Nella giungla di corallo

da L’illustrazione italiana 1953


La spedizione italiana nel Mar Rosso ha perlustrato i fondi marini per quattro mesi scoprendo che veramente l’uomo non sa nulla dell’affascinante mondo subacqueo

“Il 25 giugno di quest’anno, entrava nel porto a Napoli, tossicolosa al motore e rive­stita sotto carena da una foresta di barbe d’alghe, quasi avesse ripetuto la circumnavigazione di Magellano, la motonave «Formica». Veniva dal Mar Rosso, e riportava in Italia, dopo sei mesi esatti, la spedizione italiana subacquea. Sei uomini d’azione, due donne e tre tecnici: centoventi giorni di intenso lavoro soprattutto nell’arcipelago eritreo delle centoventicinque isole Dahlak. Centoventi giorni di lavoro riassunti in una memoria di tre pagine dattiloscritte inviate al Governo.

«Sono stati raccolti — si legge al punto cruciale — pesci di interesse scientifico per circa 4000 kg., dei quali circa 400 conservati sotto formalina o alcool o essiccati, con uno scarto quindi di uno a dieci, cioè con criterio di elevata selezione. Sono state raccolte circa 300 specie di molluschi, circa 30 specie di echinodermi, circa 40 specie di celenterati (soprattutto madreporari e corallari), nonché un elevato numero di poriferi, vermi, tunicati crostacei, raccolte planctoniche, il tutto contenuto in 53 casse apposite. È stata effettuata una collezione di crani d’uccelli locali. In complesso, si calcola di avere raccolto oltre 700 campioni diversi, per lo più in duplo o in triplo, risultato senza precedenti nella storia delle spedizioni scientifiche marine. Tale risultato è stato raggiunto soprattutto grazie all’adozione dei metodi diretti in ambiente subacqueo, e quando tra due anni circa il materiale sarà stato particolareggiatamente classificato in laboratorio, un cospicuo apporto si sarà ottenuto alla conoscenza della biologia delle barriere coralline e del fondo marino in generale. Come anticipazione a tale risultato è da prevedere la presenza di una forte aliquota di animali marini o del tutto sconosciuti, o inesistenti presso Musei o non segnalati in Mar Rosso fino ad oggi.»

Ma ciò che la laconica relazione non reca è il «come» tutto questo è stato conseguito, il «come» umano. Gli uomini della «Formica» non avevano conosciuto mai l’ambiente subacqueo tropicale, e ben sapevano che si sarebbero incontrati a tu per tu con torme di squali (e gli squali del Mar Rosso avevano ed hanno la fama di peggiori), che avrebbero corso rischi continui e imprevedibili, che ogni minuto delle mille ore di lavoro in fondo al mare avrebbe potuto segnare la disgrazia. Ma l’ingresso nel nuovo mondo li trovava fiduciosi e preparati.

A conti fatti, i rischi si dimostrarono assai inferiori all’attesa: gli squali non attaccaro­no, e su di essi si poterono condurre studi e osservazioni assai importanti senza subirne danni; le murene giganti aggredirono, ma l’abilità e la fortuna degli aggrediti scongiurò ogni sventura; le mante di una tonnellata e di sei metri d’apertura alare (chiamando ali le pinne) turbinarono selvaggiamente attorno agli uomini immersi o ai barchini d’appoggio senza fare strage; i famosi barracuda, lucci di mare che incontrammo lunghi fino a due metri e con denti da pantera, ci guardarono da vicino ma senza pretendere di assaggiare le nostre gambe e le nostre braccia. Insomma, la giungla di corallo ci fu benigna, anche se, per incidenti vari, non un uomo solo della squadra evitò serie ferite, prodotte dagli animali, dai coralli, dai traumi inevitabili di una vita proiettata fuori dai confini del nostro mondo.

Oggi possiamo dire: la giungla di corallo, di giorno, non è pericolosa, escludendo fortuiti accidenti. Non è pericolosa, s’intende, per l’uomo subacqueo capace, perché un bagnante qualsiasi, un naufrago, uno sconsiderato, avrebbe forse poche probabilità di sopravvivere.

 

Pericolosissima diviene, invece, di notte, allorquando la legge mortale di questa giungla equorea batte il suo tam-tam: la legge della caccia. Di notte il mare tropicale ribolle, tutte le sue creature sono in fuga o in caccia, e i silenziosi fondali diventano campo di terribili battaglie. Mal ne incoglierebbe a quell’uomo che vi si trovasse in mezzo: gli uomini, per i pesci, sono pesci: di notte, la legge varrebbe anche per loro.

Ma tutte queste cose, e infinite altre, i «formichieri», com’essi stessi usavano chiamarsi, possono dichiararle ora, che le hanno sapute e viste.

Difficile ed emozionante è stato il salire la scala di questa nuova conoscenza. Quando Gigi Stuart si trovò faccia a faccia con un barracuda di due metri, nell’acqua torbida, e deliberatamente gli sparò (era il quarto giorno d’immersioni in Mar Rosso), sapeva soltanto, da letture fatte, che il barracuda era considerato in quasi tutto il mondo un pesce forse più pericoloso del pescecane, e furibondo ed aggressivo. Quando io e Francesco Baschieri ci trovammo per la prima volta circondati sott’acqua da sette squali, credevamo ancora, per esperienze altrui, che quando i pescecani fanno gruppo, come i lupi, è il momento del pericolo. Quando Raimondo Bucher sparò a una manta di un quintale e mezzo in mezzo al porto di Massaua, tristemente celebre per i divoramenti di marinai caduti in acqua, certo non sapeva come sarebbe finita. Allorché Bruno Vallati colpì con una freccia uno squalo di quasi due metri, ben ricordava che ogni autore di cose marine parlava di reazioni poco piacevoli degli squali feriti. E si continuerebbe per un pezzo, per tutta la cronaca di quattro mesi sotto il mare.

La spedizione, d’altra parte, ebbe fortuna: incontrò, con una squadra o con l’altra, tutti gli animali giganti e celebri di quelle acque tropicali: mante di quintali, uno squalo balena di 14 metri, capodogli in schiera, una mandria di globicefali di otto metri, specie di capodogli, in alto mare, in mezzo ai quali non esitarono a cacciarsi quattro dei nostri… E di tutto ciò rimane documentazione fotografica eccellente, metodica, inappuntabile, in bianco e nero e a colori, sott’acqua e sopra, docu­mentazione quale nessuna spedizione marina al mondo ha potuto sinora raccogliere. Gran parte del merito di questo secondo risultato spetta ai tecnici Quilici, Ravelli e Manunza, che hanno rischiato quanto gli altri.

Un passo avanti, dunque, quello degli italiani subacquei «al servizio della scienza». E così come tutti gli scalatori dell’Everest hanno formato una ideale cordata unica, fino a consentire la conquista estrema, egualmente gli sforzi congiunti delle scuole subacquee più progredite e audaci nel mondo sta formando cordata per la scoperta e la conquista del «sesto continente».

Ci si potrebbe ora chiedere perché. Perché l’uomo, sempre in corsa verso nuove conquiste, abbia atteso tanti anni a indagare questo grande mistero che lo circonda: il mare. L’Everest, l’ultimo quadratino di terra emersa non domato, è stato raggiunto; già si pensa alla Luna, e si progettano pianeti artificiali per il balzo definitivo. Il mare, no. Al mare si guarda soltanto da pochi anni (poche ore, al confronto della lunga storia umana). Perché? Difficile spiegarlo: certo è che, accortisi del ritardo, gli uomini veramente hanno ora scaenato la «corsa all’oceano». L’Everest era un punto d’onore, un fatto di prestigio prima umano e poi nazionale; la Luna è un fatto di curiosità (almeno per il prossimo futuro) ; il mare, invece, che copre oltre i tre quinti del pianeta nostro, che possiede voragini ben più alte e vaste di un povero Everest qualsiasi, l’immenso oceano è un fatto di vita. Queste affrettate considerazioni basteranno forse a spiegare i motivi e i limiti della Spedizione Nazionale Subacquea. Come per l’assalto all’Himalaya, le Nazioni alpiniste si sono specializzate su determinate cime (Annapurna, i francesi; Everest, gli inglesi e gli svizzeri; Nanga Parbat, i tedeschi; K 2, gli americani e gli italiani), così anche per l’esplorazione del mare si vanno creando specialità: record di profondità e studi della biologia degli abissi trovano in gara americani, francesi e un solitario, Piccard; la cinematografia subacquea vede ancora a parità francesi, il solitario Hass e gli italiani; le immersioni ed esplorazioni a corpo libero, con autorespiratori e non, hanno in testa francesi ed italiani. E gli italiani, con la spedizione in Mar Rosso, sono scattati avanti di molte lunghezze in fatto di studi e raccolte di animali tropicali dei mari di corallo. In questi mari la vita biologica è la più intensa, la più fantastica, la più ricca di forme e di possibilità d’esistenza: nella giungla silenziosa delle barriere coralline la vita del pianeta Terra giunge al diapason. Nella giungla pietrificata il piccolo smanioso «Re della Natura» s’accorge veramente di non sapere niente o quasi dei tre quinti del suo presunto regno”.
Foto 1: Una murena tropicale. La spedizione ha catturato una trentina di questi velenosi serpenti di mare, e ha potuto constatare che sono gli animali più pericolosi delle barriere coralline

Foto 2: Luigi Stuart Tovini, membro della spedizione italiana nel Mar Rosso, cattura vivo un pellicano dopo avergli sparato in un’ala con un fucile subacqueo. La spedizione ha svolto quattro mesi di lavoro effettivo e ha riportato un grande successo scientifico e documentario

Foto 3: Un «subacqueo» della spedizione italiana nel Mar Rosso stacca dal calcare corallino una specie rara di madrepora

Foto 4: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».

Foto 5: La cattura di un luminoso pesce angelo

Foto 6: Un «subacqueo» mentre cattura uno squalo nutrice, inoffensivo per l’uomo. Gli uomini della spedizione per impadronirsi degli esemplari marini interessanti, hanno usato tutti gli attrezzi di pesca: reti, delfiniere, coffe, filaccioli, fucili subacquei, retini, cariche di gelatina

Foto 7: Uno dei più grossi squali incontrati dalla spedizione: si noti davanti il «pesce guida».