Rinasce la vita

di Gianni Roghi 

da Mondo Sommerso,  n° 1, anno I, settembre 1959

 

TRA i relitti affondati e gli animali del mare c’è una vecchia amicizia. Non so chi abbia detto per primo che un relitto, antico o moderno, fa un’impressione sinistra, quasi di un castello in rovina abitato dagli spiriti. Si tratta, a parer mio, di una retorica abbastanza giustificabile per chi, di relitti in fondo al mare, non abbia che un’esperienza letteraria. Il commento sonoro delle sequenze sui relitti comparsi in molti film (chi non ricorda “Epaves”, “Sesto Continente”, “Le monde du silence”?) è regolarmente affidato ai toni gravi dei sassofoni, dei tromboni, dei

violoncelli, con un controcanto quasi inevitabile di voci umane. Ciò è bello e popolare, perchè vuole esprimere, sia pure un poco ingenuamente, la nostra commozione di fronte a un dramma del passato. Ma chi ha visitato qualche relitto di persona, e non si è limitato a dargli un’occhiata preoccupata ma gli è andato vicino e dentro, non può non essere d’accordo con me: una nave affondata è una festa. Di colori, di vita, di presente. Certo, se questa esplorazione conduce a una scoperta agghiacciante, oppure a un oggetto che susciti all’improvviso un’evocazione (le cose di bordo, gli utensili di cucina, e così via), sarà inevitabile l’essere strappati dalla gioia del vedere quello che c’è, la nave e la sua nuova vita, e il venire sommersi da un’emozione diversa, forse più profonda. Ma la realtà ha una sua forza, e un relitto in fondo al mare non è più una nave, non è più un ricordo: è una nuova cosa in fondo al mare. Ho visitato una mezza dozzina di relitti, nei miei viaggi subacquei, e queste impressioni mi colpirono già dal primo, un vecchio catenaccio in Mar Ligure. Ma per convincermi ci voleva una nave gloriosa, e cioè quella romana di Albenga. Per chi non lo sapesse, dirò che giace su un fondo di 42 metri a un chilometro e mezzo da riva, in mezzo al mare, prigioniera della sabbia fangosa. E’ molto difficile trovarla, anche conoscendo bene i traguardi a terra: tutt’intorno è un deserto grigio e piatto di limo, senza un punto di riferimento, un ciuffo d’alga e le acque, a quella quota, sono quasi sempre color miele. Ebbene, trovammo la nave per la sua vita, perchè dopo duemila anni viveva ancora. Nel gran torbido, infatti, cominciammo a trovare un coccio d’anfora, poi due, poi tanti pezzi disseminati; ma il vero annuncio della nave vicina, fra queste sue briciole, ci fu dato dai pesci, apparsi d’improvviso nel deserto, e sempre più numerosi fino a formare degli sciami. Ci guidarono, spauriti, alla loro grande città. Il cumulo gigantesco di anfore, lungo trenta metri e largo dieci, pullulava di migliaia di animali. Un banco di menole biancocelesti era come una nuvola su una collina, si alzava e abbassava quasi per i capricci del vento, scompariva d’un tratto nel terreno quando i pesci affondavano tra le anfore, poi di nuovo si riformava un metro o due più sopra. Come farfalle, invece, di anfora in anfora, giravano le donzelle lunghe e colorate, i serranelli striati, le triglie rosse di fango, nei buchi occhieggiavano scorfani, pesci topo, ghiozzi e minuscoli capponi. Una tribù di aragoste agitava le corna in mezzo al solco creato anni prima dalla benna dell’Artiglio II, la testa di una murena faceva capolino da un’anfora, qualche polpo strisciava in cerca di riparo, i dentici arrivavano dal largo, correvano lungo il bordo della straordinaria isola, ripartivano, tornavano di nuovo. Che meraviglia, pensavo. Non sognano forse, i poeti, che sulla loro tomba di erba vengano a cantare gli uccelli e a posarsi le farfalle? Qui la tomba si era trasformata in giardino. Per un mese, sulla secca di Spargi, vivemmo su un’altra nave romana, più piccola ma forse più interessante. Ciò che si vedeva di essa, al solito, era il primo strato di anfore, tutte coricate e strette l’una all’altra come libri in uno scaffale. Quell’ammasso di cose bianche fra il verde delle posidonie, a guardarlo dalla superficie quando le piogge d’aprile lasciavano le acque chiare per qualche ora, dava la suggestione di un cimitero. Ma anche qui era un vivaio, un acquario, una festa. I suoi abitanti imparammo a conoscerli uno per uno, e certuni finimmo col chiamarli per nome. Tre o quattro pesci divennero persino domestici, venivano a mangiare dalle mani. Facciamo un bilancio della popolazione della nave romana di Spargi. Pesci, dominazione di una oligarchia di cinque o sei saraghi, il più grosso dei quali (Bernardo) aggressivo e intollerante con i suoi simili, ma del tutto confidente con gli uomini. Una trentina di altri saraghi minori completava la rappresentativa della specie. Tre càntari grigi abitavano nei paraggi e accorrevano non appena si dava inizio ai lavori (tutti i pesci approfittavano del sommovimento delle anfore per divorare gli animaluzzi dissotterrati). Presenza fissa, invece, quella di quattro imponenti tordi e di un marvizzo. Una murena, cacciata da un’anfora e dileguatasi per sempre. Una ventina di donzelle in dimora stabile, una dozzina di serranelli, labridi vari. Un numero imprecisato di ghiozzi e qualche pesce topo. Due o tre pesci ragno, due o tre scorfanetti. Crostacei: due lupicanti formidabili, nessuna aragosta, granchiolini innumerevoli. Cefalopodi: polpi, polpi, polpi. E’ difficile dire quanti, perchè i polpi sono come i fantasmi. Invadenti e ficcanaso: uno rubava le medagliette di metallo che numeravano le anfore, l’altro le lampade flash della mia macchina fotografica, nella loro reticella. Ho detto giardini, più sopra, e i giardini non hanno soltanto uccelletti e farfalle: hanno fiori. I fiori delle navi sommerse sono anch’essi animali, ma fissi e senz’occhi: coralli, briozoi, tunicati. Se dei fiori non hanno il profumo, tuttavia non appassiscono mai; se non conoscono la gioia della primavera e la poesia dell’autunno, tuttavia mantengono sempre splendidi i loro colori, se non si piegano al vento, hanno forme più bizzarre. Ricordo una nave di ferro di molte migliaia di tonnellate sprofondata in Mar Rosso, alla Grande Dahlak, tutta coperta dai crisantemi delle madrepore gialle, viola, arancione. A Spargi spuntavano sulle anfore i mazzetti di Myriozoum, il corallo matto, e i tuberi rossi delle Halocynthia; le spugne scarlatte facevano da muschio e da margherite gli spirografi. I tropici sono un’altra cosa, ma anche i nostri boschi, come la giungla, hanno le loro bellezze. “Andare su un relitto”, mi disse l’anno scorso Frédéric Dumas, “mi dà sempre una emozione strana, mi fa tristezza”. E quando l’ebbi accompagnato alla monumentale nave di Albenga, rimase costernato: così grande, così solenne non l’aveva immaginata. Capisco profondamente questo sgomento di Dumas, e ne sono partecipe. Ma sui relitti c’è la rivincita della vita, mi continuo a dire, e ci vado con una emozione che è gioia.