Un naufragio di 2000 anni fa

Da L’Europeo n° 26, 29 giugno 1958

Intervista di Gianni Roghi al Prof. Lamboglia

E’ STATA RITROVATA UNA NAVE ROMANA CON TUTTO IL CARICO

Il nostro redattore Gianni Roghi, campione subaqueo europeo, ha rintracciato coi suoi sommozzatori la nave romana di Spargi. È forse la scoperta archeologica più importante degli ultimi anni

L’importanza della scoperta

Per fare il punto sulla scoperta della nave romana di Spargi rintracciata a venti metri di profondità da un gruppo di sommozzatori italiani, ci siamo recati ad Albenga, al Museo navale romano, e abbiamo parlato con il professor Nino Lamboglia, direttore dell’Istituto internazionale Studi liguri. Egli condusse l’impresa della nave romana di Albenga e creò poi il museo, unico del suo genere, nella cittadina ligure. Il professor Lamboglia in sostanza, è lo studioso italiano più informato di archeologia sottomarina.
“Ha un valore scientifico particolare il ritrovamento di una nave romana nelle condizioni che gli scopritori hanno descritto?”
“Il fatto è di eccezionale importanza. Nessuno ha mai potuto portare in superficie un relitto anche lontanamente simile alle navi di Nemi. Anzi nessuno è mai riuscito a darci nemmeno un rilievo esatto di come giaccia conservato sul fondo, da duemila anni, uno scafo di nave romana. Finora, in Italia, l’esplorazione di una nave romana sui fondali marini si riduce al tentativo dell’Artiglio nel 1950 sulla nave dì Albenga. In Francia, nonostante i fortunati recuperi del comandante Cousteau, della Marina militare, del comandante Taillez proprio in questi giorni a Tolone, e di altri gruppi minori di sommozzatori, non si è potuto fare molto di più. Se dunque questo gruppo di sommozzatori milanesi ci desse per la prima volta il rilievo e lo “status” esatto di una nave romana sul fondo del mare, anche se poi non riuscisse a tirarla a galla, si tratterebbe di un opera preziosissima per la scienza”.
“Dai primi documenti recati, Lei crede possibile che sotto questo giacimento d’anfore esista ancora la nave?”.
“Se il fondale è, come i sommozzatori hanno constatato, esclusivamente sabbioso, e se il cumulo di anfore emerge di poco sul piano uniforme della sabbia, cosa anch’essa confermata, e se infine le anfore sono tutte accumulate e inclinate in una medesima direzione, come risulta del resto anche dalle fotografie, mi sembra di poter affermare che si tratta di un relitto in posto, assai profondamente insabbiato, e forse per questo ben conservato”.
“Come avviene l’insabbiamento di un relitto? E perché un relitto insabbiato si conserva meglio?”.
“Uno scafo su fondo roccioso, rimanendo per secoli esposto all’azione più o meno forte delle correnti, si scompone e il carico si disperde. Uno scafo invece su fondo sabbioso viene gradatamente ricolmato di terra o sabbia e viene quindi preservato dall’azione distruttiva del tempo e del mare. Mi sembra molto importante, ai fini dell’esplorabilità del giacimento, il fatto che le anfore del carico non siano insabbiate e neppure coperte di incrostazioni negli strati più profondi, così che sarà possibile estrarle metodicamente e rilevarne la posizione con relativa rapidità”.
“I campioni di anfore e di vasellame ricuperati dai sommozzatori possono consentire un primo orientamento sull’epoca cui appartenne. la nave?”
“Le anfore sono di due tipi. Quelle più numerose formano un insieme compatto e omogeneo, e direi, a lume di naso, anche per il confronto con la ceramica campana raccolta, che esse stiano, cronologicamente, a metà strada fra quelle delle due principali navi onerarie finora sufficientemente esplorate: quella di Marsiglia (scavi di Cousteau) del 180/160 avanti Cristo, e quella di Albenga dell’80/60 avanti Cristo. Direi che siamo fra il 120 e il 100 avanti Cristo, l’età di Mario e Silla. Ma naturalmente bisognerà vedere se tutti gli elementi confermeranno questo sincronismo”.
“Come si concluse l’impresa dell’Artiglio sulla nave romana di Albenga?”
“L’impresa dell’Artiglio si limitò al recupero di una quantità di anfore e di qualche oggetto di bordo: ma non risolse il problema fondamentale: quello dell’esplorazione vera e propria e, scientificamente intesa, di un relitto di duemila anni or sono. Si tratta, ricordiamo, di uno scafo sorpreso dal naufragio in piena navigazione, con tutta la sua attrezzatura. Pur essendo mancati il recupero della nave e il rilievo esatto del suo giacimento, si ebbe allora, tuttavia, il risultato di creare ad Albenga, in quindici giorni di lavoro, il primo e finora unico “museo navale romano” esistente”.
“Lei è del parere che su questo secondo relitto le possibilità di lavoro siano più favorevoli?”
“Mi sembra che questa volta le condizioni per tentare l’impresa siano ideali”
“Prevede che il tentativo di scavo subacqueo possa avere questa volta successo?”
“L’impresa sarà comunque complessa, ma noi ci gioviamo già di una certa serie di esperienze. È bene e necessario che anche in Italia si cominci a lavorare seriamente, anche per sottrarre il dominio delle conoscenze subacquee dall’osservazione incontrollata di dilettanti o, peggio. dalla speculazione clandestina.”
“Come vedrebbe lei organizzata una ulteriore campagna esplorativa sul relitto scoperto?”
“E’ il problema di tutta la futura organizzazione degli scavi sottomarini: palombari o sommozzatori? Io credo che l’ideale sarebbe associare i due, ma naturalmente le cifre diventano subito favolose se ci rivolgiamo ai professionisti. Di qui la necessità che le imprese del genere conservino un aspetto anche “sportivo”, e si basino molto, come del resto tutte le grandi imprese scientifiche, più sulla passione che sul lucro. Ciò nonostante, i mezzi tecnici costano e non si possono improvvisare, anche perché è in gioco la vita degli uomini, tanto più se disinteressati! Occorrerebbe quindi, a mio avviso, disporre, sia attraverso la Marina militare come avviene in Francia, sia attraverso generose prestazioni di enti o di privati, di un sicuro appoggio tecnico e finanziario. Senza di ciò, non andremmo oltre il ricupero di alcune anfore e la loro disposizione presso uffici o privati, o in museo come quello di Albenga, se tutto andasse bene. Arriveremmo poi alla dichiarata impotenza di proseguire quando fosse giunto il momento più interessante: quello della esplorazione e dell’eventuale ricupero dello scafo .”
“Lei ha già lavorato con sommozzatori?”
“Sì, e recentemente proprio con il medesimo gruppo di sommozzatori milanesi che ora sono andati a scoprire dell’altro in Sardegna. Questa loro esperienza, effettuata in Liguria con me nella scorsa primavera, ha dimostrato come sia perfettamente possibile associare, in un clima di comprensione scientifica, archeologhi e sommozzatori, e organizzare per loro tramite questo nuovo genere di ricerca subacquea. Fa veramente piacere, che finalmente anche in Italia un gruppo di sommozzatori, e per di più culturalmente preparati, si stia appassionando a simili imprese, con spirito e coscienza del loro valore scientifico; Ciò è importante anche in vista del secondo Congresso internazionale di archeologia sottomarina (il primo si è tenuto a Cannes nel 1955) che l’Istituto internazionale di Studi liguri, raggruppando nelle sue file gli italiani e i francesi più dediti a queste ricerche, si è impegnato a organizzare nella primavera del prossimo anno ad Alassio e Albenga”.

Ci tuffammo come paracadutisti

“Qui!”, gridava Rodolfo, e tra una cresta d’onda e l’altra, laggiù in mezzo al canale, lo si vedeva arrancare contro corrente per tenersi fermo su un punto. Dalla coperta della nostra motobarca eravamo in dodici a guardarlo, e c’era anche suo padre: alcuni di noi erano appena risaliti a bordo, infreddoliti e delusi. Rodolfo Riva era l’ultimo uomo in acqua, ed era il più giovane: sedici anni, il “bocia” del “gruppo”, l’allievo. “Qui!”, gridava. “Anfore!” Il vento di ponente tirava forte, rubava le voci. “Molte?”, gli urlai di rimando. Non sentiva, ma spingendosi contro il fiume della corrente continuava ad alzare il braccio per richiamo. ”Be’, andiamo a vedere”, dissi, poco convinto. Tornai in acqua e gli nuotai incontro. Guardavo il fondo della secca, una ventina di metri sotto, in una trasparenza rara: rocce di granito, poi prati d’alghe, chiazze di ghiaia. A poche bracciate da Rodolfo gettai un’occhiata in cerchio. A destra! Quella gran gobba bianca e lunga sul fondale! Rodolfo aveva avuto ragione. Sì, in un’ora e quindici minuti avevamo trovato ciò che palombari e pescatori avevano invano cercato per diciotto anni. Ma non era soltanto un “campo d’anfore”; era una nave romana sprofondata col suo carico. Lo scafo si era lentamente insabbiato, nel corso dei secoli, e aveva lasciato sporgere dalla sabbia la parte superiore del carico, quello che appariva ora come un giacimento di anfore. Lo avevo pensato quando avevo saputo della sua leggenda.
Tra la costa settentrionale della Sardegna e l’isolotto di Spargi, a poco meno di quattro miglia dalla Maddalena, sorge una delle numerose e pericolose secche dell’arcipelago: la Secca Corsara. E’ un acroro????? che s’innalza da un fondale di una quarantina di metri, forma un vasto altopiano sui quindici-venti infine si spinge con una vetta fino a tre metri dalla superficie. È probabile che duemila anni fa, questa affiorasse. Una secca brutta, dunque: si nasconde e si para innanzi a tradimento a ogni timoniere che, entrando o uscendo per il canale fra la Maddalena e le Bocche di Bonifacio, stringa su Spargi per abbreviare il cammino. Sopra la Secca Corsara, mezzo miglio fuori dall’isola, c’è una boa-fanale, ed è appunto questa che, in una tempesta del 1939, ruppe un ormeggio e minacciò di farsi spazzar via dal mare.
Il comando Marina della Maddalena, alla prima bonaccia, inviò sulla Secca Corsara il rimorchiatore Linosa con il pontone D’Agostino. Scese in mare il palombaro Lazzarino Mazza, un uomo in gamba, che alla Maddalena continua il suo mestiere ancor oggi. Andò a riparare l’ormeggio spezzato. D’un tratto quelli del D’Agostino udirono la sua voce gracchiare nel telefono: “Ci sono anfore, migliaia di anfore!”. “Imbragane qualcuna, che la regaliamo!”, gli risposero, e Lazzarino Mazza ne ricuperò una decina.
Da allora, alla Maddalena, cominciò la leggenda delle anfore romane. Ma il palombaro Lazzarino Mazza, per sfortuna o forse per qualche calcolo sbagliato, non riuscì più a trovare il punto. “Devono essere a quaranta metri”, diceva convinto; e a trenta, quaranta e più metri le cercavano pescatori, marinai, contrabbandieri, gente dell’arcipelago, forse anche altri palombari, tutti nella speranza segreta di vincere la partita. Le coste mediterranee sono, per cosi dire, pavimentate di anfore antiche, buttate o perdute dalle navi, ma sono poche quelle intatte, e queste si vendono a prezzi che variano dalle mille alle trentamila lire l’una. Non esiste subacqueo che non abbia “scoperto” almeno un’anfora, e ne esistono alcuni che hanno fotografato strani cocci gabbandoli ai giornali per «”anfore di galeoni”, e dichiarandoli scoperti, naturalmente, a sessanta metri.
Ma qui non si trattava delle solite anfore sparse. Nessuno aveva ancora capito che quella catasta compatta e allineata di vasi era la spia di una nave con tutto il suo carico. Nessuno mostrava poi di aver compreso l’importanza eccezionale della scoperta, anche perché solo gli studiosi sanno che non esiste al mondo un solo relitto di imbarcazione romana. Si potrebbe dire anzi che non esiste nemmeno una raffigurazione chiara dell’epoca. Si parla di navi a remi o a vela; se ne hanno tracce in bassorilievi e mosaici ma nessuno ha mai visto un disegno preciso che mostri una nave di duemila anni fa. Le ricostruzioni che si sono tentate si basano su vaghe informazioni letterarie e decorazioni d’arte.
Il mistero archeologico più fitto, dunque, è forse quello che circonda tutt’oggi la nave antica, romana, greca o punica che sia. Non solo non ne è mai stata recuperata o fotografata una, ma si ignora praticamente tutto sull’attrezzatura e l’instrumentazione di bordo, sugli equipaggi e il carico, sulle antiche rotte commerciali, i tonnellaggi di stazza, l’armamento. La civiltà mediterranea si fondò sulla navigazione, e noi nulla sappiamo di come gli antichi navigavano.
Le famose navi scoperte sul fondo del lago di Nemi non erano navi, ma grandi chiatte fatte costruire da Caligola probabilmente per riti religiosi, e sul ponte avevano costruzioni in muratura. Ma i romani, come del resto i fenici, i greci e i punici prima di loro, erano formidabili navigatori di mare. Nei pressi di Marsiglia è stato individuato nel 1952 un relitto, purtroppo distrutto per esser naufragato contro lo scoglio di un isolotto, che portava un carico di oltre cinquemila anfore; a Mahdia, in acque tunisine, si è scoperto un relitto sfasciato che portava addirittura, e chissà dove, le parti marmoree di un tempio greco prefabbricato; la nave romana segnalata ad Albenga e addentata dalla benna dell’Artiglio si è calcolato avesse una stazza di 150 tonnellate, per 135 di carico utile. Erano navi potenti, lunghe fino a trentacinque metri e forse più, e percorrevano il Mediterraneo in ogni senso portando vino, olio, grano, nocciole, opere artistiche, parti di edifici, vasellame, armi e chissà che altro. Di tutto ciò abbiamo notizie frammentarie e indirette. Ma se potessimo mettere le mani su uno scafo, il più possibile completo, vedremmo risolti problemi non solo di carpenteria e di marineria antica, ma soprattutto di rapporti commerciali fra capitali, capoluoghi e colonie, con una proiezione illuminante sulla pagina più segreta e affascinante della romanità: i latini sul mare.
L’archeologia moderna è alla ricerca di testimonianze vive sul mondo antico, e fra queste la più viva e importante è la nave. Sapevo queste cose e ripensavo alla catasta d’anfore in quelle acque della Maddalena: a Marsiglia, a Mahdia, a Tolone, ad Albenga, ogni tentativo di esplorazione completa era fallito per ragioni diverse. Bisognava tentare altrove.
La leggenda delle “migliaia di anfore” della Maddalena l’avevo sentita molti anni fa, facendo per l’arcipelago un giro da turista. Mi tornò in mente quest’inverno incontrando un vecchio amico maddalenino, Furio Bargone. “Ci sono ancora, sono ancora là”, mi disse. Allora decisi di provare con i miei amici. Sapevo dove rivolgermi, una volta giunto alle isole: a Salvatore Viggiani, il “re di Santa Maria”, la più bella delle isole maddalenine. Salvatore Viggiani era stato nostromo del Linosa: aveva partecipato pure lui all’operazione anfore del 1939.
Partimmo da Sestri Levante su una motobarca di undici metri con due motori da trenta cavalli l’uno. Eravamo in cinque sommozzatori, due donne e due marinai. Avevamo a bordo cinque autorespiratori a grande autonomia e altri cinque ad autonomia media, due compressori e sedici bomboloni d’aria compressa, più una montagna di altre attrezzature, viveri e acqua. Arrivammo a Santa Maria in due giorni. E quella sera stessa, in casa di Salvatore, al lume del carburo, cercavamo la nave sulla carta nautica.
La mattina dopo, 5 settembre, gettammo l’ancora sulla secca. Salvatore si palpava il mento. “Dopo diciotto anni”, mugugnava “come si fa a ricordare il punto?”, e faceva un gesto largo col braccio: “Hanno da essere lì, grosso modo”. L’informazione base erano i “quaranta metri” indicati dal palombaro. Per l’esplorazione profonda presi con me Renzo Ferrandi, l’uomo migliore e uno dei più forti sommozzatori in assoluto ch’io conosca. Compimmo sott’acqua un giro di più di un’ora, ma l’altopiano della secca appariva interminabile e non ci consentì di trovar fondo oltre i venti metri. Poi capitammo in un filone di corrente così impetuosa da mozzarci il fiato; decidemmo di tornare all’ancora della barca facendoci portare da quel fiume subacqueo; nella corsa incrociammo un branco di orate che risaliva, diviso in plotoni.
Intanto altri due sommozzatori, Nino Pontiroli e Rodolfo Riva, battevano una zona diversa. Avremmo potuto impiegare l’aliante subacqueo, ma con quella corrente e quel mare sarebbe stato poco redditizio e molto faticoso: avevamo preferito lasciarlo a bordo, almeno per la prima esplorazione orientativa. Fummo fortunati. Riva segnalò le anfore quando già dubitavamo di poter concludere la ricerca in breve tempo, e progettavamo l’impiego a forza dell’aliante su tutta la secca e per tutto il canale.
Ci riorganizzammo in fretta. Indossammo gli apparecchi di riserva, tornammo sulla verticale della gobba bianca e ci lasciammo sprofondare. Cinque sommozzatori calavano adagio, come strani angeli, sulla nave morta duemila anni fa. Eravamo carichi di zavorra alla cintura per poter lavorare sul fondo senza fatica. Così scendevamo senza nuotare, in piedi, fumando bolle come candele di un candelabro. Guardavo i miei compagni e guardavo le anfore, la montagna di anfore. La visione di quella cosa naufragata si faceva reale, concreta, a mano a mano che la distanza diminuiva. Era evidente al primo sguardo che, sotto quella catasta d’anfore così ancora serrate e allineate, doveva esserci il ventre di una nave da carico. Toccai fondo e mi avvicinai. Mi accorsi di trattenere il respiro. E’ difficile spiegare; guardando le fotografie vi sembrerà che lì intorno manchi luce, che la montagna di anfore si perda nel buio come in una .galleria da incubo. Ma è l’opposto di così. La fotografia subacquea, per quanto perfetta, è sempre priva di profondità di campo. Dovete dunque immaginare una diffusa luminosità di color celeste, e sotto, sulla terra, il cimitero di strane croci bianche, i colli e i manici diritti delle anfore, tutti in fila, fermi in una trasparenza liquida.
Cominciammo il lavoro di ricognizione. Io scattai le prime fotografie. Ferrandi si fermò qualche metro sopra il giacimento e ne tracciò la pianta sulla lavagna di plastica, Pontiroli e Rodolfo Riva iniziarono l’osservazione minuta di ogni metro quadrato; Attilio Riva, padre di Rodolfo, compì un’ampia evoluzione tutt’intorno per segnalare altre eventuali novità. Ogni tanto ci guardavamo l’un l’altro negli occhi, dietro il vetro delle maschere, e ce li vedevamo lucenti. Era o no, il primo relitto di nave romana scoperto da sommozzatori in mari italiani, e il secondo assoluto dopo quello famoso di Albenga?

II campo d’anfore giace su un fondo di diciotto metri, su un piano interamente sabbioso, circondato strettamente da una prateria di alghe posidonie, lunghe erbe nastriformi color verde-bottiglia. A levante, grossi massi formano scogliera e riparo alla corrente. Il luogo è quieto, non disturbato dal flusso marino, ma vi spira una leggera brezza d’acqua che porta via dolcemente la polvere sollevata dal lavoro dell’uomo. Centinaia di pesciolini di scogliera, pieni di colori, vanno e vengono fra le rocce e il relitto: dal collo di un’anfora faceva capolino, con aria bellicosa, una murena; Pontiroli le passava davanti di continuo, e se la vedeva ammiccare ora a un palmo da una gamba, ora a tiro d’un braccio, ora sotto la pancia; uno di noi si seccò, dette una pacca all’anfora e la murena schizzò fuori, fuggendo costernata nel prato d’alghe.
Il giacimento è lungo poco meno di venti metri, da levante a ponente, ma è largo oltre dieci. Verso ponente, nel senso della maggiore lunghezza, le anfore sprofondano sotto la gromma e le radici delle alghe, ed è proprio in direzione ovest che esse si trovano tutte inclinate. Verso ponente, dunque, dovrebbe trovarsi la prua, anche per altre considerazioni che dirò in seguito. Le anfore sono di due tipi: il più numeroso, formante la massa centrale, è del tipo italico, slanciato, dal collo lungo e diritto; il secondo è panciuto, con collo brevissimo e piccoli manichi curvi. Le anfore di quest’ultimo genere si trovano tutte a destra, cioè a nord del giacimento, e appaiono come facenti parte del medesimo carico; ma questo particolare ha fortemente stupito gli studiosi cui abbiamo mostrato i primi documenti descrittivi e fotografici, poiché le età dei due tipi d’anfora divergono per quattro o cinque secoli (più antica è l’italica). Si è persino avanzata l’ipotesi, per non accettare il fatto sorprendente e scientificamente “impossìbile”, che il giacimento cumuli due relitti di epoche diverse l’uno sull’altro. Questa ipotesi dei due relitti mi sembra però assurda: sarebbe come pensare che due aeroplani precipitassero esattamente l’un sopra l’altro dopo aver cozzato entrambi contro una montagna.
I rilevamenti prospettivi e le misurazioni metriche ci occuparono altro tempo. Per quella prima esplorazione non rimaneva che concludere l’opera di Attilio Riva: una buona ricognizione nei dintorni. Procedemmo così verso l’apice della secca, e trovammo cinque o sei anfore rotte, poco oltre altre tre, poi due, e infine cocci, il tutto lungo una direttrice che portava dalla base della secca al relitto: era la strada della sua morte. La nave oneraria romana aveva battuto sullo scoglio, si era prodotta uno squarcio, aveva sbandato sulla destra, aveva perso alcune anfore del carico, ed era infine repentinamente sprofondata intera, atterrando sul fondo di piatto, con la chiglia. In pochi minuti. Probabilmente aveva trascinato con sé l’equipaggio.
La nostra prima giornata di immersioni si concluse con una nuova sorpresa, questa meno gradita. Tornando alla motobarca scoprimmo che avevamo gettato l’ancora a una ventina di metri da una mina inesplosa, posata sul fondo come un enorme pallone da football. La fotografai e tagliai la corda. Era la terza mina dei miei incontri di sommozzatore, oltre a due siluri e qualche migliaio di proiettili, esplosi e no.
Sul relitto riuscimmo a tornare due sole altre volte. Desideravamo infatti dare un’occhiata ai fondali più interessanti dell’arcipelago. Potemmo scoprire così quattro nuovi giacimenti di anfore, due dei quali sicuramente indici di naufragio: uno alla profondità di quattordici metri, l’altro a trentadue, entrambi con anfore molto diverse da quelle del primo relitto. Nessuno di essi, tuttavia, mi è parso degno di scavo come quello di Secca Corsara. A Capo Testa, inoltre, potemmo fotografare le ciclopiche opere di un porto certo antichissimo, sprofondate nelle acque della rada e finora ignorate. Si tratta di colonne e massi di granito, ricavati da una cava sulla scogliera antistante, crollati lungo una specie di molo, ormai sommerso, che si spinge nel mare per una cinquantina di metri, fino a raggiunger un isolotto. Le colonne sono lunghe da quattro a sei metri, con diametri da uno a due. Il fondale della baia è cosparso di migliaia di cocci d’anfore e ceramica d’ogni età. Tra due scogli profondi abbiamo liberato ed estratto una grossa ancora medievale, forse pisana.
Terminate queste altre esplorazioni, fummo bloccati da burrasche fino al giorno della necessaria partenza, quando ci trovammo a dover forzare le Bocche con un mare pauroso. Tuttavia, come dicevo, riuscimmo a lavorare sulla nave romana altre due volte, buttandoci in acqua tra i cavalloni, con tuffi da paracadutisti. Indossammo i nostri apparecchi a grande autonomia, fatti appositamente costruire: due bombole per 28 litri d’aria a 200 atmosfere.
Dalle due nuove immersioni ricavammo la definitiva certezza dell’esistenza dello scafo. Scoprimmo infatti che sotto il primo strato d’anfore ne esiste un secondo e un terzo, come un carico ancora perfettamente assestato; né ci pare improbabile la presenza di un quarto e forse di un quinto strato. Le anfore vinarie superficiali sono prive di tappo e colme di terra: non vi abbiamo trovato tracce di grumi vinosi (rinvenuti invece in qualche anfora del relitto di Marsiglia) nè marchi di fabbrica, eccetto forse su due. Le incrostazioni sulle pareti esterne sono cospicue sulle anfore del primo strato ma inesistenti già al secondo. Le anfore di questo sono pulite e intatte come uscite di fabbica, e il loro ricupero è risultato agevole e veloce. Da una buca profonda un metro e mezzo che praticai io stesso nel mezzo del giacimento, spostando anfore dei primi due strati, imbragai e feci ricuperare dalla barca uno strano macigno lavorato a L, del peso di circa quaranta chili, con profondi segni di antica imbragatura. A che cosa potesse servire, è rimasto un mistero anche per gli archeologi.
In una zona circoscritta, all’estremità orientale del giacimento e probabilmente in corrispondenza della cambusa, rinvenimmo coppe, piatti e patere, frammenti di vasellame verniciati, con deboli fregi, roba insomma di poco valore e che doveva far parte dell’equipaggiamento di bordo. Da un altro foro, praticato con molta cautela e attrezzi speciali sul fianco sinistro della massa interrata, come ultimo atto della nostra esplorazione, riuscimmo a palpare, nel buio del sottoterra e sottoacqua, qualcosa che non era né metallo né pietra né terracotta. Legno? A questo scopo, per non apportare inutili danni, stimai opportuno sospendere lo scavo.La nostra esplorazione finì qui: ne sapevamo abbastanza.
Nulla potevamo sapere, invece, sulla storia di quella nostra nave. Il suo mistero potrà venire rivelato soltanto da una ulteriore e più organizzata esplorazione e dalla scoperta di altri dati che ci parlino della sua origine, del suo viaggio, dei suoi scopi, della sua meta, della sua gente. Con molta probabilità veniva da un porto della Campania o del Lazio. da Ostia. Antium o Puteoli, l’antica e floridissima Pozzuoli, e dopo aver attraversato il Tirreno era passata sotto Phintonis, la Caprera di oggi, poi sotto la nostra Maddalena, e aveva messo prua sulle Bocche. I.a sua meta poteva essere Turris Libisonis, la giovane colonia della Sardegna settentrionale (Porto Torres), oppure Massilia (Marsiglia), alleata di Roma, o forse ancora un porto della Hispania Citerior. Il suo carico di vino e chissà d’olio e di grano, era forse un rifornimento per una guarnigione lontana, forse una spedizione commerciale. Anche questo si potrà sapere solo attraverso una indagine più compiuta.
Prima di decollare dalla nave salutammo gli amici che ci avevano tenuto compagnia per molte ore: alcune centinaia di pesci. I nostri scavi avevano infatti attirato branchi di specie diverse, in cerca degli animaluzzi che venivano sollevati e rivoltati con le anfore. Quando Ferrandi e Pontiroli si disponevano a estrarre dal suo alveolo una “vinaria”, per esempio, subito accorrevano a dozzine le brune castagnole, le donzelle variopinte, e saraghetti, cantari e serranelli tutti in mucchio. Ormai avevano imparato. Rodolfo Riva, infilando la mano in un’anfora, si era sentito acchiappare da un polpo. Ma la peggior seccatura l’avevo avuta io: per un buon quarto d’ora non avevo potuto scattare una fotografia a causa di una donzella troppo curiosa dell’oblò della mia Rolleimarin; non appena avevo messo a posto il fuoco, vedevo comparire sul reflex il suo faccione ingrandito, e i suoi occhi rossi a guardarmi. La scacciavo con la mano, e lei faceva un giro e tornava. Ma il saluto più solenne, e davvero inaspettato, ci venne addirittura da un capodoglio di una ventina di metri, un gigante della specie. Eravamo appena riemersi, quando ci passò davanti spalancando il mare con la sua fronte a torre; soffiava e alzava la coda sulle onde, una spatola di qualche metro; superata la secca si precipitò in basso con un fragore di scogliera.
Appena a Milano, presentammo una relazione al professor Mario Mirabella, sovrintendente alle antichità, e al professor Nino Lamboglia, archeologi, per i quali il nostro gruppo, guidato in quell’occasione da Alessandro Pederzini, effettuò nella scorsa primavera una lunga e fortunata operazione nelle acque dell’isola Gallinara. I due studiosi hanno espresso il parere che le condizioni del relitto di Spargi siano ideali per tentarne il ricupero.

Una impresa del genere non è mai riuscita ad alcuno, nemmeno ai nostri valorosi colleghi francesi che hanno prodigato ingentissimi mezzi e sforzi su altri due relitti antichi scoperti sulle loro coste. Personalmente, sono certo che questa volta riuscirebbe a noi italiani, non per una maggiore abilità, ma per un’esperienza acquisita sugli errori altrui e soprattutto per le fortunatissime condizioni in cui si potrebbe lavorare: mediocre profondità, acque terse, leggera corrente, terreno sabbioso e non fangoso, base navale a quattro miglia, base di un’isola disabitata (con profonda e sicura baia in faccia alla secca) a poche centinaia di metri. Il nostro gruppo si è già offerto di lavorare gratis, salve le spese. Con sette-otto milioni, forse meno, e la collaborazione di un mezzo della Marina attrezzato (come il Proteo, per esempio), si potrebbero organizzare tre spedizioni di quindici giorni l’una, lasciando fra l’una e l’altra brevi pause di tempo per sistemare il materiale ricuperato e far riposare gli uomini. Dopo l’esperienza direttamente acquisita sul relitto di Albenga e, come osservatori, su quelli francesi, si è ormai in grado di lavorare con tecnica perfezionata. Con poco si potrebbe riportare alla luce, per la prima volta al mondo, una nave dei nostri antenati. Sarebbe una data per la storia dell’archeologia.

 

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