Dahlak

Dahlak 1954
Dahlak 1968
Dahlak 1980
Dahlak 2001

Titolo: Dahlak
Autore: Roghi Gianni – Baschieri Francesco (1918 – 2000)
Casa editrice: Garzanti (Roma) / Mursia (Milano)
Collana: I grandi viaggi illustrati / I rossi e i blu / Biblioteca del mare
Anno di pubblicazione: 1954
Riedizioni: 1968/1980/2001
Pagine: 279
Formato: 12,5 x 18,5 cm
Prezzo di copertina: lire 850
Argomento: Viaggi

Pubblicato da Aldo Garzanti Editore il 4 marzo 1954 (8 t.tela, pp. 279 con 11 fot. a col. ; 40 in nero e 2 cartine f.t. ), è il racconto di Gianni della sua partecipazione come componente scientifico e capo ufficio stampa della Spedizione Subacquea Italiana in Mar Rosso (28/12/1952 – 26/06/1953) alle isole Dahlak, organizzata e coordinata da Bruno Vailati assieme a Francesco Baschieri, Enza Bucher, Raimondo Bucher, Alberto Grazioli, Priscilla Hastings, Masino Manunza, Folco Quilici, Giorgio Ravelli, Luigi Stuart Tovini e Silverio Zecca.

Perché Dahlak? Scrive Roghi:
Le ragioni sono poche ma buone. Anzitutto per la spesa: volevamo condurre una spedizione in mare tropicale corallino, e il Mar Rosso rispondeva perfettamente alle nostre esigenze essendo appunto un classico “mar di corallo”, e a distanza ragionevole dall’Italia. Per trovare infatti costruzioni madreporiche egualmente imponenti, e la fauna relativa, sarebbe occorso traversare l’intero Oceano Indiano, o arrivare fino alle Indie Occidentali. Il finanziamento dell’impresa non ce lo avrebbe mai consentito.
In secondo luogo perchè la spedizione francese della Calypso in Mar Rosso aveva già esplorato per oltre un mese una zona delle isole Farsan, e l’austriaco Han Hass aveva ficcato il naso nelle acque di Port Sudan: nelle Dahlak non aveva ancor messo pinna un solo esploratore o ricercatore subacqueo. Le Dahlak, inoltre, avevano il pregio di sorgere a poche decine di miglia da una base come Massaua, e di essere infine notoriamente ricchissime di fauna e di formazioni madreporiche di estremo interesse.
Quanto al Mar Rosso, v’è ancora da dire ch’esso è forse il mare del globo più strano e sconosciuto. Le sue coste sono un solo deserto, sbranato dal sole, disseccato dal sale e dalle madrepore che il mare ha lasciato dietro di sè ritirandosi; inavvicinabili coste per una serie ininterrotta di secche e di isole coralline, sorgenti appena dal livello delle acque
come schiene gialle di immensi cetacei.”

Completa il volume un ampio testo d’appendice di  Francesco Baschieri sui risultati scientifici ottenuti dalla Spedizione Nazionale Subacquea Italiana in Mar Rosso.

Di questo libro sono state fatte parecchie ristampe: nel gennaio 1968 (nella collana “I rossi e i blu”, con in copertina una foto di Roghi stesso), nel 1980 (edizione scolastica per ragazzi) e infine una ri-edizione nel 2001 da parte di  Mursia Editore, fortemente voluta e coordinata da Andrea Ghisotti e con una sua bellissima prefazione. Ne esiste anche una edizione in lingua inglese (1957) tradotta da Priscilla Hastings e pubblicata da Essential Books with Nicholas Kaye- Londra.

Dall’introduzione:
“Avevo quindici anni quando, nel 1967, Gianni Roghi morì in Africa, travolto da un elefante. Fu la prima persona cara a sparire dalla mia vita e ne rimasi scosso, tanto che gli dedicai un tema che il professore di Lettere volle farmi leggere in classe, con mia grande vergogna di mettere a nudo davanti ai compagni i miei sentimenti più intimi. Gianni Roghi era il mio maestro di vita, anche se lo avevo visto solo un paio di volte, mentre si incontrava con mio padre, per discutere fitto della loro passione comune, le conchiglie.
Invidiavo e al tempo stesso ero orgoglioso della fortuna di mio padre di potersi incontrare con quello che era per me un vero mito, un essere al cui cospetto ero riuscito solo a balbettare un timido “buonasera”, arrossendo vistosamente, mentre mi sorrideva con quel suo bel sorriso aperto e mi stringeva energicamente la mano. Di lui avevo letto tutto, ogni articolo apparso sulle pagine di “Mondo Sommerso” a partire da quel primo numero di poche pagine del luglio 1959, quando la rivista aveva spiegato timidamente le ali. E poi ogni libro, ogni manuale. E che scritti! Il suo non era scrivere, ma dipingere con le parole, infarcite di neologismi, di colorite espressioni prese dalla lingua parlata invece che dai dizionari. Lo sterile testo diventava allora poesia, coinvolgeva il lettore, lo faceva volare lontano dalle pagine del libro. Scrivere era solo una delle attività nelle quali Gianni Roghi eccelleva. Nella subacquea (ma non solo in quella!) primeggiava in tutto: campione europeo di caccia subacquea, archeologo insigne, biologo e ricercatore, fotografo, corallaro, malacologo. Riusciva, non so bene come, a trovare tempo per approfondire ogni attività, sempre con quella allegria e una grande, coinvolgente carica vitale. Lo scelsi come esempio da seguire, da imitare, insieme ad altri nomi illustri dell’ambiente subacqueo. Poi, crescendo, cominciai a conoscerli da vicino e fu, come dico oggi sorridendo amaramente, la “caduta degli dei”.
Quante disillusioni, quanti falsi miti! Se ne salvavano pochi, pochissimi, ma Gianni era sempre là al suo posto di Giove nell’Olimpo della subacquea e della vita.
Oggi, che di anni ne sono passati tanti, posso dire a ragion veduta che la subacquea non ha mai più avuto un personaggio carismatico, eterogeneo e completo come lui. E’ rimasto un vuoto incolmabile e proprio oggi ne sentiamo terribilmente la mancanza, in un momento di scarsi e dubbi valori, con il mercato inflazionato di personaggi fasulli, brutti, dai valori morali sempre preceduti da quelli del “portafogli”.
Quando scrisse Dahlak, Gianni Roghi aveva solo 26 anni. Fu il suo primo libro, quello che lo consacrò come scrittore. E’ il racconto della prima spedizione italiana in Mar Rosso, una spedizione avventurosa voluta e organizzata da Bruno Vailati, cui prese parte il gotha della subacquea di quei tempi.
Era stata preceduta da quella solitaria di Hans Hass in Sudan e da quella di Cousteau. Per questo vennero scelte le isole Dahlak, in Eritrea, dove l’acqua era più torbida a causa del plancton, ma dove mai subacqueo si era immerso. Tutto era ancora da scoprire, compreso il comportamento dei grossi squali, delle mante, dei barracuda nei confronti dell’uomo. Bruno Vailati, Folco Quilici e Masino Manunza si dettero da fare con le cineprese per realizzare il film della spedizione, quel Sesto Continente che ebbe uno straordinario successo all’epoca e che ancor oggi rappresenta un documento storico fondamentale.
Altri, fra cui Gianni Roghi, si dedicarono alla ricerca, coordinata dal dottor Francesco Baschieri, direttore scientifico della spedizione.
Naturalmente era una ricerca scientifica sui generis, come si faceva in quegli anni, ovvero, con lo schioppo in mano, sopra e sott’acqua. Oggi crea stupore e raccapriccio, ma a quei tempi era così. Gli animali si studiavano da morti e lo scopo era di prenderli per analizzarne poi l’anatomia nei dettagli.
Il lettore non deve dunque meravigliarsi della crudezza di certe pagine né del metodo di raccolta. Sarebbe come scandalizzarsi per l’inquinamento provocato dal fumo di una locomotiva a vapore di inizio secolo. Altri tempi. Leggete invece questo libro con l’animo sgombro da remore e vedrete di quanta poesia è infarcito. E godetelo anche voi attraverso gli occhi pieni di curiosità e di meraviglia di un avventuroso ragazzo di 26 anni."

Andrea Ghisotti

 

I diritti dei testi e/o delle immagini di questo libro appartengono alla casa editrice e/o agli eredi dell’autore.

 La recensione ha il solo scopo di far conoscere una pubblicazione d’epoca.