d! .2-4 metri, esse appaiono

per lo più raggruppate in settori ristretti (una gronda, un aggetto, una fessura), e quasi mai sull’intera facciata esposta alla corrente dominante. Sui grandi ma rari monoliti, invece, non è raro osservare una prodigiosa fioritura. Queste curiose formazioni rocciose di antica erosione si innalzano improv­vise sulla platea, pressoché isolate, con pareti ripide o a

piombo scavate da diedri,  infossature e balconi, ove il corallo può crescere in ogni direzione, volgendo cioè i cormi verso il basso, trasversalmente o addirittura verso l’alto, come erba di prato (quando la profondità sia almeno di 85 metri). Questi rari « spicarielli » rappresentano il miglior campo di lavoro per i corallari, perché consentono una rac­colta copiosa in breve tempo, e di un corallo particolar­mente vitale e pregiato. La ragione di questa loro ricchezza consiste probabilmente nel fatto che ove il corallo è molto fitto, si rende forma dominante e ostacola l’attecchimento di gorgoniari, madrepore, briozoi, e soprattutto di quelle minuscole rodoficee e spugne che sono i suoi principali nemi­ci biologici.

Il terreno classico del corallaro d’altura sono le « pettate », barriere rocciose che formano quel gradino di frattura tra due livelli di fondale della platea. L’ambiente è più complesso, più vario di forme bentoniche, sia per la loro strut­tura profondamente articolata, sia per la loro lunghezza., che tocca normalmente qualche centinaio di metri ma che può eccezionalmente superare il miglio. Simili a muraglie, a ba­stioni dell’altezza media di una decina di metri, sono di ori­gine sismica e presentano perciò una linea uniforme, anche se l’opera successiva di erosione le ha tormentate, incise e in alcuni punti sfaldate. Sorgono improvvise sul deserto grigio viola della platea continentale, e così turrite, diroccate e sol­cate da oscuri meandri, somigliano alle barriere madrepo­riche dei bassifondi tropicali. Il corallo spunta quasi sempre verso un determinato versante, quello appunto più vivamen­te toccato dalla corrente nutritizia ma può rivelarsi molto fitto e bello (« macchie ») anche nell’interno del labirinto, do­ve la corrente. può penetrare arrecando alimento. In certi tratti il corallo è presente con pochi rami, in altri è affollato, in altri ancora, magari a pochi metri di distanza, del tutto inesistente. –

Il bentos di queste scogliere a pettata, come anche nelle « scalomate », è tipico dei fondi a coralline (1). Talvolta meno ricco di forme vistose (gorgonia, grandi spugne ecc.) che in molte scogliere litorali profonde, può persino assumere una apparenza squallida. Ma quando compare la gorgonia      viola (Paramuricaea chamaleon), le sue dimensioni,      il suo rigo­glio, i suoi colori sono esplosivi. Curioso notare che questa ben nota gorgonia si tinge, a grandi profondità, di un giallo mimosa intensissimo, molto più di quanto sia dato d’osser­vare sulle scogliere litorali. Raro è il cosiddetto corallo nero (Gerardia savaglia) in presenza di corallo rosso: sono due forme che generalmente tendono a escludersi.

Anche la fauna, su queste scogliere d’altura, è povera più di quanto s’immagIni. Numerose sono soltanto le aragoste, spesso assai grosse, e i lupicanti, i quali arrivano a propor­zioni enormi. Ricordo che una volta fui manifestamente «ag­gredito » da un lupicante mentre tentavo di entrare nei suo buco per rubargli un bel ramo: era una bestia talmente granghignolesca — io penso sui dieci chili — che battei rapida­mente in ritirata. In quattro stagioni alle Bocche non ho visto sui banchi che una sola cernia, più allibita di me; una sola murena, fra gli 82 e gli 84 metri; una sola tartaruga, a 85 circa (in positura verticale, alla base della pettata : quan­do mi avvicinai si girò e se ne andò); un paio di rane pe­scatrici vicine al mezzo quintale (una gigantesca se t’è tro­vata tra i piedi anche Franco Ciaccia). Poi qualche sciame di saraghi, pesci rossi di fondo (Apogon e Anthias), qualche la­bride. Mai un polpo. Nemmeno squali, tranne un verdone sui due metri, in superficie, proprio intorno al mio pedagno.

Si deve pur ammettere che il corallaro ha altro da fare che contemplare il panorama; inoltre lavora rivolto alla pa­rete, e solo a tratti ha occasione, tempo e voglia d’interrom­persi per guardarsi alle spalle o sopra la testa. Qualche squalo, probabilmente il grigio (Carcharinus obscurus), è sta­to avvistato da questo o quel corallaro nel corso di anni.     Leonardo Fusco ne ha scorti tre o quattro, uno dei quali di tre metri, «piuttosto brutto ». Zoboli se n’è trovato uno di sotto, una ventina di metri più in basso, mentre calava a picco col suo cesto; gli ha mollato un paio di pietre; lo squalo, apparentemente ignaro della presenza dell’uomo sulla propria verticale ma incuriosito della sagola bianca, si è sentito passare di striscio i due proiettili, ha fatto un guizzo ed è sparito. Pietrangeli è stato visitato da un verdone du­rante decompressione: un giro e via. D’altra parte, palamitari teresini e maddalenini pescano abbastanza spesso, pro­rio nelle Bocche, pescecani preoccupanti: uno smeriglio, l’anno scorso, di tre quintali. E nessun pescatore locale fa­rebbe un tuffo nelle Bocche, anche a contatto di barca, nem­meno a bastonate. Un mio marinaio si rifiutò categoricamen­te di scendere in acqua per recidere una cima impigliata nell’elica; io ero in decompressione, ci dovette andare mia moglie. La fama di pericolosità di questi mari è comunque esagerata, se non inconsistente: prova ne sia che, a memoria d’uomo, nessun incidente è mai stato registrato, e che nes­sun corallaio è mai stato molestato. Può succedere domat­tina: questo d’accordo.

Non credo ci siano più pensieri per il corallaro che lavora sul fondo. Il suo cervello e concentrato su due punti: respi­rare bene, vedere corallo. La raccolta è rapida, automatica

in profondità i rami sono di solito attaccati debolmente alla roccia, si possono svellere interi con la mano. Il colpo di pic­chetta abbrevia la faccenda. Se càpita il ramo grossissimo, da sette-otto etti, il mostro da chilo, allora i colpi possono moltiplicarsi perché non vada perso o spezzato il cilindro basale del cormo, che è sempre il più massiccio e prezioso. Staccare bene e tutto. Poi si ripulirà a casa, eliminando le scorie.

II corallo si ammucchia nel cesto. Una raccolta media si aggira su uno-due chili per immersione (càpitano ovviamente anche i cesti a zero). Pieno, significa cinque, sei chili di co­rallo: centocinquanta, duecentomila lire. Ricordo una risalita a tre: Ciaccia, Barletta ed io, col corallo fino al mento, i rami che cadevano fuori, lo sforzo di venir su, la fatica im­proba e la gioia insieme, l’emergere di quei tre cesti di fuoco, le grida a bordo. Emozione strana, profonda. No, non tanto per i soldi: la vita non vale un milione. Una specie di febbre. La febbre rossa.

II corallaro sul fondo è solo, completamente solo anche se il compagno lavora a pochi metri. Uno svenimento, un ma­lore, un serio incidente qualsiasi a quelle profondità può ca­gionare la catastrofe in pochi secondi: troppo poco perché il compagno possa intervenire con tempestività ed efficacia. Oltre gli ottanta i movimenti sono lenti, ogni atto deve es­sere adeguatamente sorretto da una giusta ventilazione: è sommamente rischioso nuotare veloci in soccorso dell’amico che sta cedendo, è spaventosamente faticoso tentare di is­sarlo in fretta a quote minori quando si è già tanto grave­mente impegnati per conto proprio. Un poco come agli ot­tomila d’altitudine sulle cime himalaiane. Tutto va liscio, tutto anzi è piacevole, finché non si sia messi alla frusta. Il limite dell’impossibile è vicinissimo.

Il compagno può significare tranquillità psicologica, ma parecchi corallari lo negano: sostengono al contrario che la presenza d’un compagno disturba poiché si è indotti a guar­dare in continuazione dove sia andato a cacciarsi, che cosa stia facendo, se abbia trovato corallo, eccetera, sempre con l’orgasmo di non perderlo d’occhio o di doverlo andare a cercare per risalire insieme. Gran brutto affare, in realtà, il risalire separati: chi dei due verrà seguito dalla barca? che farà l’altro, abbandonato in mezzo al mare, impossibilitato a emergere per oltre un’ora? Questa è la ragione essenziale per cui i corallari preferiscono in genere scendere soli.

Un buon compagno può tuttavia riuscire prezioso quando amichevolmente soggetto alla disciplina d’équipe: tutto fun­ziona egregiamente con maggior reciproca sicurezza anche pratica, allorché i due o i tre compagni riconoscono un capo-équipe e lo seguono, lavorando ciascuno in un settore defin­ito in precedenza, avvisandolo dei propri spostamenti, del­la propria eventuale risalita. In questo caso chi risale rimane sulle bolle di quello in basso: inevitabilmente si ritroveranno insieme in superficie. Io ho pescato solo e in compagnia: non ho preferenze particolari. Ma quando di primo mattino ci si comincia a vestire, e si è soli, e ci si deve buttar giù e intor­no è quel mare vuoto, quel grigio, quel freddo, quel silenzio disumano, tutta quell’acqua fonda misteriosa, be’ un amico che ti segua ti mette caldo. L’anno scorso lavoravo per conto mio, in barca avevo moglie e marinaio. Avevo scelto una pet­tata discreta, abbastanza ricca e non troppo fonda, sugli ottanta-ottantacinque. Era piuttosto al largo, forse otto mi­glia dalla costa più vicina, tutt’intorno il mare era deserto, fino all’orizzonte. Un mattino, a circa un miglio, vidi col bi­nocolo – tutti i corallari ne hanno uno a bordo, sia per av­vistare i propri pedagni sia per controllare le mosse altrui – una nuova serie di palle gialle che non conoscevo. Il giorno dopo c’era una barca, piccolina, bianca, lontana: il San Cle­mente. Mi fece un improvviso piacere. A suo modo, metteva caldo anche lei.

Il corallo non è sempre a portata di mano. Poiché predi­lige gli angoli investiti dalla corrente (si tratta di microcor­renti inavvertibili dall’uomo: sul fondo tutto appare quieto e immoto, un’immagine dell’eterno), si mette volentieri di traverso in gallerie grandi e piccole, in fondo a certi tunnel che dànno chissà dove. Aver pescato cernie dà occhio, abi­lità e fegato d’intrufolarsi. Infilarsi in tana a ottanta o no­vanta metri non è entusiasmante, anche se per il corallaro di classe è routine quotidiana. Su quelle rocce tutte unghie. artigli, spunzoni, lame e ganci, un tubo d’erogatore fa presto a tagliarsi (anche per questo preferisco erogatori a un unico tubo sottile e durissimo), una fibbia dell’apparecchio ci met­te poco a impigliarsi. Sono già avvenuti casi d’intrappola­mento: Renato Sincero, socio di Vinti sul

  1. Antonio, si trovò bloccato a un’ottantína di metri, ed era solo. Si cavò le pin­ne, adagio adagio, si sfilò l’autorespiratore, adagio adagio, e grazie alla sua corporatura d’acciuga riuscì a svincolarsi quand’era al lumicino della riserva d’aria. Sogni brutti, quel­la notte.

In profondità il corallo è nero, né sempre punteggiato così graziosamente di bianco per i suoi polipi espansi: il corallo in fiore lo si vede subito, da lontano; un ramo « spen­to » ti può stare invece davanti al naso, se sei distratto, senza che te ne accorgi; un ramo morto, ricoperto dalle barbe di organismi epibionti, si nasconde e mimetizza all’occhio più acuto. È dunque anche qui una faccenda d’esperienza, fiuto, riflessi, lucidità, talento. Il buon corallaro porta in barca sempre qualcosa, magari solo un paio di cormi, ma li ha scovati anche sulla scogliera più ripulita da precedenti pas­saggi o dal rastrello dell’ingegno. Ho visto riempire cestini dove altri li avevano riportati semivuoti. La medesima pel­tata può essere considerata « buona » da Tizio, « una mise­ria » da Caio. Esattamente come a pesca (di pesci).

Il corallo, come tutte le colonie bentoniche, ha sue par­ticolari regole biologiche: attecchisce, cresce, matura e pro­lifera dove le condizioni gli sono più o meno favorevoli. Non conosciamo ancora bene queste condizioni, anche se abbiamo capito che gli sono necessari certi valori di luce (meglio di ombra: il corallo è tipicamente sciafilo), certi valori termici e parecchie altre condizioni ambientali come purezza dell’ac­qua, assenza di fango in sospensione, presenza di correnti nu­tritizie, limitazione numerica di certe microspugne che lo ag­grediscono e tarlano all’interno, e così via. Studi notevoli so­no in corso soprattutto a Milano, presso l’Istituto di zoo­logIa dell’Università: il corallo viene ormai allevato in labo­ratorio e sottoposto da tre anni a una quantità di esperienze. Ma i corallari rimangono in buona parte nella convinzione che esso sia un animale strambo, misterioso, senza regola, « improbabile » e « agnostico » come mi dichiarò un giorno Zoboli scuotendo il testone. In realtà, ancor oggi nessuno sa dire con certezza perché su quel determinato settore di pet­tata fiorisca una rigogliosa « macchia », e quattro passi più avanti non si debba più ritrovare un solo cormo. Nessuno sa spiegare perché il corallo dei cento metri sia di maggior peso specifico di quello dei sessanta; perché il suo colore cambi secondo i mari, e anche la forma; perché alcune braccia di un cormo presentino a un tratto i polipi espansi e le altre ­no. E così di seguito con gli interrogativi più disparati.

Respirare, respirare, respirare è l’altro capo del pendolo nel cervello del corallaro. Respirare bene. Credo di avere con­vinto tutti i corallari della giustezza della mia vecchia teoria (oggi non più soltanto mia, ben s’intende) sulla questione della narcosi: oggi sono tutti sicuri, ritengo, che l’azoto non c’entri per niente, almeno agli effetti pratici dell’immersione umana. Tra di essi un Novelli e un Olgiai medici, e un Fusco teorico e tecnico che tra l’altro sa manovrare perfettamente la sua camera di decompressione, e ha già salvato un paio di vite e rimesso in sesto non so quanti embolizzati (queste cose nessuno le viene a sapere, i corallari parlano così poco). Ebbene anch`essi pensano ormai che il nemico numero uno si chiama anidride carbonica.

Ventilare ampio, lentamente, muovere e svuotare i pol­moni a fondo, sollevare il diaframma, distendere gli interco­stali, .autocontrollo psico-fisiologico. Ideali sarebbero per il corallaro gli esercizi respiratori yoghi. Li ho appresi durante i miei lunghi viaggi in India, ho provato ad applicarli; risul­tato notevolissimo. Li ho insegnati ai miei compagni: sono scesi in una stagione dalla quota dei 60 metri lavorativi a quella dei 90. Mai una narcosi mai uno stato confusionale, lucidità perfetta.

L’anno scorso, dopo la mia stagione solitaria. sono tor­nato nelle Bocche in settembre con Franco Ciaccia per una decina di giorni. Abbiamo lavorato di regola sotto gli 80. Un giorno ci capitò un’immersione lavorativa record: mi trovai a far corallo a 116 metri. Tengo un piccolo diario delle mie giornate « coralline »: questa è la paginetta buttata giù in fretta la sera stessa, che riepiloga quell’immersione della quale ricordo ancor oggi i minimi particolari per l’intera sua dura; ta

« Pettata grandiosa (almeno sull’ecosonda) dai 130 ca su agli 80. Pedagno e discesa con F. Corrente discreta. A 70 non si vede fondo. Strano. Acqua tersissima. A 80 non ancora. Che succede? A 85 eccolo piatto, grigio quasi bianco, molto sotto. ­Niente pettata, il pedagno s’è mollato con la corrente, poi ha preso ma fuori. Bello scherzo. Per vedere meglio scen­diamo adagio a 90, ci guardiamo: boh. Dico a F. di star lì, mi lascio andare lungo il filo. Il fondo molto più giù, non arriva mai. Atterro adagio, l’acqua schiaccia. Accidenti se questa volta è fondo. Profondimetro fuori dai 120, è scemo. Fondo strano mai visto, tavolato di granito chiaro, ondulato, enormi crepacci, lunare. Nessun pesce, nessun riccio, nessu­na gorgonia, niente. Guardo in su vedo F. piccolino, come in cielo. Vado al crepaccio più vicino. Dentro, rami di corallo lunghi preziosi, non ramificati, pochi. Attaccati alla roccia nuda. Zero bentos. Mi infilo adagio, ne stacco due, tre. Mi dico respira bene, mi chiedo come stai. Guardo l’orologio: 2′. D’un tratto sento un tac metallico, forte, come intorno a me. Mi giro, cosa diavolo. Eccolo ancora, più secco: tac. L’eroga­tore. Breve pensiero: se si schianta sto qui, inutile tentar di risalire. Rifletto: forse è l’eco dentro le bombole del pistoncino sotto sforzo. Sembra che faccia tac tutto il mare. Una certa apprensione. Il cuore continua lentissimo, sento i tonfi, anche loro come intorno a me, fuori, nell’acqua. Il tac con­tinua, ma normale. Guardo un altro crepaccio a destra, più fondo. Niente corallo. Stacco l’ultimo ramo, esco dal crepac­cio, s’impiglia il cesto. Pensierino rapido: sarebbe bella, cre­pare per un cesto impigliato. Lo libero adagio, esco. Orolo­gro: 4′. Guardo intorno: che strano mondo, così squallido. Deserto di pietra in un cristallo viola. Tiro fuori il sacchetto, gonfio e parto, molto adagio. Riguardo l’orologio: quasi 6′. Due minuti persi stupidamente a guardare. Be’ perché stupi­damente. Sto bene, via. Decompressione 80′. Mare calmo. Co­rallo di qualità eccezionale. Il controllo sulla verticale del pedagno a sagola tesa dà sull’ecosonda 115 esatti. Più uno nel crepaccio ». Il Franco poi raccontava: ti vedevo piccino, un ragno che si muoveva lento, lentissimo che brutto effetto. Dieci, undici minuti. Dodici minuti. Tredici. Tempo di ri­partire, assolutamente. Il momento della risalita porta sem­pre una strana tensione: il corallaro abbandona malvolen­tieri quel terreno di lavoro dove si sente a suo agio, dove sta comodo, fresco, leggero, felice, dove c’è ancora quello spuntone da visitare con lieve volo, quel ramo bello là sotto da cogliere, e poi ancora quello, e perché no anche quel terzo, e poi proprio l’ultimo, e adesso veramente l’ultimis­simo… Attimi di agitazione, il compagno è già risalito, e se non c’è compagno si vede o si sa che le  lancette dell’orologio corrono, bisogna decidersi, Ecco viene in mente all’ultimo istante che sarebbe opportuno sistemare il pedagnino. Il pedagnino è un rocchetto galleggiante su cui è avvoltolata una sottile. sagola, lunga abbastanza per consentirgli di spuntare in superficie quando se ne fissa il capo opposto a una gor­gonia, un ramo di corallo, un becco di roccia. Indica il limite toccato dall’esplorazione; alla prossima immersione si di­scenderà direttamente su di esso per proseguire subito in terreno vergine. Il pedagnino pub anche segnalare al compagno che in quel punto c’è una « macchia » da lavorare. Quasi tutti i corallari ne portano sempre uno legato al cesto, pronto all’uso.

Finalmente la decisione: partenza. Da questo momento il cervello ha un nuovo scatto, un clik, un voltar pagina: co­mincia tutto un nuovo problema. Credo sia all’incirca come quando gli astronauti iniziano la manovra di rientro.

Si può risalire « a piedi > o « in ascensore ». A piedi, si­gnifica pinneggiarsi verticali tutti i settanta, ottanta o no­vanta metri. Ognun sa che la pressione delle grandi profon­dità riduce il volume del corpo umano, comprime la muta fino a ridurne a circa un quarto lo spessore. Il sommozza­tore diventa « negativo », tende a sprofondare. Quando an­dai con Ciaccia e Vernetti a ricuperare il cadavere di quel giovane corallaro di Alghero, morto cinque giorni prima, lo trovai schiacciato bocconi sul fondo; ed erano appena 63 m.

Risalire a piedi: arrampicarsi un gradino dopo l’altro sul­l’immensa scalinata liquida che finisce in un cielo biancoce­teste. Ottanta metri: un grattacielo di ventisei piani. La gu­glia massima del Duomo di Milano: 108 metri. I più duri sono i primi venti passi: riuscire a sganciarsi dal fondo. Pe­dali e pedali, frenato dal cesto, oberato dal carico di coral­lo, col fiatone, ti sembra finalmente di venir via, di esser su, poi ti volgi e vedi che il fondo è ancora lì, bruno, sinistro. Allora puoi prendere paura.

Meglio l’ascensore. L’ascensore del corallaro non ha prez­zo, nel senso che non costa davvero niente: lo regala, gentile e comprensivo, il pizzicagnolo di Santa Teresa. Si tratta di un sacchetto di plastica, di quelli per confezionare riso, ver­dure e maglieria. Il corallaro se lo porta come un fazzoletto sotto la muta. Al momento di risalire lo gonfia con una sbuf­fata, leva il braccio e s’avvia con qualche sgambata. Appena la bolla comincia ad espandersi (magnifica rappresentazione dell’embolo) il corallaro smette di muoversi, si lascia tirar su, diventa una mongolfiera, in un turbinio di bollicine crepi­tanti, non vede più niente. La risalita in ascensore, a una trentina di metri dal fondo, diventa molto veloce: si viaggia insieme alle proprie bolle d’espirazione; non già ai di sotto come raccomandano i manuali (« fai quello che ti dico non quello che faccio »). A quaranta dal fondo la velocità ascen­sionale si fa rapinosa, il corallaro oltrepasserebbe le sue stesse bolle se non badasse a scaricare un poco il sacchetto piegandolo di lato (con una mano sola: è questione di se­condi). L’altro braccio gli sta fisso davanti al viso: il coral­laro segue sul profondimetro lo spostamento sempre più ra­pido della lancetta. Quando legge 25, molla o scarica del tutto il sacchetto. Di colpo immobile, sospeso, plancton nel planc­ton. Ai due-tre minuti folli strepitosi spassosi, segue come di schianto un silenzio grave. Adesso cominciano i minuti drammatici. Adesso è più facile morire.

Il corallaro guarda in su, al gran coperchio bianco-celeste. La sua speranza, la sua angoscia, la sua estrema attesa, la sua profonda gioia sono una chiglia. Che cosa è successo in­fatti sulla sua barca, mentre lui grattava in fondo al mare? A bordo hanno seguito le sue bolle, cavandosi le pupille. Non è facile seguire le bolle con mare forza tre o quattro, quando l’onda schiuma, rompe, gorgoglia. Da grande profondità le bolle salgono frantumate, come selz, non fanno il botto in superficie, si disperdono subdole.

 

Vedere la chiglia. C’è soltanto quella, di solito, in un rag­gio di miglia. Si gira in tondo. Il corallaro sa che le sue bolle, portate via dalla corrente di superficie, viaggiano ormai lon­tane, oblique. Il marinaio sta risalendole in fretta, grappolo a grappolo. Se ne perde uno è un guaio. Basta un attimo di distrazione, accendersi la sigaretta. Però può ritrovarle, più in là. Questione anche di coscienza. E se il motore fosse an­dato in panne? Passano magari dieci secondi, ma sono lunghi.

Ed eccola la sua chiglia ben nota, eccola che avanza bal­danzosa, ecco che tonfa in mare il grosso piombo o l’anco­rotto, e fila giù venti metri di cima per la decompressione. II corallaro le va incontro, l’afferra: bello toccar con mano che la terra è ritrovata.

È capitato, capita talvolta che il marinaio perda le bolle, oppure che due corallari salgano separati e uno si smarrisca. Allora un uomo rimane solo in mezzo al mare, col suo cesto improvvisamente inutile appeso al collo, la sua riserva d’aria che può bastare forse sì e forse no per l’intera decompres­sione necessaria (questa la ragione per cui io uso il tribom­bola: ho la certezza di essere autonomo in ogni caso), alla mercé della corrente, della sua angoscia, di eventuali bestie, della tentazione di abbreviare la decompressione, emergere per farsi vedere, sventolare il braccio, chiamare, gridare. Fau­sto Zobolí è stato così perso una volta: colpa di nessuno, gioco di circostanze. L’hanno ritrovato tre quarti d’ora dopo, a metà pomeriggio, tre miglia distante, sventolava una mezza manica della muta, fra cresta e cresta, con la paura dell’em­bolia, d’esser morso da uno smeriglio, di finire sputato fuori di notte, miserabile sughero, nel Golfo del Leone o nel Tirreno.

Sulle decompressioni dei corallari, tempo fa, ho scritto a lungo. Non tedierò il lettore ripetendomi, ricorderò soltanto che ciascuno adotta criteri propri, talvolta anche empirici. L’intervallo tra le due immersioni è generalmente di tre ore. Sessanta minuti dopo la prima e novanta dopo la seconda immersione sono i tempi medi di decompressione della mag­gioranza dei corallari, ma già sappiamo che questi valori ven­gono in determinati casi addirittura raddoppiati. Soltanto Fusco ed io, che mi risulti, usiamo la decompressione con ossigeno puro. Non conosco esattamente il sistema di Fusco. Il mio consiste nell’uso di una bombola speciale da 10 litri (carica iniziale: 150 atmosfere), che mi viene calata tramite un apposito gancio dalla barca. A questa bombola è applicato un normale erogatore a ciclo aperto, naturalmente mondo di sostanze grasse. Cambio boccaglio senza togliermi l’auto­respiratore.

Uno studio di Gaspare Albano (1962) garantisce anche sul piano sperimentale che i tempi, con ossigeno puro, possono essere accorciati di quasi il 50 per cento. La Marina francese dice il 40. Io ho sempre adottato il criterio del 30 per cento circa, considerando che le due profonde immersioni quoti­diane, protratte per settimane, inducono probabilmente nel­l’organismo la presenza costante di residui d’azoto meno fa­cilmente eliminabili. Parlo anch’io da empirico, s’intende.

Posso usare la mia bombola, senza ricaricarla, per varie volte consecutive, giacché la quota d’impiego è dai 9 ai 3 me­tri: anche una cinquantina di atmosfere sono dunque suffi­cienti per una decompressione completa. La decompressione a ossigeno puro a ciclo aperto è preziosa poiché accelera enormemente l’eliminazione dell’azoto, desatura più a fondo; ma i corallari non dimostrano troppa voglia di`adottarla, odiano le « complicazioni ».

 

Interminabile stillicidio di minuti. Duecentocinquanta o trecento sono le ore di decompressione della stagione di un corallaro. Impossibile pensare. Si fantastica. Immaginazioni, sogni di veglia, sopore, cervello a ruota libera. Si guarda. Certo volte, freddo terribile, denti che battono sul boccaglio, lungo dolore alle mani violacee. Il mare intorno è senza fon­do, senza dimensioni, enorme occhio blu. Senza animali. Pas­sa soltanto plancton, strane forme, tubi gelatinosi, filamenti, galassie minuscole, stelline celesti, meduse trasparenti, esseri pulsanti. Ogni tanto un bussare sopra la testa: il marinaio ti spia distorto attraverso lo specchio, chiede col gesto se tutto va bene, sì, okey ; torni alla tua solitudine, dondoli. Se il mare è grosso si pena: un ballo ye ye attaccati alla cima. Bisogna lasciarla, nuotare in tondo, adagio. Lente capriole sotto la chiglia, noia. C’è chi manda su il cesto e chi no, vuole tenersi il corallo in braccio, se lo rimira, tocca i rami più grossi, li ripone con cura. Si riguarda l’orologio, cento volte: sempre lì. Esasperante la lancetta del decompressime­tro. Clessidre. Passa un branco d’aguglie. Sardine. Vengono a guardarti, scivolano via. Un giorno, Costantino socio di Zo­boli si volta distratto, fa un sobbalzo, il cuore in gola: una cosa mostruosa che viene avanti dai blu, ma che è? Un pe­sciaccio enorme. Costantino ha già fatto mezzora di decom­pressione: saltare in barca o no? Inchiodato nell’incertezza. li pesciaccio-locomotiva viene avanti, va sotto e torna su, gira, torna, adesso gesummaria lo punta proprio. Costantino schizza fuori: « un pesce! » strîlla. Un pesce? fa Zoboli : embè? E lo ricaccia sotto. Costantino torna a sei metri. Ma il pe­sciaccio fa il diavolo a quattro, emerge, scoda, soffia. Zoboli e il Mario allocchiti: un capodoglio lungo più della barca, Costantino fuori di nuovo: « un pesce!!! », e questa volta schizza in barca: meglio l’embolia.

Due anni fa lo stesso Zoboli, sempre durante la decom­pressione, comincia a sentire come una gran vibrazione nel mare: che è? che è? Finalmente vede it fondo farsi buio, anche a lui il cuore salta in gola. Una roba lunga, sterminata, che fa un fracasso indiavolato, trenta metri sotto i suoi piedi. « Cominciò a passare lunedì e finì ch’era domenica », rac­conta strabuzzando gli occhi cerulei. Era un sommergibile atomico americano. Quando salì in barca si vide in mezzo a una squadra USA, un elicottero gli ronzava sopra la testa. I carabinieri della Maddalena dovettero poi indagare e riferire ai comandi che quel matto in mezzo al mare era uno che si faceva i fatti suoi: mister Zoboli coral fisher, yes, coral, coral…

A bordo il corallaro si spoglia in silenzio. Lo aiutano. È affaticato, specialmente dopo la seconda immersione. Faccia tirata, pallida. Infreddolito. Il marinaio, il socio lo spiano, senza parere. Se sta zitto troppo tempo, assorto, se va in di­sparte, a sdraiarsi, col muso, allora gli chiedono con tono indifferente: come va? Il corallaro, soprattutto dopo la ma­ledetta seconda immersione, se si sente giù di corda si studia circospetto per mezzora, un’ora, muove adagio le braccia, ar­ticola le dita, solleva le spalle, si guarda la pelle, senza farlo vedere. Magari. conversa, dice quello che ha visto, fa qual­cosa, ma nel sottofondo del conscio continua ad ascoltarsi. L’embolia dà una strana specie di frustrazione, come di ver­gogna. Si vorrebbe andare a nascondersi, come fanno i cani. Per la prima volta dall’alba di quel giorno, diventa allegro, spiritoso, chiacchierone, leggermente euforico e guascone se a prua c’è buon corallo, soltanto quando è trascorsa un’ora e mezza dall’ultimo tuffo, quando la prua è verso casa, ed è quasi sera. La barca di un corallaro, tutto sommato, non è precisamente allegra.

Le embolie gravi sono relativamente rare: due o tre per stagione sul totale dei corallari italiani. Quelle leggere, che prendono alle spalle, alle braccia, sono invece piuttosto co­muni; quasi ogni corallaro ne becca un paio per annata (in un cassetto di bordo ci sono sempre pillole analgesiche). Guariscono con successive immersioni. Ogni tanto, all’imbru­nire, una barca di corallaro è ferma all’imboccatura del por­to: vuol dire che qualcuno è sotto, quindici metri, a curarsi la « pizzicata ». Leonardo Fusco e il suo socio si infilano una volta la settimana nella loro monocamera « per farsi una bel­la decompressata » : aspettano le ponentate, le giornate perse tre-quattro ore chiusi nel tubo; a legger Topolino. Servizio gratuito a chi lo chiede. Le mogli si siedono sul tubo e aspettano.

Tuttavia la salute generale è eccellente. Qualcuno zoppica per una vecchia gravissima botta, ma nessuno lamenta dolori articolari, reumatismi, raffreddori o altri acciacchi d’acqua, e anzi a guardare certi cinquantenni corallari inveterati vien da chiedersi se questo mestiere non sia da consigliare per in­vecchiare gagliardamente. Ho sentito dire da medici che i sommozzatori professionisti rimbecilliscono con l’età. Sarà, non mi risulta. Nemmeno l’udito è danneggiato: sordastri son quelli, me compreso, che hanno subìto grossi incidenti o logorio in apnea. L’udito, è l’apnea che lo rovina, non l’im­mersione con apparecchi. E anche questo è un dato di esperienza.

Ma i corallari invecchiano anzitempo nel carattere. Quella vita li rende a poco a poco taciturni, misantropi, diffidenti, brontoloni. Più vecchi di mestiere sono, meno amano la gente intorno. A conoscerli superficialmente può sembrare che ab­biano « in gran dispitto » il mondo intero, compresi i colle­ghi-concorrenti, dei quali parlano per abitudine con dosi più o meno sottili di veleno. Ma a scavare un poco – e forse lo può fare meglio chi sta metà dentro metà fuori come il sot­toscritto – si scoprono valori inattesi di lealtà, di spirito di assistenza anche ai limiti del sacrificio e dell’abnegazione. Se una barca, di sera, non arriva, le altre escono a cercarla. Non pochi corallari, tra i più mugugnoni, hanno rischiato paurosamente la vita per salvare un collega. Sono rari, no­nostante le continue accuse e contraccuse, coloro che real­mente pescano sul pedagno altrui in sua assenza.

Di sera i corallari si radunano alla spicciolata nella piaz­zetta del paese per il gelato all’amarena, meno i due-tre più solitari. Parlano poco, di cose comuni. Quasi mai della loro giornata, dei pericoli eventualmente corsi, del dolorino alla spalla. II riserbo è legge, con una pennellata di guapperia. La piazzetta, deserta e squallida, spazzata dal vento freddo per quasi tutta la stagione, s’ingombra dei tavolini dei due bar in luglio; in agosto si affolla di baristi. Allora anche i corallari, meno i soliti che addirittura si rintanano (un No­velli, per esempio, lo si vede soltanto in alto mare, come un uccello raro), fanno un poco i pavoni, con giubbe eleganti, cappelli estrosi, soldi in tasca, « belli di fama e di sventura ». I più giovani vanno anche a ballare o azzeccano l’avventura con la milanese. Ma presto arriva settembre, i tavolini scom­paiono, la piazza torna deserta, spazzata dal vento sempre più freddo.

I corallari bevono e fumano poco o niente, mangiano forte la sera, oppure al pomeriggio a bordo, dopo la seconda immersione, e uno spuntino alle otto. Alle dieci, undici al massimo, tutti a letto. Non leggono giornali, non sanno quasi più niente del mondo. Vietnam? Mao Tse? Il Concilio? Cose lontane, di là del mare. Certo è una vita libera, come dice Olgiai, che l’ha preferita a una carriera di chirurgo (l’ultima sua operazione è stata l’appendicectomia a un compagno); ma forse anche limitata e come rinserrata in un binario di ferro. Se poi prende d’improvviso allora può diventare ossessiva. Qualcuno l’ha abbandonata dopo un paio di anni di discreto successo proprio per questa sorda angoscia del domani, di questo salario della paura.

Milioni, milioni. i guadagni dei corallari sono di regola ingigantiti, favoleggiati, moltiplicati per dieci e per venti dal­la gran maggioranza dei subacquei e dei pescatori; e poiché i corallari lasciano dire, la leggenda trae forza da un silen­zio che sembra confermare. Abbiamo visto prima quanto può valere il corallo delle Bocche, che cosa significhi un cestino pieno. Ma quanti giorni effettivi il corallaro lavora nelle Boc­che? Quindici su trenta? Forse meno, nell’arco dell’intera sta­gione. Per il resto, ponente, maestrale, grecale e libeccio in traverso non dànno respiro. E quante volte è costretto a terra per avarie all’ecosonda, al compressore, al motore? E quanto costa l’attrezzatura? Non meno di cinque-dieci mi­lioni: soltanto l’ecosonda, di buona marca tedesca, inglese o giapponese, va dalle 600 alle 800 mila lire. E poi la paga al marinaio, molto alta, e le pettate vuote, le giornate magre, il corallo bacato, la concorrenza disperata dei neofití che svendono pur di coprire i debiti…

I guadagni al netto vanno da sotto zero a un massimo di otto-dieci milioni all’anno a testa, se le cose sono andate dav­vero bene. C’è stato un record, tre anni fa, sui diciotto mi­lioni lordi. La media? Impossibile definirla: dipende da un coacervo di elementi disparati. Potremmo dire che un buon corallaro guadagna la cifra di un discreto professionista (con quella tal differenza del giocarsi la pelle due volte al giorno). Ciò che è certo, è che ricco non diventa.

Così ecco il fascino di questa storia, che è di tutti i cac­ciatori di tesori, di oro e smeraldi, di diamanti e uranio: in­seguire febbricitanti un miraggio di ricchezza, per scoprire a poco a poco, vedendolo di volta in volta allontanarsi e infine dissolversi, che non è quello ciò che conta, ma qualcosa di tanto più sottile, di più inesplicabile e stregato, di meno do­minabile. Al sogno di ricchezza, quando si considerino i rischi e le pene, si può rinunciare; ma non si può sfuggire al richia­mo di una certa foresta, di un certo modo di assaporare la vita. Zoboli mi mostrò un giorno un pezzo di carta, t’ultimo foglio paga di quand’era impiegato.

« Quando sono abbattu­to », mi disse piano, « lo tiro fuori e lo guardo. Allora mi risento libero, libero come il vento, e sono di nuovo felice ».

Nemmeno quando tra i corallari scende improvvisa la vec­chia strega essi guardano indietro. È il gioco, bisogna saper­ci stare. Come per i piloti di Gran Premio, o gli scalatori del­le pareti nord, L’anno scorso, a Santa Teresa, è morto Peter Gill, socio del fratello minore di Fusco, corallaro pure lui. Lo vedevo tutte le mattine, tutte le sere. Un biondone inglese, atletico, sui venticinque, allegro, simpatico; la fidanzata, in­glesina, lo attendeva ogni pomeriggio sul molo. Venne quel pomeriggio. « Dov’è Peter? », « Alla Maddalena », uno sguardo, un grido.

La mattina (prima immersione) era sceso da solo a 80-85 per esplorazione, senza cesto. Dieci minuti di permanenza, risalita. Eccolo a 20 metri, tranquillo, poi adagio a 15; fermo alla tappa dei 9. Da quando è comparso ai 20 metri sono tra­scorsi venti minuti, il marinaio gli ha chiesto già due volte, attraverso lo specchio, se tutto è okey; ha risposto okey. Alla terza non risponde, il marinaio lo guarda, vede che mol­la la cima, viene su inerte, aggallato dalle bombole semisca­riche. Emerge a pallone, tutto rigido, non respira. Lo issano di furia: un manichino di ferro. Nell’angoscia di avviare, il motore va in panne, Peter non si riprende nemmeno con il bocca a bocca, rantola adagio. Il giovane Fusco fa disperati segnali, è vicina la barca di Paolo Pane, che accorre, prende Peter e dirige a tutta forza verso la lontana barca di Leo­nardo Fusco, l’unica che abbia la camera di decompressione.

Peter entra nella monocamera dopo un’ora e 40′, Fusco a tut­ta forza verso la Maddalena: Intanto Peter si rianima, fa se­gno di star meglio. Forse scampa. Alla Maddalena i militari cavano Peter dalla monocamera (« ahi la spalla » sono le sue ultime parole) per portarlo in autoambulanza nella camera grande, nella quale entra tre ore dopo l’incidente. Lo manda­no a sette atmosfere assolute, Peter sta male, quell’uscire e rientrare in camera lo ha ovviamente prostrato; lo portano gradualmente a 3 atmosfere, Peter sta peggio, lo rimandano a 6, lo riportano a 4, Peter muore.

È quella che ho definito la « morte misteriosa », parlan­done a un simposio di medici specialisti. Un caso identico era successo il mese prima a Carlo Leemann: Carlo si era salvato nella monocamera. E così, anche la decompressione è diventata un’oscura minaccia.

 

Se sono fatti a questo modo, bisogna lasciarli stare. Di­co con le leggi, i decreti, le disposizioni. È bene ricorda­re che sono ormai soltanto loro, questi corallari mezzi suici­di, a portare ancora corallo mediterraneo a Torre del Greco, e far sopravvivere un’industria tipicamente italiana: dal pro­dotto naturale all’esportazione del lavorato. Le vecchie coral­line all’ingegno, sempre più ridotte di numero e sempre più povere in profitto, sono alla vigilia di una onorata estinzione. Le ragioni sono complesse, ma consistono essenzialmente nel­la loro incapacità o impossibilità di ritrovare nuove zone fruttifere: grattano e rigrattano i vecchi scogli, mendicando le ultime briciole da banchi esausti. A dar credito agli stessi corallari, d’altronde, saremmo agli sgoccioli anche per la pe­sca diretta: i settori non sfruttati delle Bocche sono ormai rari e sempre più fondi. Tre anni fa, dicono i Novelli, i Fusco, gli Zoboli, e me ne sono accorto anch’io, si trovava corallo a 60 metri; l’anno scorso si e dovuto scendere almeno a 80; quest’anno dove si andrà a finire? Inutile ripetergli che il mare è grande, che chissà quanto buon corallo si nasconde ancora per tutte le nostre acque: scuotono la testa, e for­se non hanno torto: corallo come alle Bocche, ma dove mai? Bisogna lasciarli stare, e non andargli a dire, con una leg­ge recente, che un « banco » di corallo può essere denunciato alle autorità competenti, dopo di che si otterrà il diritto di sfruttamento per anni tot. Una legge deve valersi di termini esatti, precisi, inequivoci. Che cosa è « banco »? li banco di corallo non esiste, poiché si tratta di colonie sviluppantisi qua e là su scogliere complesse, articolate, congiunte e di­sgiunte, sulle quali è impossibile tracciare confini anche ap­prossimati. Una pettata, abbiamo visto, può avere la lunghez­za di oltre un miglio, ma sfaldandosi e apparentemente inter­rompendosi in più punti, intersecando altre strutture roccio­se indipendenti, anch’esse possibilmente corallifere. Un ban­co? Più banchi? In teoria, tutte le Bocche potrebbero venire definite come un solo e unico banco: questa, almeno, sareb­be la risposta più probabile di un biologo marino. E allora? Lasciarli stare e non suggerire loro di andare a « denun­ciare ». Scherziamo. Un napoletano che va a denunciare il suo tesoro? E in quale modo? Punto astronomico, coordinate geografiche? E le garanzie di tutela, da parte di chi? E se il banco è fuori acque territoriali, come quasi di regola? II legislatore sia realista, non disturbi una piccola legge natu­rale che interessa soltanto quattro gatti particolari, i quali se la sono confezionata su misura, attraverso l’esperienza. Il concetto di banco non esiste per il corallaro come non esi­ste per il biologo. Per il corallaro esistono i pedagni, le palle. II pedagno e la palla indicano diritto di sfruttamento, il pedagno si difende alla vecchia maniera. È successo, qualche volta, che una barca sia arrivata in ritardo o dopo qualche giorno d’assenza sul proprio pedagno e ci abbia trovato un abusivo. Ha puntato diritto, forte di prua. L’abusivo ha tolto svelto il disturbo, prima dello speronamento. Vince sempre il buon diritto: una legge naturale. Il corallaro abusivo è ve­nuto, di sera in piazza, a spiegarsi gentilmente: aveva scam­biato i pedagni dell’altro per i propri, un errore davvero stu­pido, tante scuse. Il corallaro in diritto ha accettato in silen­zio, non c’è bisogno di far scene. A che distanza si possono calare i propri pedagni da quelli altrui? La risposta migliore che ho ascoltato: a un tiro di fucile. Infatti quasi tuffi i co­rallari sono armati. Meglio non avvicinarsi a vanvera. La bar­ca di Caio, un giorno, puntava chiotta alla barca di Tizio & C.; d’improvviso una scarica sulla cima dell’albero; la barca di Caio ha dolcemente virato, un signorile dietrofront. Solito incontro serale in piazza: ma siamo matti? io venivo a salu­tarvi. Risposta: e non possiamo salutarci qui?

Con tutto ciò non è accaduto mai un incidente, in tanti anni, mai nemmeno un cazzotto: minacce sì, a valanghe, mi­nacce di sterminio, affondamento, speronamento, mitraglia­mento, bombardamento, sfregio e li mortacci tua. Servono di sfogo. I corallari forse non si amano, ma si rispettano: glielo ha insegnato il rischiare allo stesso modo, nello stesso mare, per la stessa cosa. Tanto più ingiusto e incauto andargli a spargere zizzania in mezzo con una legge balorda.

Rimane, d’inverno, il sogno di una giornata di mezza esta­te, di quella giornata ideale. Le ventolate si dimenticano, i colpi di mare, il timone schiodato, l’andare alla deriva per una panne all’invertitore, i dolori atroci alla spalla, le leva­tacce alle cinque, il freddo e l’umido, i cesti vuoti, il mal di mare e i morsi gelidi di greco. Queste cose, come succede all’uomo, animale ottimista, si stemperano e annebbiano. Ri­mane quella giornata. Mare piatto specchiante. Quando le sue dimensioni sembrano ridotte: un lago fra quattro sponde, le montagne che si riflettono. Perde drammaticità, mistero, met­te confidenza: non può far male. Delfini, cormorani, vecchi amici. Schiamazzo ilare di tonni, laggiù. Scivolare veloci, tranquilli. Tepore. Si può togliere il maglione anche alle sette. Giornata in cui tutto è perfetto: il caffè del termos è buo­no e l’ecosonda tac! d’improvviso dalla platea di fango a 90 salta su a 80 verticale con segno duro di roccia, e strappa il grido e tutti corrono a vedere nello schermo e comincia l’agi­tazione, tornare indietro sulla scia, al minimo, ricontrollare, ripassare in croce, capire bene la petltata, immaginarla, fan­tasticarla, giù il pedagno: presa di possesso, dichiarazione d’amore. E allora ci si prepara lieti, la barca non balla, non c’è corrente, natura in armistizio, acqua blu chiara, il sole la illumina nel profondo, gran voglia di andar giù a vedere.

 

Ed eccola, in quel bel sogno d’inverno, la favolosa pettata, la vedi biancheggiare di polipi fin dai settanta quando molli le pietre, e appena ti avvicini è un giardino, tutto un giardino fiorito a perdita d’occhio, fermo, silente, che da grandissimo tempo t’aspetta : tu sei il primo; e il primo colpo di picchetta rompe l’incantesimo di quell’eternità, le aragoste escono a guardarti, i fiori si raccolgono nelle tue mani, segui le aiuole con il cesto sempre più colmo di ghirlande che non appassi­scono, paniere di lucciole bianche. Il sogno si perde laggiù, in fondo a quella pettata che non s’interrompe, sempre e sem­pre bianca di fiori,. dietro un angolo dopo il quale continui e continui, senza mai più risalire.

Non mi dispiacerebbe morire un giorno laggiù, quando sarò vecchio, mi diceva adagio un corallaro. Era notte, il po­nente fischiava tra le sartie degli yacht attraccati vicino, il­luminati. La nostra cuccetta era quasi buia, mangiavamo la minestra. Sai, diceva, è un bel morire, non te ne accorgi, un morire in un bel posto, mica come qui sulla terra. Con il suo corallo mandava i figlioli all’università, li rivedeva ogni tre o quattro mesi. Forse i figlioli avevano ritegno a compilare quei moduli. « Professione del padre:… ». Cosa scrivevano? Pescatore? Armatore? Artigiano? Mah. Non corallaro. Profes­sione inesistente, mestiere, in fondo, equivoco. Corallaro? O­stricaro? Chi può sapere di quei sogni allucinati, di quel respirare laggiù, di quelle mani bruciate dai polipi e che ancora li accarezzano, di quel segno di croce prima di partire per il grande spazio di acqua, nudi, soli, e senza applausi.

da “Mondo sommerso”  n° 6 , anno VIII°, giugno 1966

Questo articolo è stato riprodotto  da “Mondo sommerso”, anche nel suo fascicolo di novembre 1988 come “miglior articolo apparso in trenta anni di vita della testata”.

L’articolo è stato inoltre ripreso integralmente  anche per una edizione speciale di “Altamarea- Notizie del Goggler Club Milano-Gianni Roghi” nel novembre del 2005, in occasione del 55° anniversario della fondazione del club.